Le nostre interviste, Alessandro Borghi

Non osate separare ciò che Diavoli ha unito. Una delle serie migliori del panorama internazionale non ha solo creato una coppia su schermo che non avremmo immaginato – Dempsey e Borghi dovrebbero pensare a uscire anche dall’inferno finanziario per cimentarsi in altre sfide -, ma anche un sodalizio tra l’autore del libro da cui è nato un universo narrativo che ora vedrà, proprio in questi giorni, una seconda stagione televisiva, ovvero Guido Maria Brera e Alessandro Borghi, colui che ha dato il volto, l’anima, il talento a quel Massimo Ruggero che sulle pagine scritte ha anticipato metà della nostra storia recente. Politica, economica, sociale. Ecco se questi due ci hanno insegnato una cosa è che amano prevedere il futuro – ognuno nel suo campo da gioco – e che in comune hanno l’ambizione di scriverlo. Iniziando a rivoluzionare il presente. Così nasce Newness – la traduzione è semplicemente e potentemente “novità” -: un think tank, una factory, una piattaforma di idee. No, non sono sinonimi, ma tasselli della descrizione di un qualcosa che prima in Italia (e pure fuori a dirla tutta) non avevamo mai visto. Due uomini di talento e successo che si mettono insieme per dar voce a chi non ce l’ha, a chi ha qualità e capacità ma nessuno che li ascolta, un laboratorio creativo che fa da anello di congiunzione tra quegli under 30 che hanno idee e rivoluzioni da offrire e quell’industria cinematografica e televisiva che finora li ha sempre ignorati o al massimo vampirizzati o usati come foglie di fico.

Al timone di questa società un finanziere che da scrittore ha rotto gli schemi creativi del suo genere (per intenderci l’ultimo suo lavoro, Candido, lo ha scritto con il collettivo Diavoli, da lui stesso creato) e del suo mondo e l’attore che tutto da solo è arrivato nel cinema italiano per rivoltarlo, dallo star system alla produzione esecutiva, facendo scelte costantemente contro la corrente che finora sembrava essere l’unica direzione possibile a Cinecittà e dintorni, quella dei salotti e della gente che piace.

Le nostre interviste, Alessandro Borghi

Come nasce Newness?

Guido Maria Brera: “Non è nata così di botto, per tanto tempo io e Ale abbiamo fantasticato sul lavorare insieme, sul come e sul cosa fare, soprattutto durante la lavorazione di Diavoli. Nasce più inerzialmente, a dir la verità: dalle nostre conversazioni, progetti, sogni condivisi. Dopo un po’ abbiamo capito che volevamo fare qualcosa di radicalmente diverso e che partisse dalle idee. Poteva essere un laboratorio, una piattaforma creativa, e abbiamo iniziato a focalizzarci su questo. Ma sono anni che ci scambiamo opinioni, sensazioni, emozioni, libri”.

Alessandro Borghi: “Era un po’ per dare un senso pratico a ciò che finora avevamo fatto per gioco e per amicizia, scambiandoci libri, film, idee: a un certo punto ci siamo detti, ma perché dobbiamo portare tutto ad altri? Lavoriamoci e arriviamo prima che gli altri decidano per noi, seguiamo tutto dall’inizio”.

Si sente che non è solo un progetto, ma il sogno condiviso di chi ha un rapporto speciale, un’amicizia che, permettetemi di dirlo, non è proprio frequente vedere nei vostri rispettivi mondi.

Guido Maria Brera: “Ci siamo trovati subito nella nostra diversità. Nei rispettivi settori e nel mondo in generale. Credo che entrambi ci siamo sentiti sempre outsider. Di sicuro ci ha aiutato anche il venire dalle stesse parti di Roma, capire che quello che proviamo, sentiamo, il modo in cui facciamo il nostro lavoro, è diverso dagli altri. Ci siamo incastrati subito, senza filtri e giochetti, la prima volta che ci siamo incontrati siamo diventati subito vicini e intimi, è stato tutto naturale. Ho sempre pensato che l’amicizia non è nella durata del rapporto, ma da quanto riesci profondamente a entrare nell’altro. Per come prepara Alessandro il personaggio, il fatto di aver interpretato un uomo che avevo immaginato io e che ha più di qualcosa di me, era probabilmente inevitabile che entrassimo così prepotentemente nelle rispettive anime. Appena l’ho incontrato ho sentito qualcosa di forte, un innesco”.

Alessandro Borghi: “È un’amicizia molto forte e sincera, che si fonda su un modo di vedere e pensare simile, una visione comune nel senso più ampio e completo del termine. Per intenderci non è mai successo credo che parlassimo di un libro, di una serie, di un qualcosa che l’altro aveva visto e non ci trovassimo d’accordo su qualità e criticità di quei lavori. Viviamo sulla stessa lunghezza d’onda, abbiamo interessi profondi condivisi e non concretizzare tutto questo sarebbe stato uno spreco. E abbiamo capito che non potevamo continuare a mettere quest’alchimia a esclusivo servizio di altri, ma potevamo e dovevamo prendere parte al processo creativo, costruire qualcosa di nostro, di indipendente e propulsivo. Siamo due che hanno speso un mucchio di tempo e di risorse per raggiungere quello che ci piace. Guido l’ha fatto nel suo mondo complicatissimo, io nel mio che lo è un po’ meno e ora vogliamo condividere queste esperienze con chi lo merita”.

Guido Maria Brera: “Tutto vero, ma non scherziamo, è molto più difficile il tuo di mondo, Ale”.

Sarò sincero. Leggendo la call di Newness per età e skill richieste ai candidati (si è concluso il 31 gennaio il recruiting, ora sono al lavoro col primo nucleo fondante della società) sembra evidente che è un identikit di tutto ciò che il cinema italiano non ha.

Alessandro Borghi: “Ecco perché ti voglio bene. Ma se è verissimo quello che dici è anche vero che ora vedo una luce. Forse perché ci siamo cagati sotto in questi due anni di terremoto totale. La crisi è grande, ma ci ha anche rimesso addosso la necessità di reimparare a lavorare, da soli e insieme: sono convinto che questi due anni di crollo, di abisso ci porteranno a una rinascita. Rinascita che farà le sue vittime e saranno coloro che non sapranno capire il futuro e che avrà i suoi eroi. Che si sa, son tutti giovani e belli”. Scherzi a parte, hai ragione: quello che vedi qui è tutto quello che non ci andava bene non solo del cinema italiano, ma di tutta l’industria culturale. E mai come ora dobbiamo cambiare radicalmente il nostro modo di fare e scrivere cinema, perché per me è tutto cinema, e di relazionarci. E ora forse c’è uno spazio per farlo. Non ho problemi ad ammettere che il nostro cinema non mi ha mai messo a mio agio: era un luogo in cui c’era classismo, favoritismo, dove lavoravano sempre gli stessi. E soprattutto in cui non arrivavi mai a parlare a qualcuno se non con i giusti intermediari. Questo progetto nasce anche per ridurre al minimo i passaggi tra una buona storia e la realizzazione di un progetto. Anni fa se Alessandro Borghi aveva una bella idea, doveva chiamare la sua agente, la sua agente avrebbe fatto lo stesso con l’assistente del grande regista, del Sorrentino di turno, che ti avrebbe risposto tre mesi dopo, sempre che non avesse troppe cose da fare. E allora provavi con la segretaria del produttore. Altri cinque mesi. Quello che Newness cercherà di fare, con umiltà e senza crederci salvatori della patria o persone che hanno la verità in tasca, è interrompere questi corto circuito, questi buchi neri. Quello che ci proponiamo di fare, anche grazie al posizionamento acquisito in questi anni, è che se due ragazzi hanno un buon soggetto, lo sviluppiamo e il giorno dopo che è chiuso sta sulla scrivania di Gianani, Mieli (Freemantle e Wildside), il Ceo di Netflix, Matteo Rovere (Groenlandia) e chi altri vuoi. E tutto diventa più pratico, efficiente, diretto. Mi sento male a pensare all’angoscia di chi è convinto di avere qualcosa di buono, una grande storia, un enorme talento e non sa come farsi ascoltare. Anzi, peggio, sa che nessuno lo ascolterà. Io l’ho provata per anni questa sensazione, avevo dentro un fuoco che mi spingeva a fare questo lavoro all’ennesima potenza, sapevo di poterlo fare in quel modo ma finché non sono arrivati Stefano Sollima e Claudio Caligari “a salvamme la vita”, mica ero mai riuscito a farmi sentire. Senza di loro io non starei parlando con te, sarei ancora a cercare chi mi fa parlare. Ecco, questa possibilità che mi è stata data, io voglio darla ad altri. Ce la spartiamo con un altro po’ di persone. Ora siamo una squadra di 6-8 persone, ma cresceremo. Ci ho messo 13 anni per farmi sentire dal produttore, dal regista, dallo sceneggiatore, dalla direttrice casting, per acquisire agli occhi del Sistema una credibilità e non essere solo uno strumento dei progetti a cui partecipo. Ora voglio impedire che altri vivano quella mia stessa frustrazione”.

Guido Maria Brera: “Ma che bella parola è spartizione? La tecnologia ha disintermediato tutto tranne il talento. Noi vogliamo spezzare le catene di questo sistema, il problema del cinema non sono i no. Sono i sì che non si concretizzano, perché ti deprimono e ti demotivano. Noi quei sì vogliamo trovarli e invertire la tendenza, vogliamo sostenerli, seguirli, provare a renderli reali. Vogliamo dare valore alle cose di valore”.

Onestamente, in un paese così, chi ve lo fa fare?

Alessandro Borghi: “Chi ce lo fa fare? Vero, non abbiamo bisogno di Newness noi due. Ti dico di più, non è necessario che la nostra azienda faccia utile, ci basta che si autosostenga e i dividendi siano opere di qualità. Chi ce lo fa fare? Non hai idea di che ritorno di umanità, di forza creativa, di propulsione di fantasia stiamo già avendo dall’humus intellettuale che stiamo vivendo con questo progetto. Non ci si rende conto di quanto creare una piattaforma che abbia al centro il talento faccia bene, quanto sia contagiosa. Alla faccia di chi ci chiamava al telefono per dire che non dovevamo farlo. Perché questo è il paese della critica libera, dei leoni da tastiera che sono usciti dai social e hanno inquinato la vita reale. Pubblica e privata. Alessandro Borghi e Guido Maria Brera hanno fatto una società di sviluppo? La prima reazione di molti è: ma chi sono, chissà che cagata sarà, perché il nuovo fa paura, terremota lo status quo. C’è chi ha pensato e detto “coi loro soldi è facile”. L’unica cosa semplice è criticare dal tuo divano quando la cosa più interessante che hai fatto è una serie brutta su Netflix. E posso dirtelo? Per me queste critiche sono formative, mi rendono più forte e determinato ma trovo assurdo che un posto in cui giovani ragazzi vengono pagati per portare idee a sceneggiatori e produttori, per rinnovare un settore, possa essere criticato, per quanto noi possiamo essere antipatici ai maîtres à penser. Credo che se non ti sta bene un’idea così hai problemi grossi, di comprensione e di esistenza su questo pianeta”.

Newness sarà anche il punto di partenza dei vostri prossimi progetti? Una factory che potrebbe diventare una società di produzione? La futura United Artists?

Guido Maria Brera: “Certo che la immaginiamo come una factory. E certo che nell’economia del progetto c’è anche la possibilità di vedere un nostro coinvolgimento diretto. Ma è un de cuius, ora quello che ci interessa è mettere in moto questa macchina e di conseguenza questo processo. Questo meccanismo virtuoso. Per farti capire: Ale lo vedono tutti come attore, ma lui ha una capacità di creazione di idee, di visione produttiva, di intervento sulla creazione, sulla narrazione e sul testo che è formidabile. Poi vuole fare una di queste storie da attore? Va bene, ma non lo facciamo per questo”.

Ora che lo scouting è finito cosa avete notato in quello che è arrivato?

Alessandro Borghi: “È stato fondamentale il lavoro di recruiting di Home means casa, che è capitanata dalla donna più intelligente che io conosca e che non mi vergogno a dire che diventerà la mia futura moglie, Irene Forti. Lei ha messo su tutto il recruiting e praticamente da sola ha letto e analizzato più di 500 mail. Io ne avrò lette un quinto. Cosa ho scoperto? Che là fuori c’è tanto, tanto talento e questo già lo sapevo, mi ha stupito che in tanti hanno un livello di scrittura altissimo, per uso della parola e capacità di narrazione. Però spesso ho trovato autocensura, o meglio ossequio alla zona di comfort dell’industria di riferimento. Sceneggiature, idee bloccate laddove già c’era già stato un successo. E ti fa paura anche la dittatura del politicamente corretto, quanto quella dell’algoritmo delle piattaforme: tutte le cose brutte sono arrivate da quelli che pensano che la legge per scrivere oggi sia seguire quanto già fatto e soprattutto avere una storia che abbia 4 maschi, 4 donne, 4 animali, molti pensano che nessuno leggerà ciò che non è apparentemente inclusivo. In realtà poi se lo leggi lo è solo matematicamente o geograficamente, inseriscono solo le loro storie in quei recinti. Ecco, ci tengo a dirlo chiaro e forte: io non avrò mai paura se il primo progetto di Newness sarà un film con sei protagonisti uomini. E sai perché? Preferisco di gran lunga concentrarmi su un nuovo progetto con sei protagoniste donne subito dopo che essere costretto a osservare la par condicio delle quote senza un valido motivo creativo. A noi non ce ne frega un cazzo di questa roba, ci interessa la bellezza, l’autenticità, l’interesse della storia. Io non voglio una storia vendibile o corretta. La voglio bella. “Se c’hai qualcosa da raccontare raccontalo, altrimenti fatti i cazzi tuoi e rimani a casa” mi diceva Claudione mio sul set di Non essere cattivo. Ecco, sono tentato di metterlo sul muro a caratteri cubitali quando avremo una sede. Che sogniamo possa essere un luogo di incontro e confronto tra menti fertili, indipendentemente dalla redditività. Anzi, vieni a parlare con i nostri ragazzi presto, farà bene a tutti. Pure a te”.

Le nostre interviste, Alessandro Borghi

Cosa ti ha colpito dei progetti?

Alessandro Borghi: “Le cover letter. Irene mi diceva sempre “leggi i progetti, poi le cover letter” altrimenti ti fai condizionare. Poi io di nascosto facevo come mi pareva e ti dico quanti ne avrei assunti solo per come si presentavano, per l’amore per il proprio lavoro che esprimevano, per il valore del loro punto di vista. Ne abbiamo potuti prendere pochi, ma è giusto cambiare il mondo con un progetto sostenibile, con la speranza che presto potremo coinvolgerne altri. Chi non ce l’ha fatta, si consoli: a me i tanti schiaffi in faccia hanno fatto bene, non scoraggiatevi”.

Consentitemi la provocazione: Newness sarà un intermediario di lusso?

Guido Maria Brera: “No, ci sono idee che abbiamo dato noi ai ragazzi. Nostri input che desideriamo vengano approfonditi”.

Alessandro Borghi: “Magari lavorando con quel paio di produttori che ci piacciono più di altri”.

Beccati. State lavorando a film e serie insieme, vero?

Alessandro Borghi: “Boris, te le dico a registratore spento altrimenti Guido mi ammazza. Diciamo che ci sono due idee molto più presenti di altre su cui vorremmo lavorare, con un grado di complessità notevole. Ti do solo due indizi: una, diciamo, è una storia ambientalista che non c’entra nulla con Don’t Look Up, ma che pone l’interrogativo su come ci comporteremmo di fronte a un evento inatteso legato al cambiamento climatico. Un’altra si fonda su un fatto vero, che non ti dico neanche sotto tortura, ma ti posso rilevare che il protagonista sarà uno che interpreta se stesso”.

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La storia al contrario

Il terrorismo israeliano e lo “spazio vitale” nazional-sionista. Nell’articolo principale Alessandro Di Battista sottolinea come sia «triste constatare quanto i discendenti delle vittime dell’Olocausto stiano, giorno dopo giorno, assomigliando sempre più ai peggiori carnefici della Storia». Greta Cristini analizza geopoliticamente i possibili scenari, mentre Luca Steinmann e Valerio Nicolosi ci raccontano la vita in Libano e in Cisgiordania con i loro reportage. All’interno Line-up, Un Podcast per capello, Ultima fila e Nel mondo dei libri, le consuete rubriche di Alessandro De Dilectis, Riccardo Cotumaccio, Marta Zelioli e Cesare Paris.

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