Cop27 inefficace, la Terra soffre ancora

Due settimane non sono state sufficienti. Sono servite trenta ore in più per raggiungere l’accordo e scongiurare il fallimento della Cop27, la più grande conferenza globale sul clima delle Nazioni Unite, che riunisce capi di Stato, organizzazioni non-profit, leader d’impresa e attivisti per intraprendere azioni. Lo scopo? Il raggiungimento degli obiettivi climatici collettivi come concordato nell’Accordo di Parigi del 2015, tra tutti l’impegno di limitare ben al di sotto dei 2 °C il riscaldamento medio globale rispetto al periodo preindustriale, puntando a un aumento massimo della temperatura pari a 1,5 °C.  Il summit di quest’anno, a Sharm el-Sheikh, si è chiuso con qualche soddisfazione per i Paesi più poveri e vulnerabili che hanno ottenuto – dopo anni di richieste – il fondo ristori per le perdite e i danni: Loss and Damage. Più in generale, però, la conferenza si è chiusa lasciando delusi la gran parte degli enti e dei Paesi partecipanti per i pochi progressi registrati rispetto alla Cop26 dell’anno scorso a Glasgow

Cop27 inefficace, la Terra soffre ancora

La sofferenza del Pianeta

La Cop sul clima è un appuntamento atteso che ricorre ogni anno. Ancora più urgente in questo 2022, che finora ha messo a dura prova diversi Paesi sottoposti a fenomeni estremi, come alluvioni, trombe d’aria e terremoti, che hanno causato centinaia di vittime. Tra i sintomi più evidenti, l’aumento della temperatura media, che nel 2022 è di circa 1,15 °C sopra i livelli pre-industriali (cioè la temperatura media del periodo 1850-1900). Lo ha rivelato il rapporto “Stato del clima globale nel 2022” dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), diffuso in occasione dell’apertura della Conferenza. Questo dato, dovuto all’aumento della concentrazione dei gas nell’atmosfera, comporta una serie di catastrofi naturali: dallo scioglimento delle calotte polari e dei ghiacciai, all’innalzamento dei mari, passando per la desertificazione e l’estinzione di centinaia di specie vegetali e animali. In Svizzera, per esempio, c’è stata una riduzione del 6% del volume dei ghiacciai; in Antartide a febbraio è stata registrata la minor estensione dei ghiacci da quando vengono fatte le rilevazioni: 1 milioni di km quadrati sotto la media degli ultimi decenni. Il livello dei mari, invece, proprio a causa dello scioglimento dei ghiacci è di 10 millimetri in più rispetto al 2020. Un aumento del 10% negli ultimi 30 anni, potenzialmente molto dannoso per tante aree terrestri che potrebbero sparire poiché sommerse. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute (Oms), il cambiamento climatico è per l’uomo la più grande minaccia per la salute. Si stima che nel ventennio 2030-2050, tale fenomeno causerà circa 250.000 morti in più ogni anno, come conseguenza dell’aumento di malnutrizione, malaria, malattie infettive ed esposizione a ondate di calore. Preoccupano sempre di più, tra l’altro, le ripercussioni sull’alimentazione. La siccità degli ultimi mesi ha ridotto un po’ in tutto il mondo la produzione e a risentirne sono soprattutto le persone che già hanno poco cibo a disposizione. Attualmente 19 milioni di persone nell’Africa orientale soffrono la fame. Queste sono solo alcune delle enormi problematiche che il Pianeta sta vivendo e che richiedono l’impegno comune di tutte le Nazioni affinché lo stato di salute della Terra migliori. Motivo per cui siamo arrivati alla ventisettesima edizione di questa conferenza.

Gli accordi e i mancati accordi nel documento finale

 Al termine di quattro ore di assemblea plenaria notturna, il 20 novembre è stato approvato il tanto atteso documento finale, l’esito di 14 lunghi giorni di incontri, tavoli e dibattiti. La novità principale è la decisione di istituire un fondo ad hoc per i ristori delle perdite, ossia le vittime, e i danni causati dal riscaldamento globale nei Paesi più poveri e vulnerabili, chiamato Loss and Damage. Inoltre, è previsto un sistema di primo allarme per gli eventi meteorologici estremi in tutte le Nazioni del mondo, come le devastanti alluvioni che nei mesi estivi hanno distrutto territori come il Pakistan e l’Australia. Per l’attuazione del Loss and Damage verrà nominato un Comitato transitorio – la cui prima riunione dovrebbe essere a marzo 2023 – che preparerà un progetto da presentare alla Cop28 del prossimo anno, a Dubai. Lo scopo è farlo approvare e quindi farlo entrare in funzione in occasione della prossima conferenza. Il fondo, fortemente voluto dai Paesi emergenti e in via di sviluppo del G77 (un’organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite formata da 134 Paesi del mondo, principalmente quelli in via di sviluppo) più la Cina, è stato fortemente ostacolato dai grandi, fra tutti Stati Uniti e Unione Europea, motivo per cui ci sono volute trenta ore in più per mettere d’accordo le parti e redigere l’atto finale. Usa e Ue avevano particolari timori sulle responsabilità legali e su questioni finanziarie legate all’istituzione di questo nuovo strumento, pertanto ne avrebbero preferiti altri già esistenti. È stata la Cina ad assumere un ruolo determinante, portando Bruxelles e di conseguenza Washington a cedere. Il documento, tra l’altro, nota con “seria preoccupazione” che non è stato ancora istituito il fondo da 100 miliardi all’anno previsto dall’Accordo di Parigi per aiutare i Paesi meno sviluppati nelle politiche climatiche. Fondo che, probabilmente, non arriverà prima di un anno. La Cop ha poi riconosciuto il ruolo fondamentale dei giovani, delle donne e delle comunità indigene nella lotta alla crisi climatica. Molti dei popoli indigeni, infatti, hanno un ruolo fondamentale nella preservazione della biodiversità, che a sua volta è indispensabile per mitigare il cambiamento climatico e assicurare la sopravvivenza della specie. Molti indigeni difensori del territorio, per esempio quelli messicani, vengono spesso perseguitati e intimiditi dal Governo o da altre autorità, e perfino uccisi. Secondo il report dell’organizzazione non-profit Global Witness, “il Messico era il paese con il più alto numero registrato di uccisioni, con i difensori dell’ambiente assassinati ogni mese, per un totale di 54 morti nel 2021 rispetto ai 30 dell’anno precedente”. Ad alcuni temi è stata data meno attenzione del previsto. Tra questi la tutela di oceani e foreste, su cui erano attesi degli incontri di alto livello che però sono stati annullati. Sulla deforestazione è stato particolarmente importante il discorso del neo-eletto presidente del Brasile Luis Ignacio Lula, intervenuto come “osservatore” poiché deve attendere il prossimo gennaio per entrare ufficialmente in carica come nuovo presidente del Brasile.

Cop27 inefficace, la Terra soffre ancora

Accolto con clamore, Lula ha rassicurato: “Fermeremo la deforestazione dell’Amazzonia, che negli anni di Bolsonaro è cresciuta del 73%. E puniremo severamente tutte le attività illegali, da quelle agricole a quelle minerarie, che mettono a rischio la foresta pluviale”. Il nuovo presidente, oltre che sferrare pesanti accuse contro il suo predecessore, ha dato ampio sostegno al Loss and Damage e ha candidato ufficialmente il Brasile a ospitare la Cop30, quella che si terrà nel 2025, data molto importante in quanto coincide con la scadenza di alcuni piani prefissati negli Accordi di Parigi. Tra gli altri temi affrontati nel documento finale, nonché uno dei più discussi, il riscaldamento globale, sui quali progetti i Paesi chiedono di aumentare i fondi. In particolare, per arrivare a zero emissioni nette di co2 nel 2050 sarebbe necessario investire fino al 2030 almeno 4.000 miliardi di dollari all’anno rinnovabili e altri 4-6.000 miliardi di dollari in economia a basse emissioni. Una questione particolarmente controversa quest’anno, quella dell’emissione di co2. Il conflitto in Ucraina, infatti, oltre al tragico costo umano, ha avuto un pesante impatto sull’ambiente. Da alcuni studi emerge che gli apparati militari sono responsabili dell’emissione del 5% di anidride carbonica globali e purtroppo queste emissioni non sono regolamentate da nessun accordo sul clima. Poi ci sono gli effetti sul clima delle sanzioni economiche: l’aumento del prezzo del gas russo da cui molti Paesi dipendono fa sì che tali Nazioni cerchino un’alternativa al gas russo in combustibili fossili altamente inquinanti, ostacolando gli obiettivi di riduzione posti nella COP-26. La riduzione delle emissioni è stata considerata un vero flop di questa edizione egiziana. Molti Stati hanno denunciato quello che considerano un passo indietro rispetto alle ambizioni prefissate nelle precedenti conferenze, poiché, per esempio, nel documento rintracciano un velato riferimento ai benefici del gas naturale come energia a basse emissioni, nonostante sia considerato come uno dei principali fattori che contribuiscono al cambiamento climatico. Ciò ha lasciato particolarmente insoddisfatto il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ha ribadito: “La linea rossa che non dobbiamo superare è quella che porta il nostro pianeta oltre il limite di 1,5 gradi di temperatura”.

La decarbonizzazione, un traguardo ancora troppo lontano

I risultati raggiunti hanno scatenato la reazione, per lo più insoddisfatta, di enti e istituzioni, in primis i vertici di Bruxelles. “Cop 27 segna un piccolo passo verso la giustizia climatica ma serve molto di più per il pianeta. Abbiamo trattato alcuni sintomi ma non curato il paziente dalla febbre” ha detto il Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen in un comunicato che reclama la mancata dimostrazione di un impegno sulle emissioni. Von der Leyen ha ribadito ancora una volta l’impegno dell’Ue a prendersi cura della Terra, in particolare attraverso il Green Deal europeo e RePowerEu, una serie di iniziative politiche proposte dalla Commissione europea con lo scopo di raggiungere la neutralità climatica in Europa entro il 2050. Negativo anche il giudizio di Frans Timmermans, il vicepresidente della Commissione europea che, chiudendo la conferenza, ha chiesto ai suoi interlocutori di “riconoscere che tutti abbiamo mancato nell’azione per minimizzare le perdite e i danni. Avremmo dovuto fare molto di più, e questo vuol dire ridurre le emissioni molto più rapidamente”, e ha aggiunto: “Qualcuno ha paura della transizione, dei costi del cambiamento. Io capisco tutte queste preoccupazioni, molti europei le condividono. Ma io voglio chiedere a tutti i colleghi di trovare il coraggio di superare questo, e io tendo la mano a voi per aiutarvi. Abbiamo già perso un sacco di tempo. Ritroviamo la spinta che abbiamo avuto a Glasgow, difendiamo le ambizioni di Glasgow. Noi oggi cominciamo a preparare la Cop del 2028”. Non solo l’Unione Europea, anche le Nazioni Unite hanno mostrato la loro insoddisfazione, a partire dal Segretario generale Antonio Guterres, che ha parlato di un “Paese ancora in rianimazione” e ha esortato le parti ad essere particolarmente ambiziose in materia di perdite e danni e di riduzione delle emissioni. Evidente anche la delusione dei vari enti. Mariagrazia Midulla, responsabile clima ed energia del Wwf Italia ha ritenuto “l’accordo sul Loss and Damage un passo positivo, ma rischia di diventare un fondo per la fine del mondo se i Paesi non si muoveranno molto più velocemente per ridurre le emissioni e limitare il riscaldamento al di sotto di 1,5 °C” – ha commentato di ritorno dall’Egitto. “Non riuscendo a inserire nessun riferimento nelle decisioni finali della Cop27, i leader hanno perso l’occasione di accelerare l’eliminazione dei combustibili fossili, così continueremo ad andare dritti contro il muro delle conseguenze più catastrofiche della crisi climatica”, ha aggiunto Midulla.

Cop27 inefficace, la Terra soffre ancora

Sulla stessa linea Legambiente che, seppur soddisfatta per l’accordo sul Loss & Damage, sottolinea l’incapacità della Cop di affrontare la causa principale della crisi, ovvero la dipendenza dai combustibili fossili. Secondo gli ultimi rapporti dell’Ipcc e della Iea, per raggiungere l’obiettivo di 1,5 °C, le emissioni devono diminuire entro il 2030 del 43% rispetto ai livelli del 2019. Per questo, il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, ha sottolineato la necessità di attuare la decarbonizzazione del settore elettrico con l’eliminazione del carbone, entro il 2030 per i Paesi Ocse ed entro il 2040 a livello globale. Anche Greenpeace si è detta soddisfatta dell’istituzione del fondo, che ritiene “una base importante per la giustizia climatica”, ma è stata altrettanto critica nei confronti dei Governi che non sono riusciti ancora a svincolarsi dalla “morsa dei combustibili fossili”. Yeb Sano, direttore esecutivo di Greenpeace sud est asiatico e capo della delegazione di Greenpeace presente alal Cop ha sottlineato: “Affrontare il cambiamento climatico e promuovere la giustizia climatica non è un gioco a somma zero. Non si tratta di vincitori o vinti. O facciamo progressi tutti o perdiamo tutti. Anche per Slow food, associazione internazionale no profit impegnata a ridare valore al cibo, la Cop27 “non è riuscita a consegnare un piano ambizioso per il futuro del cibo, ma la lotta continua”. Questi sono solo alcuni dei commenti critici arrivati da ogni parte del mondo nei confronti dei risultati raggiunti in Egitto. Il fatto che in 12 mesi non siano stati compiuti passi avanti è preoccupante, perché la Terra non giustifica la nostra lentezza e disattenzione. Per evitare un inferno climatico la decarbonizzazione rimane la via principale da perseguire, sebbene contingenze esterne come il conflitto tra Russia e Ucraina arricchiscano la strada di ostacoli. Si spera dunque che, in occasione della Cop28 del 2023 a Dubai, gli sforzi e le parole dei Paesi firmatari si trasformino finalmente in programmi concreti.

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