Giornalismo e verità: il monito di Assange

Vi sarà sicuramente capitato di ascoltare interviste pre o post-partita di allenatori e giocatori di squadre sportive. Nel migliore dei casi si potrebbe ottenere dagli interessati un pronostico spavaldo o un commento negativo sulla direzione arbitrale; nel peggiore invece si limiteranno a reiterare la solita litania priva di significato (“abbiamo giocato bene/male” “non era facile” “siamo all’inizio/alla fine” “faremo meglio la prossima/dobbiamo continuare così” e via discorrendo) facendo, come si dice in gergo “zero a zero”. Con buona pace dei reporter che difficilmente (forse in sala stampa) fanno la domanda scomoda, preferendo piuttosto incensare la società di turno (pena la perdita di alcuni “privilegi” come un posto assegnato in tribuna stampa, un accredito per una partita imperdibile, retroscena di mercato o persino un’intervista esclusiva).

Giornalismo è verità

Ma non era un articolo su Assange? Sì, ma la domanda chiave da cui iniziare davvero è: che cos’è oggi il giornalismo? Per Assange, co-fondatore australiano di WikiLeaks nell’ormai lontano 2006, il giornalismo era (ed è) verità, anche a costo di farne emergere alcune a volte molto scomode: «bisogna iniziare dalla verità – disse nel 2010 – la verità è l’unica forma attraverso cui possiamo giungere da qualche parte perché qualsiasi decisione presa sulla base di menzogne o per ignoranza, non può portarci ad una buona conclusione». Ecco quindi la scintilla che lo portò a fondare WikiLeaks: la visione di una rete internet che includesse i valori della libertà di parola, e il libero accesso alla conoscenza che garantisse contemporaneamente la privacy del popolo e la trasparenza dei potenti. Assange aveva intuito le potenzialità tiranniche della rete, ma anche la possibilità di libertà nel mondo fisico attraverso i codici cifrati, la solidarietà e la resistenza della gente. Not so easy, Julian.

Giornalismo e verità: il monito di Assange

Messaggi in codice

Nel libro Cypherpunk: la libertà e il futuro di internet, Assange scriveva: “la crittografia è parte delle leggi della fisica e non tiene conto della sbruffoneria degli stati, né delle distopie di sorveglianza transnazionale. Non è logico che il mondo debba funzionare in questa maniera, ma in qualche modo l’universo arride ai codici segreti”. Nel 2018, Assange si lanciava in oscure previsioni: «se da una parte internet ha introdotto nuove modalità di educazione reciproca, la conseguente esplosione democratica ha scosso dalle fondamenta le istituzioni già esistenti. I superstati digitali in via di espansione quali Google, Facebook e i loro omologhi cinesi, già integrati nell’ordine pre-esistente, si sono mossi per ristabilire il controllo della narrativa. Non è una semplice azione correttiva: un condizionamento sociale massivo e impercettibile alimentato dall’intelligenza artificiale costituisce una minaccia esistenziale per l’umanità. Il futuro dell’umanità si decide tra gli umani che controllano le macchine e le macchine che controllano gli umani».

Crimini di guerra

Dal 2006 ad oggi, WikiLeaks ha fatto davvero tanta strada. Una strada lastricata di difficoltà di ogni genere, soprattutto giudiziario. Nel 2007, fa subito scandalo la pubblicazione di un manuale di 238 pagine dell’esercito americano contenente una serie di procedure da seguire a Guantánamo, secondo le quali ad alcuni prigionieri veniva preclusa l’assistenza medica della Croce Rossa, mentre altri, i nuovi arrivati, venivano isolati per due settimane per facilitarne la collaborazione nel corso degli interrogatori. Nel 2008 ecco le “Bibbie” di Scientology. Nel 2009, oltre mezzo milione di messaggi intercorsi tra Pentagono, FBI, FEMA e polizia di New York nel corso degli attacchi dell’11 settembre. Nel 2010, viene pubblicato il video esclusivo dell’attacco aereo di un elicottero americano che a Baghdad uccide nove persone, tra cui un fotoreporter della Reuters e il suo autista (per il filmato, il soldato Bradley Manning, poi diventato Chelsea, viene condannata a 35 anni di reclusione, scarcerata da Obama nel 2017, quindi nuovamente imprigionata nel 2019).

Gli oltre 90.000 documenti sulla guerra in Afghanistan e i più di 400.000 sul conflitto in Iraq portano alla luce anche le torture della polizia irachena (ignorate dalle forze americane e britanniche) nei confronti della popolazione, svelando una concatenazione di eventi che portò alla morte di 15.000 civili. Assange stesso dichiara che «l’obiettivo è di usare l’Afghanistan per riciclare denaro e che gli USA non vogliono «vincere la guerra» ma piuttosto fare in modo che il conflitto sia infinito. È quindi la volta del cosiddetto “Cablegate” con oltre 250.000 messaggi di diplomatici americani tra il dicembre 1966 e il febbraio 2010: per Hillary Clinton sono attacchi diretti alla comunità internazionale, ma svelano gli assalti segreti condotti con i droni dalle truppe americane in Yemen, la pressione della famiglia reale saudita sugli USA per colpire l’Iran e la descrizione della Russia di Putin come uno “stato mafioso”.

Politica e favori

Nel 2015, ecco i famosi 30.287 documenti della Sony con la Corea del Nord che, nel tentativo (riuscito) di vendicarsi del film The Interview (che racconta il futuro rovesciamento del governo nordcoreano e l’omicidio del leader Kim Jong-un), riesce ad entrare in possesso e distribuire una versione dell’archivio della multinazionale. Gli “Archivi” mostravano i legami della Sony con la Casa Bianca, ma anche con l’industria militare americana. All’epoca, Assange dichiarò che «questi archivi dimostrano il lavoro dettagliato di un’influente multinazionale: è una cosa che fa notizia ed è al centro di un conflitto geopolitico, per cui è giusto che sia di pubblico dominio, e WikiLeaks farà in modo che rimanga tale». Tra i documenti, le prove della guerra alla pirateria, fatta anche attraverso appoggi di natura economica al Partito Democratico per la campagna elettorale del governatore di New York, Andrew Cuomo. A febbraio 2016, WikiLeaks si impossessa di scambi epistolari tra diplomatici italiani: l’oggetto della discussione riguarda il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che supplica Berlusconi di aiutarlo a ricucire i rapporti con Barack Obama.

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A luglio arrivano 20.000 e-mail del Partito Democratico, che a ottobre si arricchiscono di altri 2.000 messaggi elettronici (in codice?) di John Podesta, presidente della campagna elettorale della Clinton. A febbraio 2017, altri documenti della CIA (che inauguravano la serie “CIA Vault 7”) invece svelano come, nei sette mesi precedenti le elezioni presidenziali del 2012, tutti i principali partiti politici francesi fossero stati infiltrati da spie umane ed elettroniche nel tentativo di condizionarne l’esito. A marzo WL pubblica 8700 documenti della CIA che svelano come l’intelligence sia facilmente in grado di penetrare telefoni, computer, sistemi di comunicazione e altri dispositivi ai fini della sorveglianza. Ad aprile infatti ecco il manuale del “Weeping Angel” (letteralmente “angelo piangente”), un apparecchio impiantato nelle smart tv della Samsung per registrare le conversazioni ambientali. Due “colpacci” che istigano Mike Pompeo, ex capo della CIA, a descrivere WikiLeaks come «un servizio non governativo di intelligence spesso supportato da altri stati come la Russia», tanto che il Guardian, nel 2018, scrive di incontri segreti avvenuti tra Assange e Paul Manafort, presidente della campagna elettorale di Trump, nell’ambasciata ecuadoregna. WikiLeaks insomma non solo ha denunciato crimini di guerra dei “buoni”, ma anche segreti inconfessabili dei governi, a volte collusi con le multinazionali.

Un lungo calvario

In tutto questo, Assange inizia a vivere il suo calvario personale con la giustizia. Il 18 novembre 2010, un tribunale svedese ne chiede lo stato di fermo con l’accusa di stupro. Assange viene effettivamente arrestato a dicembre con un mandato europeo di cattura, ma susseguentemente scarcerato su cauzione. A febbraio 2011, il Palazzo di Giustizia di Westminster ordina l’estradizione in Svezia di Assange, che ricorre in appello. Il 14 giugno 2012, la Corte Suprema britannica respinge il l’ultimo ricorso del co-fondatore di WikiLeaks che, cinque giorni dopo, si rifugia presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, richiedendo asilo politico, che il paese sudamericano gli garantisce ad agosto. Il 19 maggio 2017 i pm svedesi interrompono l’inchiesta, dichiarando l’impossibilità a procedere vista la permanenza di Assange presso l’ambasciata ecuadoregna. L’11 aprile 2019, l’Ecuador revoca l’asilo politico, e Assange viene prelevato dall’ambasciata, arrestato e portato nel penitenziario di Belmarsh, in quello che la BBC nel 2004 definì come la “Guantánamo del Regno Unito”.

Giornalismo e verità: il monito di Assange

Il 1° maggio viene condannato a 50 settimane di carcere da un tribunale britannico per il mancato versamento della cauzione. Completa la sentenza anzitempo ma rimane dietro le sbarre per via delle udienze relative all’estradizione. Il 13 maggio i pm svedesi riaprono l’inchiesta, dichiarando che cercheranno di ottenere l’estradizione di Assange in Svezia. L’11 giugno, il dipartimento di giustizia americano richiede formalmente alla Gran Bretagna l’estradizione verso gli Stati Uniti con l’accusa di aver hackerato i computer governativi, violando così l’Espionage Act, una legge del 1917 che verrebbe applicata per la prima volta ad un editore. Il 19 novembre i pm svedesi intanto abbandonano l’inchiesta, sostenendo la debolezza delle prove a supporto, ma alludendo anche al tempo ormai trascorso. Il 21 febbraio 2020 un tribunale londinese avvia la prima parte delle udienze, che dovrebbero riprendere a maggio ma vengono posticipate a settembre a causa della pandemia. Il 4 gennaio 2021 la giudice Vanessa Baraitser conclude che sarebbe “oppressivo” estradare Assange negli USA per via delle sue precarie condizioni psicologiche, sostenendo il rischio concreto di suicidio. A dicembre, dopo aver ribaltato la sentenza precedente, l’Alta Corte di Londra accoglie il ricorso americano per l’estradizione di Assange.

Ad aprile 2022, la Corte di Londra ordina l’estradizione negli USA per il fondatore di WikiLeaks. Se processato e condannato negli USA, dove sarebbe imputato per 18 capi di accusa, Assange rischierebbe così fino a 175 anni di carcere . Il 17 giugno, la Gran Bretagna approva formalmente la richiesta di estradizione negli USA da parte del governo americano. La ministra dell’Interno Priti Patel concede 14 giorni ad Assange per fare ricorso. Il 1° luglio Assange fa ricorso. La moglie Stella Moris (sposata a marzo in carcere) fa sapere che nel ricorso rientreranno anche la violazione della libertà di stampa e alcune rilevazioni raccontate da Yahoo News emerse anche nel corso di un’indagine giudiziaria in Spagna, secondo cui la CIA avrebbe pensato di rapire o avvelenare Assange. Con il ricorso, Assange prolunga la sua permanenza di almeno un anno a Belmarsh (in una cella di 2×2 metri). Gli USA dal canto loro hanno garantito che non faranno scontare la pena ad Assange nel Supermax di Florence in Colorado (la “Guantánamo delle Montagne Rocciose”), aprendo persino alla possibilità di un carcere australiano.

Martiri della verità

Il presidente messicano ha aperto le porte del suo paese, dichiarando che, nel caso in cui Assange dovesse venire effettivamente condannato, bisognerebbe lanciare una campagna per smantellare la Statua della Libertà a New York. «È il miglior giornalista dei nostri tempi: è una vergogna che venga trattato peggio di un criminale», ha sentenziato Obrador. Assange quindi non viene perseguito per aver commesso crimini, ma per averli denunciati. Sono perentorie in questo senso le dichiarazioni della moglie Stella: «Se Julian verrà estradato o se dovesse morire prima in carcere, sarà la morte anche dell’informazione libera, la morte del nostro diritto di sapere cosa fanno realmente coloro che ci governano. Se Julian non sarà liberato, nessuno di noi sarà più libero». La sua storia insomma sarebbe un monito: guai a spingersi troppo oltre nella ricerca della verità perché potreste pagarne amare conseguenze. Anche se non sarebbe la prima volta. Nel 1999 l’autore Jim Keith, autore anche del libro The Octopus dove, tra le altre cose, scavava a fondo nelle cause della morte del reporter Danny Casolaro, morì a cinquant’anni in sala operatoria in modo molto sospetto a seguito di un intervento al ginocchio.

Giornalismo e verità: il monito di Assange

David McGowan, autore anche di un libro tradotto da Bibliotheka Edizioni (Nel cuore oscuro del sogno hippie), scomparve prematuramente nel 2015 dopo aver trattato una serie di temi “scottanti” (la causa ufficiale però rimane cancro ai polmoni). L’esempio più recente invece arriva dal giornalista olandese Peter de Vries, occupatosi del rapimento di Freddy Heineken, dell’omicidio Kennedy, di una serie di casi irrisolti e, poco prima di morire, dell’Event 201, la simulazione di pandemia di coronavirus messa in atto dalla John Hopkins University tre mesi prima dell’effettivo scoppio della pandemia (altre piste portano alla cosiddetta “macromafia”). Poco prima del suo omicidio (colpito il 6 luglio, morto nove giorni dopo), De Vries aveva iniziato a scavare anche nel tradizionale meeting a porte chiuse di Sun Valley (Idaho) che l’aveva portato a mettersi in contatto con Jovenel Moise, il presidente di Haiti, freddato il 7 luglio. Sono morti sospette e/o violente che sembrano non avere niente a che fare con il caso Assange: in realtà però nascondono una profonda brama di verità per cercare di svelare le trame profonde dei poteri forti, nel (vano?) tentativo di sovvertire l’establishment. Quasi una vittoria fuori casa, contro ogni pronostico. E a voi? Interessa ancora di più lo “zero a zero” dei tre punti in trasferta?

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Mai più

Tra guerre, bombe e nucleare Piero Pelù torna con Deserti e grida al mondo: “Mai più!”. Nell’intervista realizzata da Dario Morciano andiamo in viaggio con il rocker toscano, che si è ripreso la scena con un disco potentemente rock in cui denuncia le barbarie del presente, contraddistinto da conflitti mondiali e una disinformazione sempre crescente. Alessandro Di Battista parla del pericolo di un’escalation nucleare, un rischio altissimo e che ha superato quello vissuto nel corso della “crisi dei Caraibi”. All’interno Tutt’altra politica, Line-up, Un Podcast per capello, Ultima fila e Nel mondo dei libri, le consuete rubriche di Paolo Di Falco, Alessandro De Dilectis, Riccardo Cotumaccio, Marta Zelioli e Cesare Paris. Copertina a cura de “I Buoni Motivi”.

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