Ancelotti, arriverà pure un “obrigado”

Gli hanno detto grazie, poi anche thank you, merci, gracias e danke. E presto, c’è da scommetterci, si sentirà dire pure obrigado. Succede sempre, succede ovunque. La sua mentalità vincente è trasversale ai confini geografici, il suo carattere viene apprezzato a ogni latitudine. Con Carlo Ancelotti funziona così, l’investimento su di lui ha un tasso di rischio vicinissimo allo zero. Ecco perché non sorprende affatto che un Paese intero si sia fermato pur di aspettarlo e averlo alla guida della Nazionale. Purtroppo non è quella azzurra (al momento della decisione ancora saldamente in mano al poi dimissionario Roberto Mancini), ma la più affascinante e vincente in assoluto, l’unica ad aver vinto più Mondiali degli Azzurri e della Germania, secondi in questa speciale classifica a quota 4. Il “pentacampione”, o meglio ancora Pentacampeão, della storia della Coppa del Mondo è uno soltanto, il Brasile, quello che tutti, da bambini (e anche da grandi), associamo alla patria del calcio. Quello del fútbol bailado. Quello di Pelé, Garrincha, Zico, Romario, Rivaldo, Ronaldo (quello vero), Ronaldinho, Neymar e così via. Quello di Roberto Sedinho, figura mitologica di Holly e Benji. Quello delle partite improvvisate sulla spiaggia. Quello del calcio vero. Quello dei più forti.

Ancelotti, arriverà pure un "obrigado"

Ancelotti, arriverà pure un “obrigado” – Un’astinenza troppo lunga

Che però, ormai da troppo tempo non riescono più ad arrivare sul tetto del mondo, nonostante nel corso della storia della Seleçao sia stata sempre una piacevole consuetudine quella di vincere con cadenza regolare i Mondiali, l’appuntamento storicamente più atteso e sentito da tutta la nazione. L’ultima volta è stata nel 2002, quando l’allora capitano Marcos Cafu (alla terza finale mondiale della carriera), con una smorfia in stile Rocky Balboa quando grida “Adriana”, ha alzato al cielo di Yokohama la coppa più ambita e desiderata da ogni bambino che per la prima volta tira dei calci a un pallone. Quella finale il Brasile l’ha vinta 2-0 contro la Germania, con Luiz Felipe Scolari in panchina e doppietta in campo del “Fenomeno”, protagonista assoluto di quell’edizione giapponese (chiusa da capocannoniere con 8 reti). A partire da quel momento, niente più successi. Sulla panchina più prestigiosa si sono seduti Carlos Alberto Parreira (dal 2002 al 2006), Dunga (2006-2010), Mano Menezes (2010-2012), di nuovo Scolari (2012-2014), ancora Dunga (2014-2016) e Tite (2016-2022): il risultato sono state quattro eliminazioni ai quarti di finale (nel 2006 in Germania, nel 2010 in Sudafrica, nel 2018 in Russia e in Qatar nel 2022) e una, dolorosissima, in semifinale, nell’edizione giocata in casa nel 2014, venendo eliminati dai tedeschi. Un mercoledì 8 luglio passato alla storia come il Mineirazo, visto che a Belo Horizonte il Brasile è uscito sconfitto con l’umiliante risultato di 7-1, peggior risultato di sempre della storia verdeoro nella rassegna iridata. Un’onta difficile da metabolizzare e che ancora oggi rappresenta uno dei peggiori incubi di ogni brasiliano, insieme al Maracanazo del 1950, quando la Seleçao perse 2-1 a sorpresa a Rio de Janeiro la finale contro l’Uruguay.

Ancelotti, arriverà pure un “obrigado” – La scelta di affidarsi all’ex Milan

Serve assolutamente una vittoria per provare ad alleggerire quel tonfo, la cui eco continua a rimbombare nel cuore verdeoro. E deve arrivare al Mondiale, come conferma il successo in Copa América del 2019 passato quasi inosservato. Ecco perché prima di scegliere il nuovo commissario tecnico, questa volta, la federcalcio brasiliana ha deciso di prendersi tutto il tempo necessario. Ecco perché, ancora oggi, c’è un ct ad interim, Fernando Diniz, che ha preso il posto di un altro, Ramon Menezes, piazzato in quel ruolo dopo le dimissioni di Tite a seguito dell’eliminazione dagli ultimi Mondiali in Qatar. Nessuna scelta d’istinto, in questa circostanza si è scelto di usare la razionalità e di andare controcorrente, affidando per la quarta volta nella storia a un allenatore straniero la nazionale brasiliana. In quasi 110 anni di Seleçao ce ne sono stati infatti tre fino a oggi, per un totale di 7 match: l’uruguayano Ramon Platero nel 1925 (appena 4 partite), il portoghese Joreca nel 1944 (solo 2 amichevoli e in coppia col brasiliano Flavio Costa) e l’argentino Filpo Núñez nel 1965 (una sola gara). Una tradizione non così estesa e radicata, insomma. Pur di avere Carletto in panchina, però, la transizione del traghettatore si prolungherà fino al 2024, quando scadrà il contratto di Ancelotti con il Real Madrid e l’allenatore potrà iniziare l’avventura con il Brasile, per guidarlo inizialmente nella Copa América che si disputerà tra giugno e luglio negli Stati Uniti e iniziare il cammino verso il Mondiale che si terrà in Canada, Messico e Usa. Ad annunciarlo è stato direttamente il presidente della Confederazione calcistica brasiliana (Cbf), Ednaldo Rodrigues, contestualmente appunto alla nomina di Diniz come ct a tempo determinato: “Diniz guiderà la nazionale in totale autonomia. In Brasile ci sono tanti buoni allenatori e lui lo è, l’ha dimostrato, ha sempre avuto la stessa filosofia di gioco e mi è piaciuto il rinnovamento tattico di cui s’è reso protagonista. Inoltre la sua proposta di gioco è molto simile a quella dell’allenatore che assumerà l’incarico dalla Copa América, Carlo Ancelotti”.

Ancelotti, arriverà pure un “obrigado” – Gli inizi e l’etichetta un po’ troppo superficiale

È lui dunque il prescelto per risollevare la nazionale verdeoro, per portarla di nuovo a vincere. Proprio Ancelotti, che quando ha iniziato il suo percorso in panchina è stato etichettato un po’ troppo frettolosamente e superficialmente come “eterno secondo”. dopo la prima grande esperienza, quella con la Juventus. In bianconero ci è arrivato dopo la stagione del debutto da allenatore nella Reggiana in Serie B (concluso con la promozione), la 1995/96, e le due successive alla guida del Parma, club con il quale ha ottenuto un prestigioso secondo posto in classifica in Serie A proprio dietro alla Vecchia Signora. A Torino ci è rimasto tre anni, il primo subentrando in corsa e gli altri due conclusi in entrambi i casi in seconda posizione. Troppo poco per i tifosi juventini, che non lo hanno mai veramente amato, portandolo così all’addio per trasferirsi la stagione successiva (a campionato in corso) al Milan. Una scelta che ha rappresentato la svolta della sua carriera. Nel corso della sua permanenza in rossonero durata 8 lunghi anni, Carletto ha vinto uno Scudetto (2004), due Champions League (2003, 2007), due Supercoppe europee (2004, 2008), una Coppa del Mondo per club (2008), una Coppa Italia (2003) e una Supercoppa italiana (2005). Non esattamente un “eterno secondo”, insomma. E dopo aver dimostrato di essere un vincente in Italia, prendendosi il meritato “grazie” da parte dei tifosi del Milan, ha vestito i panni di “Carlo Magno” e ha deciso di espandere il suo raggio d’azione in tutta Europa.

Ancelotti, arriverà pure un “obrigado” – Carlo Magno alla conquista dell’Europa

Salutato il club rossonero al termine della stagione 2008/2009, chiusa al terzo posto, ha accettato l’anno successivo la corte del Chelsea per provare la sua prima esperienza internazionale in Premier League: un debutto inglese iniziato con la vittoria in campionato, del Community Shield e della FA Cup. Rimasto a secco nella stagione seguente, ma essendosi già preso il “thank you” dei Blues, ha capito che era arrivato il momento di cambiare di nuovo, questa volta per trasferirsi in Francia, alla guida del Psg, subentrando nel gennaio 2012 e chiudendo al secondo posto. L’anno seguente, il primo iniziato dal principio in panchina con i parigini, ecco la vittoria della Ligue 1. È valsa il “merci” dei francesi e il passaggio a un nuovo territorio da esplorare e conquistare, quello spagnolo, per prendere il comando del Real Madrid. Un biennio, vissuto dal 2013 al 2015, che ha chiuso senza vincere il campionato (ma quello arriverà dopo, tranquilli), ma con una “banale” Champions League (la Decima), una Copa del Rey, una Supercoppa europea e una Coppa del Mondo per club. Ottenuto il “gracias” dei Blancos, la brama di conquiste di Ancelotti ha spostato l’obiettivo sulla Germania, “invasa” alla guida del Bayern Monaco. Anche su questa panchina ha fatto centro al primo colpo, vincendo la Bundesliga e la Supercoppa tedesca. Quest’ultima l’ha bissata pure l’anno successivo, prima di essere esonerato un po’ troppo frettolosamente dopo appena 10 partite complessive. Poco importa, un’altra bandiera nel suo personale RisiKo! è stata piazzata, così come il “danke” ricevuto dai tifosi bavaresi inserito nel curriculum. A seguire ci sono state poi due parentesi senza trofei con Napoli ed Everton, prima del grande ritorno, ancora in corso, al Real Madrid: lì ha vinto la Liga, un’altra Champions League, una Supercoppa europea, una Coppa del Mondo per club e due volte la Supercopa de España. Un elenco che proverà ad aggiornare in questa stagione, prima di provare a imporsi pure dall’altra parte dell’Oceano Atlantico.

Ancelotti, arriverà pure un "obrigado"

Ancelotti, arriverà pure un “obrigado” – Un connubio che sa di perfezione

Un connubio che quindi si realizzerà tra un anno. E le sensazioni di tutti lasciano pensare che rasenterà la perfezione. Il Brasile ha sempre rappresentato la quintessenza del calcio romantico e creativo, ed è difficile immaginare una figura più adatta di Ancelotti per continuare questa tradizione. L’idea di vedere l’uomo che ha guidato alcune delle squadre più iconiche al mondo seduto sulla panchina verdeoro è affascinante quanto stimolante. La possibilità di mettere il suo tocco tattico unico al servizio di talenti come Neymar, Vinicius Jr. e Rodrygo potrebbe essere un atto finale di maestria per un allenatore che ha dimostrato di avere un’anima poetica nel modo in cui affronta il gioco. Carletto ha dimostrato di essere un allenatore capace di unire l’arte e la scienza del calcio in modo unico. E la sua esperienza unica potrebbe portare nuova linfa alla Seleção, facendo in modo che un calcio profondamente emotivo come quello brasiliano si fonda con la sua sapienza tattica e la sua mentalità vincente. Se poi si ritrovasse a giocare una finale mondiale, magari proprio contro la sua Italia, allora ci si ritroverebbe di fronte a un epilogo degno di un romanzo calcistico. Quello però magari ce lo risparmieremmo tutti volentieri. Perché quando Carlo Magno si trova così vicino a un obiettivo difficilmente fallisce. E poi, in Brasile, sono già tutti pronti a dire obrigado.

(foto copertina LaPresse)

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