Dialogo con Pierfrancesco Favino

Pierfrancesco Favino è diventato un modo di dire. Lo ha colto con ironia ammirata la serie Boris che a Max BrunoMartellone fa fare un monologo esilarante sul fatto che “i ruoli li fanno fare tutti a lui” e che neanche quello di Spadolini, che per corporatura sarebbe più adatto a lui e non a Favino, gli daranno perché il suddetto ingrasserà decine di chili e sceglieranno lui. I critici lo stimano e lo definiscono spesso il miglior attore italiano, il pubblico ormai ha un tic, il famoso “Favino però”, che si aziona anche quando il film che lo vede protagonista non è piaciuto allo spettatore, che subito si affretta a riconoscere il talento del protagonista. Un successo che non è solo fama, ma una sorta di epidemia di stima e ammirazione meritatissime che si è conquistato in decenni, in anni di gavetta e poi in altri di crescita graduale ma inarrestabile. Allievo del mitico Orazio Costa e ora direttore artistico della Scuola di Formazione del Mestiere dell’AttoreLOltrarno, quasi a chiudere un cerchio virtuoso, la sua visione della recitazione è quella di chi propone e impone una grammatica espressiva, un ruolo attivo e propositivo nelle opere che affronta. Un qualcosa che ricorda l’approccio statunitense alla professione ma anche quello ideale e rigoroso di Gian Maria Volontè. Al Bardolino Film Festival il direttore Franco Dassisti ha dialogato con lui, prima della proiezione del bellissimo Nostalgia di Mario Martone che lo vede protagonista, in un percorso di analisi del suo lavoro ma anche del settore. Per poi, infine, premiarlo alla carriera. Passata, presente e soprattutto futura.

Dialogo con Pierfrancesco Favino

Incontrarti prima di una proiezione di Nostalgia così partecipata è emozionante. Anche se le sale continuano a essere vuote.

Io passo il mio tempo a domandarmi perché in così breve tempo, in due anni, non abbiamo rinunciato all’idea di tornare a mangiare fuori, appena possibile, e invece siamo stati così ben disposti nel rinunciare alla sala. Perché abbiamo riempito i treni e gli aerei appena ci è stato concesso, siamo persino tornati in discoteca, dove la mascherina, chissà perché non serve. Ma al cinema ancora è obbligatoria. Io ho fatto qualche brutto pensiero in proposito, magari troppo malizioso, ho l’impressione che ci sia con il PNRR la bellissima idea che l’investimento sul digitale porterà tanti soldi nelle tasche di qualcuno e per questo per tornare al cinema e a teatro ci è voluto di più. Per l’interesse di pochi. E ho la sensazione che anche per questo vi sia stato fatto credere che vedere un film a casa propria o al cinema sia esattamente la stessa cosa. Il punto è che la differenza sta tutta in voi, non nella grandezza dello schermo o nella qualità dell’immagine. Voi insieme fate la differenza. Siete voi con le vostre emozioni che incontrano quelle del protagonista a dare un senso al film, quest’opera cambia ogni sera, come cambia il pubblico che la guarda. E avrà ragione d’esistere perché voi vi e gli concedete spazio.

E non è così anche a casa?

Se lasciate spazio al telefono che suona, alla pipì che potete fare senza problemi, alla fametta che si insinua, ai bambini, alla moglie o al marito, se potete distrarvi o mettere in pausa, non mettete a disposizione del film le vostre emozioni e tutti voi stessi. Fateci caso: spesso non ricordate l’ultima serie o l’ultimo programma visto in tv perché ne vedete troppa e in queste condizioni. Ma anche se non vi è piaciuto, ricordate l’ultimo film in sala. Voi quando vedete un’opera al cinema, incontrate voi stessi, io sono solo un tramite che serve a favorire quest’incontro. Parliamo di un’educazione emotiva e culturale che probabilmente va contro i conti che si stanno facendo ad altri ed alti livelli. 

Sembri molto pessimista sul futuro. 

Il punto è che c’è una filiera di 300.000 persone che lavora molto di più ma anche molto peggio, perché c’è fame di contenuti e questo nonostante la cultura per i governanti sia sempre arrivata in coda, quando arriva. Il ministro ti dice bravo se vai a Cannes, ma un film ha un valore comunque, indipendentemente da selezioni e premi. Io, noi rappresentiamo l’Italia sempre, non solo quando ci applaudono all’estero ai festival. Non sono pessimista perché ho sempre pensato che entrare in una sala è un regalo che faccio a me stesso, il cinema è il momento in cui poter stare da solo, con me stesso appunto. Qualcosa di necessario e impagabile. Però non si può imporre alle persone di andare al cinema, proprio come un alimento non può essere imposto in una dieta. 

Quando hai capito che avresti fatto l’attore?

A 7 anni mi trovai davanti a un’opera di Schiller, Don Carlos, perché mio padre, abbonato, non poté andarci, e allora mia madre portò me. Passai ore bellissime, a bocca aperta e capii che mi piaceva, ancora adesso il teatro è il mio luogo preferito. Sul palco come in platea. Non so se ho deciso in quel momento di farne la mia vita, so però che il seme della gioia, il divertimento che mi dà il raccontare le storie viene da lì. Anche se ancora adesso mi chiedo: ma siamo sicuri? Io so che continuo a dare il massimo, a fare questo mestiere perché sono motivato come il primo giorno. Il lavoro dell’attore è particolare, è qualcosa che va oltre te. Inizi pensando di fare qualcosa per te stesso, poi capisci che di gioioso dentro rimane poco per te, diventa qualcosa di più grande.

E quando hai capito che avresti potuto farne il tuo lavoro?

Quando mi ci sono pagato l’affitto e le bollette, quando ho capito che forse potevo mangiare di questo. Non è falsa modestia intendiamoci, perché ho fatto scuole, ho studiato per fare questo mestiere e trovo che tutti dovrebbero farlo se vogliono intraprendere questo percorso bello quanto difficile. Ho avuto grandi maestri che mi hanno insegnato l’ambizione smisurata, non quella per il successo e la fama ma quello di fare questo lavoro nel modo migliore, anzi in un modo impossibile a dir la verità. E ho compreso che ci sarei potuto riuscire con El Alamein di Monteleone, quando ho fatto quel film mi sono detto: allora qualche strumento per fare questo lavoro come voglio io ce l’ho.

E la svolta quando è arrivata? Quando sei diventato Pierfrancesco Favino, quando il tuo nome è diventato sinonimo di grande attore?

È stato un percorso graduale. Ma la svolta c’è stata, eccome. É stata Sanremo. El Alamein è stata la svolta per me, Sanremo per tutti. Può far ridere, ma è così. Prima ero quello lì, le persone dicevano “tu sei Gassman”, e io “no”, “tu sei Savino” e io “no quello fa la radio”, “ma dai tu sei il protagonista del mio film preferito, come ti chiami…”. Sanremo mi ha fatto diventare Pierfrancesco Favino, Sanremo mi ha portato il Traditore, senza non l’avrei mai fatto. E anche l’incasso che ha fatto il film probabilmente non ci sarebbe stato senza Sanremo. Così il film di Muccino, Gli anni più belli e Hammamet. Certo, c’erano anche Buscetta e Craxi che attiravano l’attenzione, grandi registi e autori come Bellocchio e Amelio, nel nostro cinema non traina solo l’attore. Ma Sanremo mi ha permesso di essere me stesso e impormi con la mia personalità: io pure se mi vesto bene rimango quel cazzaro lì. Rimango Picchio, se mi chiami Pierfrancesco non mi giro. Io sono questo, gli altri sono personaggi. Io sono quello che fin da piccolo fa i rumori, quello che imita l’elicottero e la caffettiera. 

Dialogo con Pierfrancesco Favino

Quando sei diventato Picchio?

Me lo ha dato mio padre il soprannome. Per questo mi piace se per strada mi chiamano così, quei pochi che mi stimano e conoscono questo nomignolo. Allo specchio io mi rivolgo a me stesso chiamandomi Picchio.

Sanremo è stata una svolta anche perché tu facesti una scelta coraggiosa, portare un monologo bellissimo, politico, potentissimo.

Ok, è stata una scelta coraggiosa, certo, il monologo di Koltès. Quei minuti, quel contenuto erano sicuramente qualcosa di inconsueto per la Rai, per la tv generalista. Ma la verità è che non è venuto Fossati. A quel punto mi hanno chiesto se potevo fare qualcosa per riempire il buco, e io quello avevo pronto, lo stavo portando a teatro. E l’ho detto a Baglioni e lui ha detto “dai, fallo”. Nessuno ha pensato “siamo sotto elezioni, Salvini sta andando al governo, l’italiano medio dorme”. Che poi non dormiva affatto, era sveglio, era una delle serate finali. Questo è il mio livello di consapevolezza, quello del bambino di sette anni. Un po’ scherzo ovviamente, ma è andata anche così. Non c’erano chissà quante sovrastrutture in quella scelta, in quella circostanza. Anche perché siamo sinceri, è un monologo sul lavoro, non sull’immigrazione. Ma se senti quell’italiano stentato, è il tuo pregiudizio che vede solo l’immigrazione. Ma parla a tutti, non solo a chi viene qui per sopravvivere. Siamo tutti noi. Uno che parla così può parlare di lavoro, morte e amore, ma se senti quel suono, quella cadenza spesso non vuoi ascoltare cosa sta dicendo, è il pregiudizio a parlarti.

A proposito di voce. Tu da sempre la usi quasi come uno strumento musicale, da D’Artagnan a Craxi, passando per Buscetta, la usi come elemento fondante del tuo modo di interpretare i ruoli

Credo che la voce, l’espressività vocale sia il mio senso più sviluppato, chiamiamolo un talento naturale, ma perché lo accompagno a una curiosità costante. Il suono delle cose, delle persone rivelano tanto di loro, possono essere la chiave per interpretare un ruolo, un uomo realmente esistito, una storia. Di mestiere avrei potuto fare il dialettologo, il linguista, l’imitatore se non avessi fatto l’attore. L’italiano non è una lingua, è un idioma deciso a tavolino, anche se ognuno pensa che la sua sia la lingua vera. L’italiano corretto non lo parla nessuno, non nasce per diritto regale come nei paesi anglosassoni per cui a un certo punto qualcuno si è preso la briga di affermare, stabilire “da questo momento voi sudditi parlerete così”. Noi siamo ancora colonizzati da tante branche diverse. Ecco perché abbiamo tante lingue, tanti lessici, tanti accenti. E questo dà una varietà, una serie di sfaccettature che voglio percorrere tutte. Noi dal panettiere non parliamo quella lingua che hanno deciso fosse l’italiano corretto. 

Ma a teatro e al cinema quello sentiamo

La nostra esperienza non è il suono a cui la tv ci ha abituato, da 35-40 anni il suono della recitazione per noi è quella, il bel parlato del teatro e del doppiaggio. Ma io voglio rappresentare gli uomini, il modo in cui pensano, il modo delle loro relazioni. E voglio che le persone si riconoscano in me. E allora cerco la loro particolarità, e così finisci per entrare nell’immaginario collettivo. Tra gli anni ’60 e ’80 questo succedeva, poi abbiamo lasciato la varietà di lingue e espressioni solo alla commedia. Eppure le nostre sceneggiature più belle, vedi quelle di Age e Scarpelli, si fondavano sulla riconoscibilità del pubblico nei personaggi, sulle loro caratterizzazioni regionali. Non avremmo avuto C’eravamo tanto amati, Sacco e Vanzetti, I soliti ignoti senza tutto questo. La corretta dicitura nasce in teatro a fine ’800, ma noi italiani sul palco nasciamo con la favola popolare, da Goldoni a Scarpetta, con le lingue legate ai territori. Anche per questo abbiamo poca drammaturgia teatrale contemporanea. Io voglio proporre alle persone chi potrebbero incontrare sul pianerottolo di casa. La bella dicitura è Opera, non teatro.

Per entrare in personaggi realmente esistiti però fai un lavoro certosino, meticoloso, su tutto il corpo.

Dipende dal personaggio. Craxi era più inciso nella memoria collettiva di Di Vittorio, Pinelli, Buscetta o Bartali. Devi entrare in confidenza con chi ti guarda e con chi interpreti, non devi tradirne l’immagine interiore. Ma ovviamente non puoi sapere quale sia e allora per intuirla, ricostruirla mi documento molto, anche in profondità, anche nei dettagli più ossessivi, ma alla fine di questo lavoro, ogni volta sarà quasi impossibile capire cosa desiderasse, pensasse, volesse in quel momento quell’uomo. E allora non devi mai scordarti che quello che fai rimane un’invenzione artistica, a un certo punto devi smettere e quasi dimenticarti di tutto e interpretarlo. E mi colpisce molto che ti dicono “sei uguale” proprio quando ti allontani di più dalla realtà. Mi colpisce ancora oggi che un amico di Pinelli dopo Romanzo di una strage, un suo sodale mi disse “lo hai restituito perfettamente, non so come hai fatto”. Ma di Pinelli esistono poche foto, nessun video, nessuno, tranne amici e inquirenti, lo ha sentito parlare. Lui voleva rivederlo e io, forse, sono stato capace di dargli qualcosa che glielo ricordasse. Ma non è mimesi, imitazione, è creatività.

Dialogo con Pierfrancesco Favino

A un certo punto le tue interpretazioni, come succedeva con Volonté, si sostituiscono nella memoria collettiva ai connotati reali delle persone che impersoni. Mattei per tutti ha la faccia di Volonté, con te succede lo stesso.

Io a Bartali non gli somiglio, Craxi figurati. Forse Buscetta. Però ne ho fatto la mia invenzione e la realtà sta lì. Naturale che quella creazione passi per alcune note caratteristiche, alcune qualità peculiari. Di Craxi dovevi restituire quella leadership che ormai non esiste più negli uomini politici, tutti mi raccontavano che quando entrava lui in una stanza si spostava l’aria. Ma anche quella è una finzione, qualcosa di indimostrabile, però il ragionamento sul suo carisma è stato il più complesso e difficile da elaborare e restituire. La fortuna è averlo dovuto rappresentare in un momento di debolezza.

Altro step decisivo nella tua carriera è Il Traditore. Come è nata la collaborazione con Marco Bellocchio?

L’ho obbligato. È stato uno dei pochi casi in cui sono andato da un regista, a bussare alla sua porta, dicendogli “non hai capito, sono io”. Lui non mi voleva. Dopo un anno di provini l’ho convinto. Sono noto per avere poco orgoglio, se mi dici no, io torno. Se mi cacci penso che forse hai ragione. Sono stato tignoso e ho fatto bene, è iniziato un percorso meraviglioso, con un maestro straordinario. Già vederlo lavorare è un privilegio, con uno scambio così aperto poi è pazzesco. Essere parte di quel film è stato talmente forte che all’ultimo giorno di set ho sentito quasi un senso di vuoto. Mi sono chiesto cosa avrei fatto dopo, avrei voluto andare a scoprire, studiare ancora di più. Che poi la fase del mio lavoro che mi piace di più è proprio quella: studiare, ipotizzare, farsi domande. Di lui mi colpisce che scelga sempre il condizionale, mai l’imperativo, per comunicare, anche per scrivere: quel suo “potremmo”, quel “lo decideremo” sono la sua grandezza. Lui ammette candidamente il dubbio, l’imponderabile. Lui ha una scena scritta perfettamente? Arriva sul set, vede un bicchiere, si innamora del bicchiere e la ripensa in base a quel bicchiere. Si dice che gli attori devono sapere sempre cosa fanno, la circostanza precedente, per comprendere al meglio il proprio personaggio devono conoscerlo oltre le battute e le pose che ha. Ricordo un giorno sul set: lui a un certo punto mi fa “guarda di là”, io gli chiedo “perché” e lui: “non lo sappiamo!”. E ha ragione, quello è il dubbio, la curiosità dello spettatore. Sviare, perdersi, come peraltro fa chi si abbandona a un film è un insegnamento straordinario ed è dei grandi, che non hanno paura. Neanche dell’ignoto. Quel condizionale è molto più vero, bello e autentico e vicino allo spettatore di qualsiasi imperativo che magari accarezza solo l’ego del regista. E dell’attore.

Come sono cambiati lavoro e vita con il successo?

È una gran comodità il successo. Averne è molto più comodo che non averne. Ti fa supporre di essere un po’ più sicuro: l’attore non sa mai se è capace, se piace, se quello che fa ha un senso. Il premio fa sì che un’istituzione ti riconosca il talento e ti calma. E toglierti l’ansia di dimostrare ti rende un attore migliore. Poi, sarebbe stupido dire che narcisisticamente non ti faccia piacere il riconoscimento, ma sarebbe ancora più stupido farne la ragione del tuo lavoro, poche cose sono così volatili come il successo. Ricordo una signora anziana che mi chiama, appena sceso dal treno a Milano. Era da poco andata in onda la fiction su Di Vittorio, e accarezzandomi mi disse “grazie ragazzo mio, torni presto a trovarci”. Quando uno ti ferma per strada e ti ringrazia, quello è il successo vero, non chi ti chiede un selfie. Perché li percepisci che li hai fatti stare bene, che grazie a te hanno riflettuto e capito qualcosa, che gli sei stato utile. Non sai mai sul set, dove passi da inquadratura a inquadratura, cosa potrai lasciare alle persone, se avrai un’influenza su di loro. I guadagni, i premi di cui sono orgogliosissimo sono comodissimi e belli ma risuonano meno dentro di me rispetto a queste attestazioni di stima.

La tua ultima interpretazione è eccezionale, in Nostalgia il tuo è un uomo lacerato, che deve fare i conti con la sua identità che per anni ha perduto, trovato altrove, ma anche negato. Hai tanti registri diversi nel film, tra cui una tenerezza struggente in una scena familiare che è tra le più belle del cinema italiano. E non solo.

Pochi minuti fa mi ha chiamato mia mamma, 92enne, che è andata a vedere il film. E in una scena di tenerezza con la madre, il mio personaggio è debitrice a lei, la mia mamma vera. Ovvio che l’ho pensata molto interpretando quel momento. Ermanno Rea, l’autore del romanzo, e poi Martone e Ippolita Di Majo, scrivendo la sceneggiatura, hanno trovato e raccontato in modo straordinaria una storia che riguarda tutti noi. Qui vediamo qualcuno che si sradica, va via da Napoli giovanissimo e va in un altro mondo, tra Sud Africa, Libano e Il Cairo e cambia tutto, religione compresa. Quello stesso uomo a 55 anni sente il bisogno di tornare a casa. Perché? Non vede la madre da 40 anni. Pensateci: uno esce di casa che mamma ha 35 anni. E torna che ne ha 75. Solo immaginarla una cosa così è lacerante. E potrebbe essere una banale storia di lavaggio di coscienza e di riconciliazione, un ritrovarsi, invece succede qualcos’altro. E cambia il senso della storia, che così punta molto più in alto. Il punto è che questa è la storia di ogni uomo e donna, ognuno di noi ha bisogno prima o poi di tornare a se stesso, di tornare da dove si è partiti. Anche se si è stati costretti a scappare o si è voluto fuggire. E credo sia il motivo del successo all’estero dell’opera, con la stampa internazionale che si è mostrata entusiasta. Perché ha un’universalità profonda, qui c’è una storia che affonda nella nostra ancestralità. Se ci pensiamo il nucleo pulsante di Nostalgia è qualcosa che leggiamo, sentiamo fin dall’Odissea, fin dai Greci: chi va via e torna e trova il proprio mondo cambiato e questo influisce radicalmente anche sulla sua identità. I romanzi sono fatti di questo, ciò che pensiamo di essere e ciò che scopriamo di essere. Ho sentito subito che questa storia mi apparteneva profondamente e che appartenga a noi esseri umani in quanto animali, scossi da emozioni e istinti primari. 

Dialogo con Pierfrancesco Favino

Avete girato in un luogo che racchiude forse l’identità profonda di una città straordinaria, Napoli. Parliamo del Rione Sanità.

La Sanità è una Napoli dentro Napoli. Con una storia incredibile. Si chiama così perché un tempo i nobili andavano lì per le vacanze e rimettersi in sesto, era un luogo salubre ai piedi di Capodimonte finché i francesi – lo decise Giuseppe Bonaparte, ma è sotto Gioacchino Murat che vide la sua inaugurazione – vi costruirono sopra un ponte, per facilitare il proprio accesso alla Reggia di Capodimonte. E così un luogo magico, bellissimo fu violentato, tagliato fuori di tutto, quel centro storico fu reso periferia, e questo portò disagio e criminalità. Ma la Sanità si è ostinata a proteggere spazi di bellezza, basti pensare che ha padre Antonio Loffredo (in realtà aveva, giorni fa ha lasciato: la Basilca, non il quartiere – ndr) che la valorizza come pochi. A partire dalle Catacombe di San Gennaro, passate grazie al lavoro suo e dei suoi ragazzi da poche migliaia di visitatori a 170.000 l’anno. Lui questo lavoro lo ha fatto attraverso i figli del rione, con l’associazione La Paranza e altre Onlus, che riuniscono e coordinano ragazzi recuperati da famiglie in difficoltà che spesso, altrimenti, sarebbero dediti ad altro. Andateci: troverete qualcosa di bellissimo, mangerete benissimo e farete del bene.

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