I detenuti all’estero che l’Italia ha dimenticato

Il rientro di Chico Forti è solo un successo: nel mondo restano ancora tanti nostri connazionali in difficoltà nelle prigioni straniere

“Ventiquattro persone rinchiuse in una cella. Un solo bagno intasato. Ratti, immondizia. La parola disumanità non è esagerata, dovete credermi. Mio figlio è depresso, pensa al suicidio”. Questo il grido di disperazione di Ornella Matraxia, madre del 29enne Filippo Mosca. Lui, secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria (OSAP), fa parte dei 2.663 italiani detenuti all’estero.

Chico Forti è solo uno dei detenuti italiani all'estero
Sit-in a favore di Enrico Forti, condannato nel 2000 all’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike a Miami (LaPresse) – ilMillimetro.it

A condurlo dietro le sbarre dell’istituto penitenziario di Porta Alba di Costanza in Romania, considerato tra le peggiori carceri d’Europa per le numerose condanne della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dovute ai trattamenti inumani e degradanti, è stato un pacco consegnato al suo hotel con dentro 150 grammi di marijuana, ketamina e Mdma. Pacco che, stando alla sua versione, apparteneva a una ragazza conosciuta al Sunwaves Festival di Costanza, ma che gli è valso una controversa condanna in primo grado a 8 anni e 6 mesi per traffico internazionale di sostanze stupefacenti.

Nonostante questo, Filippo rientra comunque in un cerchio molto ristretto ed esclusivo che può fare la differenza tra la vita e la morte. Di lui, infatti, conosciamo la sua storia, la sua vicenda, il suo nome. Di storie come la sua, le carceri estere sono piene e non tutte hanno avuto la fortuna di balzare agli onori della cronaca. Aspetto che può avere un ruolo rilevante nell’influenzare ed accelerare il lavoro diplomatico portato avanti sottotraccia dal nostro Paese.

Le vicende di Chico Forti e Ilaria Salis, paradigmi diversi dell’azione di governo

Parlare di carcere e detenuti, in un Paese condizionato da quel giustizialismo casareccio del “buttiamo la chiave e lasciamoli marcire in cella”, dettato da un’opinione pubblica digitalmente vendicativa sempre più appiattita sull’emotività del momento, non è affatto facile. Lo è ancora meno quando si parla dei nostri connazionali detenuti all’estero che, a prescindere dalla loro colpevolezza o innocenza, non di rado si ritrovano a scontare pene, conseguenza diretta di malagiustizia e corruzione, senza la benché minima tutela dei diritti umani.

Da Forti a Salis, diversi paradigmi di governo
Molti italiani restano in grande difficoltà – ilMillimetro.it

Ed è in questo clima che, a influenzare l’operato della diplomazia italiana, subentra l’attenzione mediatica: storie come quella di Chico Forti, ergastolano da oltre 24 anni in Florida per un omicidio del quale si è sempre dichiarato non colpevole, o quella di Ilaria Salis, detenuta in attesa di giudizio in Ungheria da oltre un anno, se mediaticamente amplificate possono sollecitare la politica interna e la diplomazia ad agire.

Chico Forti

Nel primo caso, ci troviamo di fronte a quella che è stata celebrata come una netta vittoria dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, che è riuscito a strappare il ritorno in Italia di colui che era stato condannato con la formula “Life without parole”, ovvero senza chance di uscire per il resto dei suoi giorni. Prospettiva ribaltata nel nostro Paese, dove la legge prevede permessi premio dopo dieci anni di reclusione, la semilibertà dopo i venti e i domiciliari o la libertà nel caso sussistano determinate condizioni.

La vicenda Chico Forti
Chico Forti nel corso di un’intervista in carcere (Screenshot YouTube) – ilMillimetro.it

Ad arrovellarsi con il rientro di Forti erano stati diversi esecutivi: già nel 2020 l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva annunciato l’imminente ritorno dell’ex produttore televisivo, cosa che però non avvenne per una serie di intoppi strettamente collegati alla mutevolezza del clima politico italiano. L’anno seguente a riprovarci è la ministra della Giustizia Marta Cartabia, che aveva fornito al suo omologo americano, autorità responsabile della decisione finale sul caso dopo l’assenso necessario della Florida, dei chiarimenti sul rispetto da parte italiana della convenzione di Strasburgo del 1983 sul trasferimento dei detenuti.

Naturalmente, l’attuale “successo” sul caso non è altro che la summa di una serie di eventi: dall’azione dei governi precedenti al ruolo di primo piano giocato dai consiglieri diplomatici di palazzo Chigi e dell’ambasciatrice italiana a Washington Mariangela Zappia. Successo che ha una valenza politica diretta, visto che mostra l’affiatamento con il partner oltreoceano e il delicato equilibrio che la leader di Fratelli d’Italia sta cercando di intrattenere con gli alleati. Sinonimo di questa linea è anche la sua mancata partecipazione alla Conferenza dei conservatori di Washington dello scorso febbraio, per lei, appuntamento fisso dal 2019.

D’altronde, bisogna anche sottolineare come l’Italia non abbia tanta libertà di scelta nei confronti degli alleati statunitensi, data l’enorme influenza economica e diplomatica che questi hanno sulle vicende del nostro Paese. Elemento palesatosi in maniera evidente nella transizione da leader di opposizione di estrema destra a capo del governo con cui Meloni ha dovuto fare i conti sin dall’inizio del suo mandato. Transizione che potrebbe portare a più di qualche problema a seconda dell’esito delle prossime presidenziali americane.

Ilaria Salis

Vicenda dai connotati quasi diametralmente opposti è quella di Ilaria Salis, dove non ci sono, volutamente, successi da incassare. In detenzione preventiva da oltre un anno, ad accendere il caso sono state le fotografie che la vedevano con le catene ai polsi e i piedi legati da cinture di cuoio nell’aula d’udienza di Budapest. L’accusa è quella di aver aggredito tre neonazisti durante un corteo.

Ilaria Salis a processo
Ilaria Salis nel corso del processo (Screenshot YouTube) – ilMillimetro.it

Nonostante la costernazione per quelle immagini, in cui la maestra 39enne veniva condotta in aula quasi con lo stesso trattamento riservato a un serial killer, l’azione politica dell’esecutivo è stata molto cauta e prudente. Alle iniziative diplomatiche, già avviate a partire dallo scorso 22 gennaio, dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani con il suo omologo ungherese Péter Szijjártó, ha fatto seguito un fermo rifiuto da parte del ministero della Giustizia alla possibilità avanzata dai legali della donna affinché quest’ultima scontasse i domiciliari all’interno di un appartamento dell’ambasciata, in modo da poter poi chiedere il trasferimento in Italia. Richiesta prontamente bollata dal ministro Nordio come inaccettabile, in quanto “irrituale”.

In questo caso l’attenzione mediatica suscitata dagli scatti fotografici, su cui la premier è comunque dovuta intervenire, anche se dopo un lungo silenzio, non è del tutto sufficiente vista la vicinanza palpabile dell’attuale esecutivo con l’omologo ungherese Orbán, che tuttora si rifiuta di riconoscere come inadeguate le condizioni detentive della Salis.

La convenzione di Strasburgo sul trasferimento delle persone condannate tra burocrazia e motivazioni politiche

Cornice imprescindibile delle azioni diplomatiche messe in atto per fare in modo che i detenuti italiani scontino la propria pena “a casa loro”, come direbbe qualcun altro, è la Convenzione del Consiglio d’Europa firmata a Strasburgo il 21 marzo 1983, alla quale hanno aderito 68 Paesi, tra cui il nostro. Il trasferimento, ai sensi dell’art. 3 della Convenzione, può avvenire nel caso siano rispettate le seguenti condizioni:

  • La persona condannata deve essere cittadino dello Stato di esecuzione;
  • la sentenza deve essere definitiva;
  • la durata della pena che la persona condannata deve ancora scontare deve essere di almeno sei mesi o indeterminata;
  • la persona condannata – o per la sua età o per le sue condizioni fisiche o mentali qualora uno dei due Stati lo ritenga necessario oppure il suo rappresentante legale – acconsente al trasferimento;
  • gli atti o le omissioni per i quali è stata inflitta la condanna costituiscano reato ai sensi della legge dello Stato di esecuzione o costituirebbero reato se fossero commessi sul suo territorio;
  • lo Stato di condanna e lo Stato di esecuzione sono d’accordo sul trasferimento.
Cosa dice la Convenzione di Strasburgo sul trasferimento di detenuti
Il trasferimento dei detenuti è determinato dalla Convenzione di Strasburgo – ilMillimetro.it

Nonostante all’apparenza tale procedure possa sembrare semplice, è evidente una parte burocratica non indifferente. A questo si aggiunge il fatto che quest’ultima, una volta avviata, può essere bloccata anche da motivi politici. Da qui ritorniamo ai 2.663 italiani detenuti all’estero di cui parlavamo sopra.

Detenuti che tante volte, nell’attesa di veder conclusa tale procedura, finiscono per esalare l’ultimo respiro dentro le carceri straniere: è il caso del carpentiere 36enne di Viareggio Daniele Franceschi, deceduto nel 2010 all’interno del carcere francese di Grasse in circostanze mai completamente chiarite o del bancario leccese Simone Renda, morto nel 2007 nel carcere messicano di Playa del Carmen per l’assenza di assistenza sanitaria.

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La storia al contrario

Il terrorismo israeliano e lo “spazio vitale” nazional-sionista. Nell’articolo principale Alessandro Di Battista sottolinea come sia «triste constatare quanto i discendenti delle vittime dell’Olocausto stiano, giorno dopo giorno, assomigliando sempre più ai peggiori carnefici della Storia». Greta Cristini analizza geopoliticamente i possibili scenari, mentre Luca Steinmann e Valerio Nicolosi ci raccontano la vita in Libano e in Cisgiordania con i loro reportage. All’interno Line-up, Un Podcast per capello, Ultima fila e Nel mondo dei libri, le consuete rubriche di Alessandro De Dilectis, Riccardo Cotumaccio, Marta Zelioli e Cesare Paris.

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