Fuori dal mondo con Elémire Zolla

Conobbi Elémire Zolla fra i 24 e i 25 anni. Ero appena uscito dall’università, con un bagaglio di letture e di esempi concettuali entusiasmanti ma non dotati di così ampia libertà come avrei desiderato e voluto. E per un ragazzo alle prese con la vera età della ragione, con un futuro tutto da costruire, professionale intellettuale e spirituale, è fondamentale individuare non uno fra tanti, ma l’Esempio in grado di dire, con o fuor di metafora: “Ecco, quello è l’orizzonte verso il quale devi tendere perché puoi farlo, e quella sarà l’aria che respirerai”. Ricordo che vagavo alla ricerca di un testo che mi restituisse quel brivido di senso di cui parlava Barthes e che non avevo mai realmente provato sino ad allora. Un giorno, fra degli scaffali d’una libreria, presi l’edizione Adelphi di Moby Dick nella traduzione meravigliosa di Cesare Pavese. Girai e lessi sulla quarta di copertina queste parole:

Il primo capitolo di Moby Dick comincia con una dichiarazione non umana, ma angelica. Call me Ishmael: chiamatemi Ismaele, non già mi chiamo Ismaele. Non ha importanza il nome del protagonista narratore, ma ciò che egli simboleggia. Ismaele è l’uomo che si sa dotato di una superiorità non riconosciuta dal mondo: il primogenito di Abramo è un bastardo cacciato nel deserto, fra altri reietti; là impara a sopravvivere a questa morte, in perfetta solitudine, indurito contro le avversità.

Subito dopo, la firma dell’autore di quello stralcio di testo: Elémire Zolla

Mai, prima d’allora, mi capitò di leggere parole dette con così grande libertà, senza alcun mezzo termine. Ma, soprattutto, mai prima d’allora mi capitò d’incontrare un autore al cui centro stavano temi d’importanza esistenziale. Cosa mi attrasse tanto, a ripensarci oggi? Il fatto che, attraverso un libro, la vita vera, quella interiore, facesse capolino. Che la pagina scritta da un critico potesse, finalmente, dirmi qualcosa in merito a ciò che siamo e che si può diventare semplicemente – ma non banalmente – esistendo. E che tutto questo avvenisse ricercando fra le righe quello spirito originario che le aveva animate in origine. Bastarono quelle poche parole per farmi apprezzare Zolla. Non ci pensai un secondo di più. Acquistai quell’edizione di Moby Dick più per quello stralcio di testo che per l’intero romanzo. Navigai un po’ su internet alla ricerca di informazioni su questo misterioso, per il me di allora, Elémire Zolla. Non mi interessava la sua biografia, ma ciò che aveva scritto.

Fuori dal mondo con Elémire Zolla

Da quale libro avrei potuto iniziare a conoscerlo? Scorsi qualche titolo: Archetipi, Aure, Verità segrete esposte in evidenza, Le tre vie, Discesa all’Ade e resurrezione: ma non riuscivo a cavarne un ragno dal buco. All’epoca Amazon, con le sue spiegazioni striminzite ma non del tutto inutili, ancora non esisteva. E orientarsi nel mare di una bibliografia ancor di più esigeva intuito e fortuna. Fu così che una mattina, nel paesello dove vivo, mi recai presso una libreria che aveva appeno iniziato la sua attività – e che già non esiste più – a chiedere se avessero qualche testo di Zolla. La libraia, oggi mia carissima amica e che lavora presso un’altra libreria, andò nel reparto filosofia e tornò con un volumetto in edizione tascabile: Archetipi. Lo comprai e iniziai a leggerlo.

Un incipit sconcertante

Quando la psiche che percepisce e le cose percepite, soggetto e oggetto, si fondono e assorbono a vicenda, avviene ciò che si può definire “esperienza metafisica”. Essa non è ignota alla poesia nostra: il mare in cui dolcemente naufraga il Leopardi dell’Infinito e della Vita solitaria. E via discorrendo. Abituato come ero ad avere chiaro e definito l’argomento fin da subito, una scrittura così mi sconcertò. Dov’era la definizione di archetipo? E perché non era stata messa all’inizio. E soprattutto, cosa aveva a che fare l’esperienza metafisica col concetto di archetipo?

Diedi uno sguardo all’indice per cercare una via d’uscita, ma nulla. Continuai a leggere, del tutto disamorato e disarmato. Non sapevo dove sbattere la testa. Di primo acchito, avrei archiviato Zolla come uno di quegli autori sui quali è più facile equivocare, impossibili da comprendere, troppo oscuri. Però quella scrittura, nonostante le difficoltà che mi poneva, era attraente. E mi affascinava. Decisi di cambiare libro. E mi orientai su Discesa all’Ade e resurrezione. Dal titolo immaginavo trattasse di concetti che, in qualche modo, sarei stato in grado di padroneggiare e ricondurre, anche nella sventurata ipotesi di una trattazione esageratamente criptica. Cominciai col leggere l’indice: “Catabasi e Anastasi, Storia della magia da egizia a greco-romana. Fascino di Iside e della Sfinge, La gnosi egizia, Da Persepoli al Graal, Prospettive nuove”. Dubbi e paure subito s’affacciarono. Andai di corsa alla prima pagina a cercare smentite a questi timori. Eccola: “Come trasmutare i ragazzotti in fieri, tenebrosi cacciatori o soldatacci? Come spiccarli dal caloroso istinto che li forza, ad ogni costo, a sopravvivere? Come scardinare il nesso che li avvince alle donne di famiglia, appassionare di comprensioni e perdoni? Domande tutte reiterate tediosamente nei secoli dei secoli”.

Stessa difficoltà incontrata in Archetipi. Ma, a differenza di quest’ultimo, decisi di proseguire ugualmente nella lettura. Arrivai, testardamente, sino all’ultima pagina senza capirci nulla. Mi rimase giusto qualche nozioncina isolata e qui e lì spaesata, ma veramente nulla di più. Però mi avvinse quello stile così eccentrico, aulico, elegante ed essenziale, che non stava a guardare tanto per il sottile ma aveva urgenza di esprimere. Il punto era il sistema. Perché chi ricerca nella scrittura di Elémire Zolla una logica classica, sistematizzante come in qualsiasi altro pensatore, commette un errore madornale. A Zolla non è mai piaciuto il ragionamento logico, freddo, di stampo illuminista. Preferisce procedere per affinità, associazioni, argomenti dissimili in apparenza che condividono alcuni punti in comune. Però quello scrigno dovevo aprirlo per scoprire cosa vi era dentro. Fu così che mi decisi ad acquistare un altro suo titolo dal suono affascinante: Uscite dal mondo.

L’universo di Zolla

Lo trovai presso una di queste librerie ordinarie e grandi, con un assortimento non interessantissimo il più delle volte, a Roma vicino la zona di San Giovanni. Appena rientrato a casa iniziai a leggerlo. Già le prime righe mi stregarono: “Uscire dallo spazio che su di noi hanno incurvato secoli e secoli è l’atto più bello che si possa compiere. Quasi nemmeno ci rendiamo conto delle nostre tacite obbedienze e automatiche sottomissioni, ma ce le possono scoprire, dandoci un orrore salutare, i momenti di spassionata osservazione, quando scatta il dono di chiaroveggenza e libertà e per l’istante si è padroni, il destino sta svelato allo sguardo. Per mantenersi in questo stato occorre non avere interessi da difendere, paure da sedare, bisogni da soddisfare”.

Ma la chiave di tutto, che mi squadernò l’universo di Zolla, nel quale entrai e da allora mai più ne sono uscito, per me è in queste parole immediatamente successive alle precedenti: “Si raccolgono i dati, si dispongono nell’ordine opportuno e, al di là dei recinti dove si sta rinchiusi, si spalanca l’immensa distesa del possibile”. Da quel preciso istante, Elémire Zolla non ebbe più segreti. Avevo, finalmente, trovato la chiave per comprenderlo. Mi gettai a capofitto su tutti i suoi titoli che riuscii a reperire. Nel brevissimo spazio di un’estate lessi quasi tutto. Ero avvinto dalla musicalità della sua scrittura, oltre che dalla mancanza assoluta di limiti in ciò che affrontava. La mente di Zolla non era logica o calcolante, ma circolare. Se dovessi descriverla non riuscirei. Ma certamente la dipingerei come una circonferenza dal diametro infinito che tutto in sé include e ritrasforma, restituendocelo mondato da ciò che può essere chiusura, mediocrità, fili spinati, ristrettezze d’ogni genere.

Fuori dal mondo con Elémire Zolla

L’insegnamento più bello che un autore come Zolla può dare a un ragazzo – come ero io negli anni giovanili in cui ebbi la fortuna di scoprirlo – lo riassumerei così: “La normalità dell’uomo non sta nel considerarsi finito, ma nel tornare a considerarsi infinito; perché tale egli è. E per questa ragione il mondo nel quale viviamo è già un al di là, uno spazio metafisico. Non occorre varcare alcuna altra dimensione o compiere passaggi di stato. Basta giungere alla consapevolezza che già da ora, nell’attimo stesso in cui respiriamo e apriamo gli occhi, ci si trova in una dimensione dove l’esperienza metafisica è la vita normale che ogni uomo può e deve vivere”. Giungere a tale consapevolezza è difficile. Ma riuscire a rendere familiare un pensiero così forte, radicale e liberatorio è come un andare verso un orizzonte mai visto e del quale fare esperienza è, oggi più che mai, necessario e ineludibile.

Tra i più grandi di sempre

Dal giorno in cui m’imbattei nelle poche righe di Zolla sulla quarta di copertina di Moby Dick sono passati quattordici anni. Da allora, ciclicamente, leggo e rileggo Zolla, senza ordine, saltando da un testo all’altro, procedendo per associazione di idee e affinità. Tra le sue pagine che più preferisco, senza dubbio vi sono quelle che scrisse introducendo il Clarel di Melville. Parole che possiedono una potenza e un piglio narrativo che nessuno scrittore ha mai posseduto, perché ci si trova davanti ad uno stile che esprime, non significare e basta.

Ed è con le righe iniziali di questo saggio, assolutamente meraviglioso, che vorrei concludere questo mio personalissimo e appassionato viatico alla lettura, scoperta e riscoperta di Elémire Zolla nella ricorrenza del ventennale dalla sua scomparsa: “Fra i grandi mi tiene inesorabilmente avvinto Herman Melville. Lo capii all’improvviso, per un’illuminazione subitanea, che avevo vent’anni. Da allora lo rileggo quasi completamente ogni due o tre anni e ogni volta mi trovo di fronte un testo inatteso, con rinvii ad autori sempre nuovi. Quale emozione quando scoprii uno dei più prossimi, Benjamin Disraeli“.

Accade che dove rammentavo un ghigno, scorgo un aleggiante sorriso, che dove mi era stampata in mente una condanna inflessibile, scopro un perdono soave. Via via che la vita si accumula, Melville si trasmuta. Tanti corsi universitari, una filza di scritti gli ho dedicato, ma a rileggerlo giungo alla conclusione che tutto andrebbe modificato. Quando Melville incominciò a scrivere, già aveva imparato che cos’è la vita; era stato a bordo di mercantili, baleniere, navi da guerra, aveva soggiornato tra indigeni ancora intatti nelle isole Marquesas. Conosceva tutta la torva umanità delle navi. Era svezzato, sapeva parare ogni colpo, era stato ferito nell’intimo. Frammezzo alle nefandezze, aveva conosciuto l’amicizia più blanda, aveva tenuto colloqui profondi con marinai conoscitori verso per verso di Shakespeare e quei dialoghi erano valsi più d’ogni insegnamento.

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Mai più

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