Cosa resta dei rifugiati afghani

Secondo gli ultimi dati comunicati dal governo iraniano, nella Repubblica islamica dell’Iran vivono 800.000 rifugiati, di cui 780.000 afghani e 20.000 iracheni. Anche se si stima che i numeri siano ben diversi con oltre 2 milioni di afghani senza documenti e quasi 600.000 titolari di passaporto afghano tra i confini iraniani. A peggiorare ancora di più le cose, la caduta di Kabul e del Paese in mano ai talebani nell’agosto 2021: sono bastati attimi per capovolgere gli oltre 20 anni di missione internazionale in Afghanistan gettando il Paese nella paura e costringendo i più a cercare una via di fuga. Molti di loro nel vicino Iran: un altro milione di rifugiati hanno attraversato il confine occidentale verso la Repubblica Islamica tutt’altro che pronta ad accogliere chi fuggiva – l’UNHCR parla di quasi 3 milioni e mezzo di rifugiati afghani in Iran. Una giovane iraniana, direttrice di una Ong che si occupa da anni di aiutare i rifugiati, racconta a Il Millimetro il panico e la frustrazione iniziale di quel 15 agosto 2021. Il lavoro di 365 lunghi giorni senza la possibilità di richiedere reali aiuti dal Governo e mettendo a rischio anche la propria incolumità per il solo desiderio di immaginare il futuro e le sorti di un Paese ormai dimenticato da molti. [Per la sicurezza della donna abbiamo preferito non utilizzare nomi, n.d.r.]

Cosa resta dei rifugiati afghani

Quando hai iniziato a lavorare con i rifugiati afghani?

La nostra struttura è una rete composta da più di 40 diverse organizzazioni senza scopo di lucro, Ong e gruppi della società civile, tutte in modo diverso si occupano di lavoro minorile in Iran e difendono i diritti dei bambini. È stato istituita circa 19 anni fa ma negli ultimi anni ci siamo concentrati maggiormente sui diritti dei migranti e quelli dei bambini, in particolar modo la questione del lavoro minorile nel Paese a causa dell’alto numero proveniente dall’Afghanistan. L’obiettivo principale è proteggerli e difendere i loro diritti all’istruzione, alla casa e alla salute. La maggior parte di queste organizzazioni svolgono anche un lavoro esecutivo, ovvero direttamente con i bambini in circostanze difficili, e sostengono le loro famiglie. Nella mia organizzazione ci occupiamo dell’advocacy e della comunicazione dei progetti attraverso i media.

Qual è stata la prima cosa che ricordi del 15 agosto 2021 e la tua reazione dopo il ritiro dell’esercito americano con la conseguente presa del potere da parte dei talebani?

Ricordo solo il panico e la frustrazione, la questione era più grande di quanto nessuno potesse immaginare perché sentivamo le storie strazianti dei bambini, delle famiglie, delle donne e di molti degli attivisti che lavorano all’interno della nostra rete, migranti anche loro arrivati in Iran anni fa. Sono cresciuti con e grazie alle Ong, sono tornati in Afghanistan e all’improvviso sono dovuti fuggire di nuovo. Ricordo che nessuno credeva davvero che i talebani potessero riprendersi di nuovo tutto così in fretta. Tutti noi pensavamo, cosa dovremmo fare? Ci deve essere qualcosa ma sembra che tutto sia sfuggito di mano. Provare ad andare oltre il sensazionalismo era una di quelle per me – gli scatti dei bambini che hanno fatto il giro del mondo ne sono un esempio -, una tendenza che non mostrava però la realtà dei fatti, come tutto sarebbe potuto cambiare drasticamente in poco tempo, soprattutto il futuro dei migranti e dei rifugiati sia in Afghanistan che in Iran. [La presa del potere da parte dei talebani] ha completamente distrutto tutti i risultati del lavoro fatto in questi anni difficili, nel giro di pochi secondi era tutto finito. E poi ripenso al dolore ascoltando le storie di persone al confine, e che tutti condividevano [sui social] video tristi e poesie, ma nessuno stava pensando a una soluzione reale. In quei giorni non potevamo dormire perché le testimonianze e le richieste di aiuto continuavano ad arrivare continuamente, eravamo solo in uno stato di shock totale. Eppure mi sembrava che le persone avessero visto questo momento come un fatto mediatico che andava e veniva, quasi come fosse iniziata un’altra guerra che sarebbe finita in poco tempo. Ma sapevamo che non era nulla di tutto ciò e già percepivamo le ripercussioni della catastrofe.

Cosa hai fatto per aiutare i rifugiati afghani? Quanto è stato difficile e lo è tuttora dall’Iran?

La prima cosa che abbiamo fatto è stata lanciare una campagna per mettere insieme diverse organizzazioni, non solo quella che lavora con i bambini, ma anche altre Ong che aiutano donne migranti, in modo da poter avere più risorse possibili. Lanciata la campagna c’erano tre punti fondamentali a cui pensare: in primis avere frontiere aperte, far entrare i rifugiati e dare loro visti il più velocemente possibile. Il secondo era fermare la deportazione, che anche nel 2021 era all’ordine del giorno: molti rifugiati venivano deportati in Afghanistan anche in situazioni di grave pericolo. E infine il terzo, per me il più importante: cercare di andare oltre la semplice presa di potere dei talebani e provare a spostare l’attenzione delle persone sulla vita dei migranti, dei bambini e dei rifugiati in Iran in difesa dei loro diritti civili. Perché sappiamo che è la principale causa del lavoro minorile in Iran: questi bambini sono nelle strade, raccolgono la spazzatura, molti di loro non hanno neanche il diritto di andare a scuola, per povertà e per mancanza di documenti. Abbiamo iniziato a parlare di persecuzioni, pregiudizi, discriminazioni, dicendo alle persone che avevamo bisogno di più inclusione, di più diritti e che dovevamo dare la cittadinanza a questi individui, e mostrare loro per la prima volta un percorso concreto che li portasse verso la cittadinanza. L’interesse all’argomento era tangibile perché tutto stava succedendo in quel momento, abbiamo fatto leva su quello per spiegare che in Iran vengono negati i diritti. Penso che quella campagna sia stata qualcosa di importante di quel periodo perché abbiamo messo insieme risorse, dall’istruzione al supporto psicologico, sanitario, legale e burocratico. E siamo riusciti a creare una vera rete, a riunire volontari, ad ospitare rifugiati e ad aiutarli anche economicamente quando possibile (in Iran non c’è un solido programma statale per fornire alloggi ai rifugiati, gli unici luoghi di accoglienza sono i campi profughi, i più in cattive condizioni).

Cosa resta dei rifugiati afghani

Com’è cambiata la vita degli afghani in 1 anno? E com’è la situazione in Iran? Il Paese ha davvero aiutato il popolo afghano?

Penso sia molto difficile dirlo perché i problemi che i rifugiati afghani in Iran devono affrontare sono sia dalla parte dello stato che dalla società. Abbiamo innanzitutto bisogno di maggiore inclusione, ad oggi ci sono ancora città dove i rifugiati non possono nemmeno andare per la discriminazione a cui andrebbero incontro. Eppure molti di loro sono nati qui, vivono nel Paese da generazioni ma non possono condurre una vita normale, non possono neanche fare cose semplici, dall’acquisto di un telefono cellulare all’apertura di un conto bancario, e sono costretti a convivere con la paura di poter essere deportati da un giorno all’altro a causa di mancanza di leggi a tutela dei rifugiati. Non c’è nessun posto dove puoi davvero andare: molte persone prima del ritiro delle truppe americane andavano e venivano dall’Iran all’Afghanistan, adesso non è più possibile. Il fatto che non ci siano morti ogni giorno ha fatto diminuire drasticamente la copertura mediatica ma non c’è nessun progresso, i talebani sono ancora lì e i rifugiati continuano a venire in Iran nonostante i veri sostegni non siano mai arrivati. E poi manca la libertà di raccontare, esprimere la propria identità e parlare di quello che è successo, di cosa sta accadendo qui e di quanto sia difficile la situazione. La cosa più triste e frustrante è che nessuno parla più del popolo afghano, la vita è andata avanti per tutti ma non per loro, con famiglie e sogni spezzati.

Pensi che il mondo si sia dimenticato dell’Afghanistan e degli afghani? Come vedi il futuro del Paese?

Non so davvero cosa accadrà all’Afghanistani media e le organizzazioni internazionali tendono a parlare di piccoli problemi e a limitare la narrativa ad alcuni temi che sono ancora importanti ma non che non sono i soli: i diritti delle donne afghane senza occuparsene veramente è forse il più presente. Quando a mancare sono ancora le cose essenziali, dal cibo all’acqua fino alle medicine. Dopo un anno ci illudiamo che tutto si sia normalizzato anche se stiamo solo dimenticando le persone in Afghanistan e i milioni di migranti afghani in Iran. Alcuni non hanno un futuro né qui né fuori tantomeno in Europa dove il processo di status di rifugiato non è così semplice da ottenere. È come se ti venisse negato di appartenere a qualsiasi luogo, e questo è qualcosa che deve cambiare. Come le leggi e la mentalità.

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La storia al contrario

Il terrorismo israeliano e lo “spazio vitale” nazional-sionista. Nell’articolo principale Alessandro Di Battista sottolinea come sia «triste constatare quanto i discendenti delle vittime dell’Olocausto stiano, giorno dopo giorno, assomigliando sempre più ai peggiori carnefici della Storia». Greta Cristini analizza geopoliticamente i possibili scenari, mentre Luca Steinmann e Valerio Nicolosi ci raccontano la vita in Libano e in Cisgiordania con i loro reportage. All’interno Line-up, Un Podcast per capello, Ultima fila e Nel mondo dei libri, le consuete rubriche di Alessandro De Dilectis, Riccardo Cotumaccio, Marta Zelioli e Cesare Paris.

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