Dialogo con Manuel Agnelli

*pubblicato il 3/01 sul N. 4 della rivista il Millimetro

Ventisettesima edizione del Linea d’Ombra Festival di Salerno, chiude Manuel Agnelli. E il sottoscritto, prima di tutto suo fan storico, a condurre uno degli incontri più belli, alti, emotivi, potenti di questi anni. Perché Manuel Agnelli riesce ad essere cool senza perdere in nitidezza espressiva, sincerità emozionale e impeto creativo. A Salerno si è aperto come raramente ha fatto, nel pieno dei tour per il suo primo album da solista Ama il prossimo tuo come te stesso, ha percorso vita, carriera, quello che non sopporta del suo e nostro mondo e l’entusiasmo con cui affronta la sua nuova avventura. Manuel Agnelli è il re del rock italiano, e lo sa. Ma questo non toglie che sa entrare dentro se stesso e dentro di noi come nessun altro. E come sa fare solo la sua musica. E quest’ultimo album, il suo esordio da solista, è l’abbagliante esempio delle sue tante anime ma anche di una grammatica tutta personale e riconoscibile, soprattutto in scrittura.

Quando hai capito che saresti diventato un musicista?

La svolta, per quanto riguarda me stesso e il capire che volevo che il sogno diventasse realtà, è arrivata con il primo gruppo, capii subito che era una cosa che mi cambiava l’umore suonare, cantare e farlo con altre persone. Poi ho capito che non era l’umore, ma uno stato mentale altro. Quella connessione di pensieri e sentimenti con gli altri era speciale, mi portava ad essere ambizioso perché persone diverse in quell’ora e mezzo di session arrivavano a livelli di condivisione razionale, creativa, emozionale uniche, si portavano l’un l’altra a guardare avanti e oltre. E piano piano mi sono reso conto che la musica mi stava salvando la vita.

Come si chiamava questa band?

Woodblock, più o meno voleva dire testa di legno. Avevamo un adesivo con una persona che si metteva la testa sotto le gambe e la infilava nel proprio culo. Sotto c’era scritto “Il tuo problema è ovvio”. Questo era il nostro simbolo, lì a Corsico. E io avevo 13 anni. Già alle medie ho cominciato a cercare persone con cui suonare, anche se poi la band seria sarebbe arrivata dopo, con gli Ex-Parapsicology, un gruppo di segaioli già dal nome. Il bassista di questa band, Lorenzo Olgiati, è arrivato poi con me agli Afterhours e un altro ha suonato la chitarra in Milano con la Peste (uno dei pezzi più belli del suo album da solista – ndr).

E anche di fronte agli altri quando è arrivata la certezza che la musica sarebbe stata il tuo lavoro?

La consapevolezza è arrivata la sera in cui mio padre ha fatto di tutto per farmi desistere. Lui che ufficialmente sembrava sempre sostenermi, in realtà con un’abile strategia stava cercando di farmi abbandonare la musica e farmi andare a lavorare con lui, che faceva il consulente fiscale. Ah, per inciso, alla fine i due anni e mezzo che ho lavorato con lui sono stati determinanti, così sono diventato “musicista contabile”. Quell’esperienza fu forte, ora so leggermi in contratti. E nessuno può fregarmi.

Dialogo con Manuel Agnelli

Torniamo a quella sera, che fece tuo padre?

Invita questo Vito Pallavicini – che con Paolo Conte scrisse Azzurro per Adriano Celentano, per dire -, uno che aveva lavorato anche con altri grandi. Aveva il compito di dirmi che non faceva per me questo lavoro. Comincia, molto convinto. Poi mi chiede di fargli sentire qualcosa. Gli metto su il nostro 45 giri e lui rimane a bocca aperta. E chiede a mio padre il permesso perché io potessi lavorare con lui. Era il 1987, era il primo 45 giri degli Afterhours. Lui era lontano da me come gusti ed età, me ne fregavo del suo giudizio, sarei andato comunque avanti, ma mi rendo conto ora dell’importanza che avesse quel suo gesto. Anche per mio padre, eh. Era un riconoscimento da chi era competente e lontano da te. Lì ho capito che potevo fare questo lavoro.

Questa edizione di Linea d’Ombra è dedicata ai conflitti. Un qualcosa che tu senti molto…

Tutta la mia vita è stata un conflitto: un po’ per presunzione e un po’ per complesso d’inferiorità ho sempre cercato di fare cose che non erano alla mia altezza. Io ho giocato in serie B a pallavolo, sono 1,80, ero un nano rispetto agli avversari. Ho smesso a 19 anni, poi a 22 ho iniziato a praticare arti marziali per difendermi dal pubblico arrabbiato per come suonavo. Non scherzo, ai tempi andava così. Era un conflitto continuo, io non ero un disturbatore, io rompevo proprio i coglioni. Io non salivo sul palco per provocare, era proprio il mio essere il voler rompere gli schemi miei e altrui. Io ho sempre pensato che la mia fosse sincerità, e che andasse difesa anche a costo di lottare per farlo.

Questo ti rende refrattario a ogni paura. Solo un pazzo poteva andare a X Factor nella tua posizione.

Io sono stato in tv per 5 anni, in un mondo alieno per me perché il mio era diventato ancora più alieno, non lo riconoscevo più. Anzi, quell’universo era proprio morto. Mi sembrava di essere un ipocrita a rimanerci, di sicuro ero infelice nel farlo. E così sono andato in tv, litigando con chiunque, con loro, con gli altri giudici, con me stesso, vado e vengo da lì e mi piace. Non posso stare nelle cose in altro modo se non in conflitto temo.

Sei più in lotta con il mondo o con te stesso?

Non vi sembrerà ma sono timido, riservato, molto introverso. Tutto quello che faccio quindi, lo faccio per uscire dalla mia condizione e avvicinarmi alla gente, è una violenza. Per guarire da questi difetti mi sono buttato nell’estroversione, anche verso scelte contrarie alla mia indole, ed è divertente, motivante. Ma anche questo in parte è finto, perché non è il vero me, in parte no perché ormai fa parte di me. Di sicuro però aver scelto di rompere la comfort zone invece di accoglierla ha formato il mio carattere e mi ha reso quello che sono, un uomo in perenne conflitto. Ma contento di esserlo.

Come quando sei andato a dire che a X Factor andavi per soldi e visibilità.

Io sono ateo, ma sono profondamente cattolico. Tutti lo siamo cattolici, perché è la morale in cui siamo cresciuti. Quindi il senso di colpa lo provo e allora mi confesso. Non per non farmi rompere i coglioni ma per emendare quelle presunte colpe. E se sono sincero, limpido, tu puoi giudicarmi senza congetture. Io non sono un ipocrita e un bugiardo e quindi mi illudo, anche se so che non è così, che possa andare bene in questo modo. Nel caso di X Factor peraltro dissi qualcosa di ancora più provocatorio e scomodo: lo faccio per i soldi e per il potere, che è ancora più netta come visione. Perché la verità è che queste cose ti aprono tante porte, per economie, rilevanza e visibilità e ti permettono di non dover più far riferimento a un mondo e a un sistema asfittico come quello alternativo della musica e della cultura italiane, che nel frattempo sono diventate altro. Prima erano considerate un modo di creare una società alternativa – ho vissuto negli squats a Londra, nelle case occupate a Berlino e potevano diventare un modello, più negli anni ’70 che negli anni ’80 e ’90 – ora sono solo una gabbia bella e buona. Perché quel momento in cui alternativo era sinonimo di rivoluzione, di speranza di un mondo diverso e possibile, è finito totalmente, lasciando dietro di sé solo le regole che prima potevano servirti ad andare in quella direzione, ma ora rappresentano solo collezionisti di farfalle che usano quelle regole per estetica e gusto e rompono i coglioni perché a te piacciono farfalle diverse dalle loro. E quella roba lì ha smesso di interessarmi, non rinnego nulla, ma l’attuale “alternative” non mi riguarda, non mi interessa, non me ne frega nulla di ciò che pensano lì, sulla musica e sulla vita. Andare in tv quindi per me è stato un gesto liberatorio, recidere definitivamente ogni legame, anche illusorio, tra me e loro. E volevo e dovevo dirlo in quella maniera. E poi quando ho detto soldi e potere, io parlavo di libertà. Il potere di liberarmi da ciò che gli altri pensavano di me e che forse temevo di pensare anche io. E poi ho salvato loro dalle banalità con cui mi avrebbero attaccato, anticipandoli.

La tv ti ha dato anche l’opportunità di fare uno dei più bei programmi culturali della storia.

Ossigeno senza X Factor non ci sarebbe stato. E così Germi, centro culturale dove letteratura e musica costruiscono un laboratorio, un luogo di libertà e talenti. Sì, Ossigeno era una situazione bellissima a livello produttivo – non ai livelli di X Factor, che contenutisticamente puoi trovarlo discutibile ma produttivamente è fighissimo – e anche complessa, perché il talent di cui ero uno dei giudici (e che mi ha insegnato a fare tv grazie a dei maestri) costava più di un milione di euro a puntata, Ossigeno 365.000 euro complessivi per sei puntate. Compresi i rimborsi spese degli ospiti e pure il mio. Molti ci lavoravano per passione, per fare una cosa bella, ed è stata una delle cose più emozionanti di quell’esperienza. Che è stata unica – e infatti ci hanno fatto fare solo due stagioni – ma Ossigeno mi fa pensare che la televisione possa essere ancora un supercannone culturale. Parliamo tanto del web, ma la tv buca ancora, è sempre fortissima. Purtroppo quasi sempre sfruttata solo per i numeri.

La tv poteva salvarci e invece ci ha dannato. In Italia è stato evidente in tutto, dalla cultura alla politica…

Negli ultimi 30 anni la gente invece di cercare il conflitto come faceva prima, per trovare personalità uniche, originali, diverse, non omologate, ha cercato solo il consenso. Internet e i social hanno contribuito, ma non voglio fare il sociologo dei poveri, il fatto è che la cultura del consenso da decenni è dominante. E così l’omologazione, a cui ha contribuito in modo determinante la globalizzazione, è diventata la regola, trovi sempre meno persone che si vogliano differenziare dagli altri, troppi che invece cercano un gruppo esteso in cui nascondersi, con un linguaggio e un’estetica comune. E la cultura dei numeri di tutto questo ne è causa e effetto, e così questa destrutturazione culturale ci ha portato ad avvilire e quasi azzerare la nostra capacità analitica, soprattutto quella indipendente dai numeri. La statistica è diventata l’unico parametro di giudizio negli ultimi 30 anni. E la gente riesce a capire solo l’oggettività dei numeri: nella musica se fai San Siro hai senso, se non lo fai che cazzo suoni a fare, se ottieni più voti è giusto che tu governi, altrimenti devi sparire. E così chi non ha i numeri può solo mettersi a quattro zampe, se accetta questa logica. Il numero ti toglie legittimità per ogni discorso, anche se altrettanto sensato, profondo, interessante. La democrazia è una cosa, la libertà è un’altra. Ma sembriamo essercelo dimenticati. Ecco io non me lo sono dimenticato e continuo a rivendicare il diritto di cittadinanza di ogni idea, indipendentemente dal consenso. Nasce da quando noi, senza la Rete, le cose dovevamo andarcele a cercare. Non c’era un algoritmo a dirci cosa faceva successo e cosa no. C’era l’intuizione, la conoscenza, il viaggio, la ricerca.

Dialogo con Manuel Agnelli

Tornando al conflitto, sei stato così bravo a mantenerlo vivo da far diventare i tuoi fan dei contestatori. In primis di te!

Hai ragione, ho insegnato ai miei fan a rompermi i coglioni. Io non ho mai fatto le cose per il puro gusto di disturbare, non sono un situazionista, non me ne frega nulla di provocare tanto per, ho invece delle convinzioni profonde che mi sono formato in 56 anni di vita in cui credo e che intendo rivendicare con fermezza e difendere. Sempre. Ma non ho mai detto alle persone che mi seguono “dovete contestarmi”, eppure è passato questo messaggio. E pure questa situazione mi ha stancato e tanti gesti degli ultimi anni hanno voluto essere uno strappo rispetto a questi automatismi.

Cosa non hanno e non abbiamo capito di te?

Pochi capiscono che io ho fatto musica per fare quello che volevo fare nella vita, non nella musica che per me è un mezzo, non sono l’artista che si alza la mattina pensando di aver dipinto la Gioconda, io uso la musica. E se diventa una trappola, vuol dire che anche se te la sei costruita da solo devi uscirne. Osservare delle tavole della legge? Non sono capace. Anche se le ho ispirate io. E inoltre è normale che uno abbia voglia di cambiare, di sperimentare e che perda anche del pubblico. Anzi, è salutare uscire dalla dittatura dei numeri. Mi dispiace che qualcuno se ne vada, ma ci sta.

Per questo dopo il successo negli Stati Uniti te ne sei fregato e sei rimasto in Italia?

Posso essere meno romantico? Ci sono tanti motivi. Avevo appena avuto una bambina, e volevo stare con lei, e rimanere là ci avrebbe inchiodato ai palchi e ai live e a rifare la gavetta a 38 anni, sentendoci parte di una catena di montaggio e non di qualcosa di speciale come era l’Italia a cavallo degli anni ’90, almeno musicalmente. Ho fatto 10 tour negli Usa, un disco uscito lì, aperture di grandi gruppi. Cosa volevo avere di più?

Non lo so, dimmelo tu.

Mi sono tolto la soddisfazione provinciale del tennista thailandese a Wimbledon che arriva in finale dimostrando che potevo dire la mia lì, ma a quel punto ti chiedi cosa vuoi dalla musica. Girare tutto l’anno su un tour bus con cinque scoreggioni che ti vomitano addosso e fare promozione, dischi, tour, promozione, dischi, tour senza mai fermarti oppure provare a far sì che la musica ti faccia vivere a un livello che non avresti mai immaginato? E non parlo di aspetto materiale, non solo. E poi ho troppo mal di schiena per girare su un tour bus. Gli ultimi due tour, quello estivo e quello invernale di Ama il prossimo tuo come te stesso me l’hanno spezzata!

Il nuovo album, Ama il prossimo tuo come te stesso. Partiamo dalla copertina, il tuo viso in fiamme…

È la prima volta che metto il mio faccione sulla cover di un disco, e rappresenta il senso profondo di questo lavoro, che brucia quello che sono stato, o meglio l’immagine che gli altri hanno di me. L’ho capita dopo quest’interpretazione, così come il finale del video de La profondità degli abissi. Non era nello script, ma ora ovviamente sembra che io uccida la band e me stesso nella band. Una magia particolare come le cover dei Beatles che ci parlano ancora e in modo diverso. È poetico, magico, e in parte vero anche se non intenzionale.

Come nasce l’album?

Prima della pandemia ero drogato dal fare, ero in una ruota del criceto, e non riflettevo su cos’era per me la musica davvero, che come ho detto all’inizio è stata innanzitutto connessione. E durante il lockdown mi sono interrogato su tutto questo e il disco che è uscito rappresenta molte di queste elaborazioni. E poi c’è l’ironia nel titolo, se ami te stesso così, meglio che non ami gli altri. E io non mi amo molto.

Quale canzone rappresenta di più questa sensazione?

Milano con la peste nasce anche da una delusione, dallo scoprire una speranza annichilita, la mia di scoprirci migliori dopo il lockdown, perché per un momento di grandi condivisioni e solidarietà lo siamo stati. Nei periodi di crisi ci si concentra sui veri valori e questo mi ha aiutato ad essere concentrato sul lavoro e sulle cose che ritenevo fondamentali. Poi ci siamo scoperti di nuovo gli idioti di sempre. Anzi, peggio. Milano con la peste dice tutto questo.

In una frase, che cos’è per te la musica?

La musica è il mio modo più vero, profondo, totale e sincero che ho di parlarvi.

Togliamoci il sassolino, perché ricominciare tutto da capo a 56 anni e lasciare gli Afterhours?

Gli Afterhours non sono morti, non li ho abbandonati, sono… diciamo “congelati”. E quello che faccio è anche un modo per salvarli. Dopo il Forum a Milano gli After sono cambiati. La situazione è diventata più professionale nel senso peggiore. Metterci insieme, con tanti progetti paralleli, era diventato difficile, quasi burocratico. Eravamo diventati più un progetto musicale che una band e questa cosa mi andava strettissima, non mi bastavano due mesi all’anno per incontrarci e fare musica, arte, io voglio farlo tutto l’anno. E così anche dover scegliere gli impegni in base al “livello” degli Afterhours, non potersi abbassare sotto certi numeri o luoghi. Per salvarli e ritrovare l’entusiasmo della e nella musica, volevo e dovevo andare in giro a suonare senza paletti e costrizioni, per ritrovare l’energia; non quella che ti serve a fare il figo o la performance sul palco, parlo del vero senso del live. Tutto questo è sacro, va oltre i dischi, i fan, le vendite. Se anche stare sul palco diventa invece fare i fighi una volta a testa, allora rompi quella sacralità. E l’ho ritrovata con altri ora, più giovani e con cui possiamo sceglierci ogni giorno.

Dialogo con Manuel Agnelli

Secondo te i tuoi fan e i fan degli After lo hanno capito?

Ma loro non hanno capito molte cose, giustamente, non vivendole. Nell’ultimo tour ho capito che da solo io non sono la band, anche se in questi anni io so che sono la band: l’80% delle idee, dei pezzi, sono miei. Nessuno porta cose finite, idee compiute, arrivano spunti che poi io trasformo in pezzi. E poi li produco tutti. La visione, il concept tutto questo mi appartiene. Ma Afterhours ora è un brand, come i Kiss. Non riesco a fare il Gene Simmons, a dare alla gente solo quello che vuole, voglio dargli anche quello che voglio io. Io non ho lo stesso pubblico degli After, sono numeri molto diversi e ho pure un’altra credibilità: i fan hanno dovuto sentire il disco per convincersi che avesse un senso e non era la sega tronfia del cantante degli Afterhours. E questa cosa è bella, perché io non li ho convinti che fosse bello a chiacchiere, è stata la musica a persuaderli. Dall’altra parte sono deluso di chi si fida degli Afterhours e non di me e neanche si avvicina dopo 35 anni. Si fida più di una band che ha cambiato quasi tutto, tranne me: gli After tutti amici sono solo quelli del 1987, non questi e neanche quelli di Hai paura del buio?

Hai avuto un po’ paura all’inizio di questa avventura da solista?

Mettermi da solo non mi ha dato paura, è stato solo liberatorio.

Cos’è diventata la musica oggi?

Una gara a chi vuol essere più figo. Tutti sono fighi. Niente di male nella cultura dell’essere figo a tutti i costi. Tutti sono fighi. Ma io di più.

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