Blonde: desiderata da molti, ignorata da tutti

È l’evento cinematografico della stagione, più volte rinviato a causa della pandemia, che doveva svelarsi al Festival di Cannes e che invece vedremo alla Mostra del Cinema di Venezia il 9 settembre. Si tratta della prima produzione vietata ai minori (NC-17) prodotta da Netflix: l’attesissimo biopic, tratto dal romanzo di Joyce Carol Oates, diretto da Andrew Dominik su Marilyn Monroe Blonde. Ha dichiarato il regista: «Avevo voglia di descrivere una vita attraverso il prisma dei traumi e delle false convinzioni dell’infanzia». Supportato dalla stessa scrittrice: «Non avrei mai pensato che un regista, maschio, potesse immergersi con tale profondità nella coscienza femminile». Blonde è un lungometraggio atteso da tempo, nel vero senso della parola, da quando la piattaforma di streaming statunitense ne ha annunciato la produzione nell’ormai lontano 2016. Oggi Marilyn sarebbe la nonna o addirittura la bisnonna di molti abbonati Netflix per i quali Marilyn, la sua vita, il suo corpo e il suo lavoro, appartengono al passato. In realtà, il regista neozelandese Andrew Dominik ha lavorato al progetto per quasi tre lustri, nel corso dei quali ha cambiato due volte l’attrice protagonista (Naomi Watts e Jessica Chastain) prima di scegliere in via definitiva la cubano-ispanica Ana de Armas.

La storia di una star

Norma Jeane Baker nasce a Los Angeles il 1° giugno 1926, il nome Marylin Monroe – che non hai mai particolarmente amato – le verrà imposto da Ben Lyon, un produttore della 20th Century Fox, convinto che l’allitterazione delle M le avrebbe portato fortuna. Figlia indesiderata di un padre svanito nel nulla prima della sua nascita, e di Gladys, una donna instabile a cui verrà presto diagnosticata una schizofrenia paranoica, Norma trascorre la maggior parte della sua infanzia tra case-famiglia e orfanotrofi. Ecco i traumi evocati dal regista. Per quanto riguarda le false convinzioni, Mamma Gladys le raccontava che il padre assente, a suo dire bello come Clark Gable, teneva sempre con sé una foto dell’amata figlia e che un giorno, certamente, sarebbe tornato da lei. Non viene difficile comprendere che Norma Jeane, che si rivolgeva ai propri mariti chiamandoli Daddy (papino), era alla ricerca di una figura paterna protettiva. Si capisce bene perché in Come sposare un milionario sussurrasse: «Il mio cuore appartiene a papà, you know il proprietario…». Blonde, partendo dal voluminoso bestseller uscito nel 2000 (un romanzo, non una biografia), non offre una lettura agiografica del personaggio, descrivendo gli episodi più edificanti della sua vita. Racconta un destino che, al netto di alcuni dettagli, potrebbe accomunare tante donne che cercando l’amore si trasformano in grandi seduttrici. Aiutata da una fisicità prorompente e da un innato sex appeal, Norma Jeane sarà adorata, ambita, desiderata e posseduta da molti amanti, incluso il presidente del proprio Paese, ma morirà a soli 36 anni – esattamente sessanta anni fa – senza che nessuno sia mai riuscito a parlare veramente alla sua anima

Blonde: desiderata da molti, ignorata da tutti

La trama

Il film, in ben 166 minuti, sposa in pieno la visione di Joyce Carol Oates, che paragona Marilyn Monroe a Emma Bovary: «Entrambe sono giovani donne con una visione molto romantica e probabilmente irrealistica dell’amore. Marilyn era così insicura, così esigente, che amarla, o anche solo aiutarla, era difficile per chiunque. Molti uomini, tra cui il suo secondo marito, il giocatore di baseball Joe DiMaggio, ci provarono, ma poi si ritrassero per paura». Per quanto “inattendibile” sotto il profilo biografico, in virtù del suo taglio romanzato, Blonde incorpora alcune scene in bianco e nero allo scopo di ricreare in dettaglio alcune immagini o scene famose della vita di Marilyn, alcune delle quali erano appunto non a colori. Dominik restituisce immagini ormai diventate universali che assumono un diverso significato: fare appello alla memoria collettiva che si ha di Marilyn ma, allo stesso tempo, dare la sensazione di voler sfuggire a questa immagine.

Del resto, la provocazione più grande è fornita propria dalla strepitosa (e mimetica) interpretazione di Ana de Armas, a causa del suo accento cubano, che non corrisponde al tono di voce particolare di Marilyn Monroe. Quasi una provocazione, ma subito accolta dagli eredi della diva, che hanno difeso la prestazione dell’attrice, sostenendo che qualsiasi interprete che si imbarca in questo ruolo sa quanto sia una sfida difficile. Già solo semplicemente guardando il trailer, Ana appare da subito un’ottima scelta per il casting, perché cattura il fascino, l’umanità e la vulnerabilità di Marilyn. Il film propone alcune sequenze sessualmente esplicite (di una sessualità infelice, in situazioni ambigue), ma non è vero che si tratta di scene scioccanti, come vuol far intendere la promozione, così come Dominik ha esagerato quando ha dichiarato che «Blonde è un film per tutti i bambini non amati del mondo. È come se Citizen Kane e Raging Bull avessero avuto una bambina insieme». Per buona pace di Orson Welles e Martin Scorsese!

Tra i più attesi alla Mostra del Cinema di Venezia

Ancora pochi giorni e si avranno le prime reazioni di critica e pubblico su di un’opera, in fondo molto furba, che utilizza tutta l’iconografia e le immagini che si conoscono di Marilyn Monroe – i film, le foto della sua vita – per modificarne il significato saldandole al suo dramma personale. Un dramma sull’inconscio a capofitto nella tragedia. Al momento Joyce Carol Oates, che ha potuto vedere una copia-lavoro di Blonde, ha dichiarato che è «sensazionale, un capolavoro. È sorprendente, brillante, molto inquietante e totalmente femminista»: ammissione non da poco dato che, generalmente, gli scrittori raramente si riconoscono negli adattamenti cinematografici delle loro opere.

Blonde: desiderata da molti, ignorata da tutti

In fondo tutto il film verte su un preciso dualismo: Noma Jeane e la sua “doppiatrice cinematografica” Marilyn Monroe: sullo schermo allegria e happy end, nella vita droga, depressione, amori impossibili. Perché, come ha dichiarato Michelle Williams – candidata all’Oscar per la sua convincente interpretazione della diva in Marilyn (2011) -: «Ho scoperto che Marilyn Monroe non esisteva. Era una parte che Norma Jeane interpretava». Ora tutti i fari sono su Ana de Armas, deve riuscire ad eguagliare chi l’ha preceduta e restituire Norma Jeane partendo dalle numerose infedeltà del romanzo ispiratore, perché “Marilyn Monroe esiste solo sullo schermo”. Certo è che l’attrice cubana, quasi prigioniera in un horror-film, sembra “invasa” dalla sua tragica eroina, nel contesto di una trasformazione oggettivamente spettacolare. A intermittenza, furtivamente, attraverso uno sguardo, un sorriso, sembra di vedere la vera Marilyn Monroe.

In una cosa, almeno, sembra che Dominik abbia indiscutibilmente centrato il bersaglio, nel narrare la più grande icona femminile del XX secolo: per gli uomini, oggetto del desiderio sessuale con un disperato bisogno di essere salvata; per le donne, incarnazione di tutte le ingiustizie inflitte all’universo femminile. Una Cenerentola protagonista della fiaba su una bambina orfana che si è persa nella foresta tentacolare di Hollywood. Chissà, avrebbe potuto essere l’eroina di una delle tante creazioni di Walt Disney.

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Mai più

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