Better Call Saul e la rivincita degli spin off

Breaking Bad è stupenda ma dovresti vedere Better Call Saul, in alcuni momenti la supera pure”. Più o meno cinque anni fa, davanti a un’esclamazione simile, avremmo strabuzzato gli occhi e deriso l’autore di tale abominio. Tra le serie televisive storicamente intoccabili – insieme a Twin Peaks, Lost (finale escluso) e la prima di True Detective – la creatura di Vince Gilligan la fa da padrone: cinque stagioni perfette in netta e costante crescita; scrittura impeccabile; interpretazioni magistrali e soprattutto zero cali sul più bello. Epilogo straordinario, tale da ricevere gli applausi del mondo intero e rendere la parabola di Walter White (da professore di chimica affetto da tumore a re della metanfetamina) la più apprezzata dalla critica. Gilligan nasce in Virginia, a Richmond, sulla west coast americana. Si laurea alla Tisch School of Art di New York, a Broadway, in quella che è ritenuta una delle migliori strutture negli Stati Uniti. Lavora per anni con caparbietà e dedizione senza trovare grosse soddisfazioni, fino a conquistare un ruolo da sceneggiatore per X Files. Non basta, a quarant’anni serve una svolta.

L’intuizione arriva nel momento di crisi peggiore sul piano economico e creativo: “Io ed un mio amico stavamo scherzando al telefono su cosa avremmo dovuto fare dopo. ‘Potremmo installare un laboratorio di meth nel retro di un camper, cucinare meth e guidare verso sud-ovest’ E quell’immagine…non so, mi è rimasta impressa.” Una battuta destinata a segnare per sempre la serialità statunitense nel lungo viaggio di scrittura e riprese (2007-2013) e non solo, pure nella sua eredità. Come ogni prodotto capace di definire un’era, Breaking Bad innalza la qualità della concorrenza invitando produttori e autori a liberarsi di alcune logiche creative da vhs, ormai già viste e impolverate. Con la sua distribuzione AMC – complice il successo di Med Men e The Walking Dead – raggiunge quasi il 90% delle famiglie americane costringendo tutti nell’ambiente a svegliarsi. Bryan Cranston, Aaron Paul, gli altri protagonisti del cast artistico e tecnico ricevono 58 nomination agli Emmy Awards vincendone 16. Un trionfo, nonostante la nascita del fenomeno Game of Thrones. Finisce il lungo viaggio e sembra davvero impossibile migliorarsi eppure, alle porte del 2015 e nel suo periodo di massimo successo, Netflix cala l’asso annunciando Better Call Saul, prequel incentrato sulla trasformazione di un altro protagonista della serie madre: Jimmy McGill, in arte Saul Goodman.

Better Call Saul e la rivincita degli spin off

Vince e Peter, verso l’infinito e oltre

Per tenere alta l’asticella di un lavoro una regola è certa: mai isolarsi. Gilligan lo sa e nel corso degli anni osserva collaboratori di penna e videocamera, dando sempre maggior fiducia a Peter Gould. L’autore newyorkese prima scrive e poi dirige alcuni episodi di Breaking Bad fino a diventare spalla destra del capo. Stavolta, a tuffarsi in una nuova avventura, è una coppia e non un solo leader al comando. Nell’epoca delle piattaforme online, dei sequel, dei reboot e degli spinoff un’operazione simile è destinata da subito a scetticismi di ogni sorta. Non contano tanto i dubbi dei fan – immancabili davanti alla portata di un fan service esasperato, vedi Guerre Stellari – quanto le oggettive difficoltà di una missione che sembra impossibile: donare qualità a un figlio di Breaking Bad. Il personaggio di Saul è complesso: avvocato scaltro e scorretto, teatrale e dal passato oscuro; amato dalla malavita e disprezzato dalle forze dell’ordine, riesce sempre a salvare in corner i suoi clienti.

Lo scopo di Gilligan e Gould è spiegare come, ancora una volta, nasce il mostro da un background colmo di umanità. Un fac simile di Walter White, ironizza qualcuno. Una visione evitabile, ipotizzano altri. I due produttori e autori, forti della convinta collaborazione dell’attore protagonista Bob Odenkirk, stanno in realtà costruendo il nuovo colpo silenziosamente, a modo loro. Senza chiamare subito il colpo di scena. Ignorando, almeno all’inizio, facili riferimenti e occhiolini al pubblico. Better Call Saul è sì una serie connessa all’universo Breaking Bad, è sì uno spin off prequel, risponde sì allo stesso padre artistico ma è una creatura a parte. Da attenzionare particolare per particolare.

Come, non cosa

Il personaggio di Jimmy si sviluppa sotto la frustrazione di un fratello maggiore perfetto nel lavoro e nella morale, meno nel rapporto emotivo con la sua famiglia. Chuck è l’avvocato ideale, fonda uno degli studi legali più prestigiosi del New Mexico – l’Hamlin Hamlin McGill – e negli anni azzecca un colpo dopo l’altro. Tra le sue missioni c’è quella di allontanare il fratello minore dall’avvocatura. La conoscenza del suo lato oscuro è troppo grande da permettergli l’ingresso ufficiale nella legalità. Quel cognome deve restare pulito a tutti i costi. Jimmy, che eppure ha buone intenzioni, finisce per lasciarsi mangiare dalle sue storture realizzando il più prevedibile degli identikit. Restando alla sinossi ufficiale niente di sorprendente. Jimmy diventa Saul, beh? Eppure, come con Breaking Bad, è il come a contare e non il cosa. Sin dalla prima stagione ogni puntata si prende i suoi tempi regalando al pubblico inquadrature solo apparentemente insignificanti ma poi cruciali nella soluzione della trama.

Ciò che colpisce sin da subito, nella gestione dei racconti, è l’estrema lentezza degli sviluppi. Non è una pedalata a vuoto anzi, trattasi di un incessante cammino nel mondo della sceneggiatura studiata nei minimi particolari. Il ciclo di una puntata si esaurisce coerentemente lasciando intendere un disegno più ampio ma  imprevedibile. Non v’è esca o cliffhanger che appaiano superficiali o buttati lì: l’opera è un insieme di mattoncini posati al millimetro l’uno sopra gli altri senza il sostegno di cemento armato. Va tutto così bene a incastro che lo scorrere degli eventi, tanto irregolare ma realistico, sembra identico alla vita reale. La nostra vita reale, certo vi auguro con meno reati.

L’amore inusuale

Se in Breaking Bad non c’è spazio per Saul e il suo rapporto con l’altro sesso, nella serie a lui dedicata non solo un amore c’è ma è pure uno dei più glaciali di sempre. Kim Wexler è uno degli avvocati più talentuosi di Albuquerque, riceve attestati di stima dai suoi capi ed è nelle grazie della HHM. L’attrazione per Jimmy arriva da subito ma fatica a ingranare. La fama lo precede e lei, tosta e del tutto dedita al lavoro, impiega tempo a lasciarsi andare. Affianca il compagno se vittima di ingiustizie, lo supporta se impegnato in una giusta causa, resta colpita dall’energia che emana ma soprattutto dalla sua creatività. Inizialmente nel bene, poi anche nel male.

Proprio qui viene demolita la prima, prevedibile fase che colpisce le più celebri first lady del mondo cinematografico e/o televisivo: quella del ripudio. Kim non condanna né complica i piani del partner: lo consiglia e lo salva. All’estro di Jimmy si unisce il suo cinismo e la coppia spicca il volo. Un’incognita grossa come una casa c’è eccome e grava sul futuro del personaggio, del tutto assente in Breaking Bad. Dalla seconda serie in poi, colta l’importanza del ruolo e della connessione tra i due, la domanda è sempre la stessa: quale sarà l’epilogo di questa storia d’amore, se ci sarà? Alcuni ipotizzano possa restare ben presente nell’ombra, pronta a tramare dietro le quinte per continuare a tenere le fila del gioco. Altri restano convinti di una sua tragica morte. Scontato, viste le premesse. No?

Tracce di Breaking Bad

Inevitabili i riferimenti alla serie madre, da Mike Ermenthraut al grande ritorno di Gianfranco Esposito nei panni di Gus Fring. Anche se meno presente, lo storico capo de Los Pollos Hermanos deve far fede a tutta la sua lungimiranza per restare paziente di fronte all’arroganza dei Salamanca. Lalo, in particolare, è il villain di maggior successo della serie. I tratti del suo personaggio sono straordinari: spietato assassino, accattivante stratega e straordinario capofamiglia. Intorno a lui ruota la lenta e inesorabile lotta all’uomo dei polli, da sempre malvisto nelle stanze del cartello. Ampio spazio a Mike, l’uomo di fiducia di Gus tanto impeccabile quanto legato alla nipotina che protegge con la massima cura in ogni momento. La fragile alternanza tra criminalità e affetti sembra non toccarlo ma nel profondo del suo cuore cova profondo dolore. Le scene action a lui collegate sono pura goduria.

Better Call Saul e la rivincita degli spin off

Un anziano spacca culi, cosa chiedere di meglio? Nel lancio della sesta e ultima stagione i produttori della serie non nascondono il grande ritorno di Walter e Jesse, i due protagonisti di Breaking Bad. Un momento iconico già sulla carta, figuriamoci su schermo. I personaggi minori pescati da Breaking Bad si contano a fatica: da Francesca, l’assistente di Saul, ai gemelli Salamanca. Gilligan non nasconde la passione per l’autocitazione e se la gioca sempre e costantemente nel migliore dei modi. Torna sempre tutto, anche nei piccoli cameo. Si fa fatica a riconoscerli tutti, ecco perché un rewatch è d’obbligo.

Il gran finale

Si è conclusa pochi giorni fa la prima metà dell’ultima stagione, con sette episodi – uno a settimana – rilasciati da Netflix in Italia. A metà luglio scatta il gran finale atteso da anni, il collegamento tra due delle storie più amate e seguite di sempre. A prescindere da come andrà (e supponiamo bene) alcuni dati sono certi: da quando Vince Gilligan è sceso in campo è possibile non solo chiudere due serie televisive di seguito in crescendo ma ripetersi pure in termini di qualità creativa e registica. Su tutte, la miglior vittoria personale riguarda il vituperato concetto di spin off.

Da Better Call Saul in poi è legittimo – quasi doveroso – lasciarsi alle spalle l’approccio scettico nei suoi confronti e anzi accoglierlo nel migliore dei modi. Perché se era vero che uno spin off non offendeva in alcun modo il prodotto madre prima, oggi è giusto poter dire che può addirittura migliorarlo. Cinque anni fa avremmo strabuzzato gli occhi se ci avessero detto: “Better Call Saul” vale “Breaking Bad“. Oggi ne siamo entusiasti. Gli occhi, semmai, li teniamo lucidi per il finale.

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