Interno Pompeiano, il respiro dell’antico

Fino al 16 giugno, a Roma, nelle sale di Castel Sant’Angelo, 60 fotografie, scattate da Luigi Spina in una Pompei deserta, restituiscono al visitatore contemporaneo la vita degli antichi abitanti della città

Un raggio di luce attraversa la Casa degli Amorini dorati e riaccende la vita in una Pompei deserta. E l’obiettivo del fotografo la carpisce, esplora gli ambienti, restituendo al visitatore contemporaneo, attraverso la fotografia, le voci e le abitudini domestiche degli antichi abitanti della città, prima di quel drammatico 79 d.C.

Le foto di Luigi Spina
Interno Pompeiano, Casa della Caccia antica – © Luigi Spina

È un’atmosfera di forte suggestione quella che il fotografo Luigi Spina restituisce attraverso Interno Pompeiano, la mostra realizzata dalla Direzione Musei statali di Roma – guidata dal direttore generale Massimo Osanna – in collaborazione con la Direzione generale Musei e il Parco Archeologico di Pompei, in corso fino al 16 giugno a Castel Sant’Angelo.

“Abitare Pompei”

Entrando in mostra, nelle Sale di Clemente VIII Aldobrandini, realizzate tra Cinque e Seicento, l’impatto è forte. Sessanta fotografie a colori di grande formato, stampate su carta fine art, raccontano la condizione unica che ha consentito al fotografo campano di “abitare” Pompei e “vivere” nelle sue case, potendo in questo modo seguire il modellarsi della luce naturale nell’arco delle giornate, e cogliere le sfumature nei diversi ambienti. L’obiettivo del percorso è quello di presentare al pubblico una nuova estetica visiva della città romana e dei suoi monumenti, seguendo la via della luce e del trascorrere del tempo. “In compagnia di mia moglie Serenella – spiega Spina – ho iniziato questo lavoro durante la pandemia. Massimo Osanna, allora direttore del Parco archeologico di Pompei, aveva creduto in questo progetto e mi aveva permesso di accedere alle domus.

La mostra a Roma in 60 scatti
Interno Pompeiano, Preadia Giulia Felice – © Luigi Spina

La mia idea era quella di lavorare sugli spazi interni, riequilibrando di nuovo quel rapporto che c’è tra le pareti affrescate e i pavimenti a mosaico. L’idea era quella di restituire una sensazione dello spazio della domus come un vero e proprio paesaggio dell’animo umano, un luogo dove le persone hanno vissuto. Pompei è una città distrutta dal vulcano, ma che sostanzialmente ha avuto una sua vita. Dobbiamo quindi considerare questi ambienti dinamici, vivi, e attraverso queste fotografie ho voluto aiutare i visitatori contemporanei a farlo”.

Una mostra e un progetto editoriale

Il corpus di oltre 1450 scatti (dai quali sono strati tratti i sessanta in mostra) ha dato vita in primo luogo al progetto editoriale Interno Pompeiano di 5 Continents Editions, un libro di quasi 300 fotografie a colori in grande formato, promosso dal Parco Archeologico di Pompei, realizzato in edizione italiana e francese con saggi dello stesso Spina, di Massimo Osanna, Gabriel Zuchtriegel, Carlo Rescigno e Giuseppe Scarpati. “Questo progetto – continua Spina – ha avuto la grande chance di avere la pubblicazione editoriale. Per un fotografo il libro conta molto perché è lo strumento che principalmente veicola l’immagine all’esterno. 5 Continents è stato essenziale affinché il progetto editoriale diventasse internazionale”. E in effetti, accolto nella cornice perfetta di Castel Sant’Angelo, il visitatore ha veramente l’impressione di varcare la soglia delle domus e di ascoltare le chiacchiere, la voce degli abitanti, le liti e le risate, di percepirne il carattere, la mentalità, e forse anche i progetti.

Un lavoro lungo due anni

“Le pitture pompeiane sono un inno alla vita. Attraverso la luce naturale ho voluto restituire questa sensazione di esserci di nuovo. Lavorare attraverso lunghe esposizioni è stato necessario per recuperare quel colore di fondo che spesso si perde e accordandolo totalmente ai tempi della luce. È stato un lavoro stagionale che ha richiesto circa due anni”. Poi un aneddoto. “Il momento che ricordo con più emozione nello svolgimento di questo progetto è quando ci siamo ritrovati io e Serenella su via dell’Abbondanza, soli, a giugno del 2020. È stato il momento in cui abbiamo percepito di poter essere messi nelle condizioni di fare quello che volevamo, mentre fuori infuriava la catastrofe pandemica. Ricordo il caffè delle 15 preso, a distanza, con i custodi.

Abbiamo provato a trasformare questa esperienza drammatica cercando il rapporto con l’altro. Quando si aprivano le porte ed entravamo nelle domus iniziava la mia funzione di cercare gli spazi”. E infatti con la sua fotocamera Hasselblad H6D-100c con le ottiche, senza l’aiuto della luce artificiale, questi spazi Spina li ha scovati, esplorati, catturando vedute che, dall’interno, conducono alla natura e viceversa. E anche lo sguardo del pubblico in visita alla mostra si adagia ora su colonne intonacate, ora su scorci inconsueti e prospettive che includono il paesaggio circostante.

Uno sguardo inedito su Pompei

Spina ha selezionato sessanta interni, invitandoci a guardare da vicino i mosaici, a percorrere peristili, riscoprendo ogni particolare delle pitture parietali. Ecco che negli scatti le domus riemergono in una visione inedita, in un equilibrio ambientale che restituisce la dimensione della presenza umana e al tempo stesso l’ampiezza sconfinata dell’Impero Romano, rievocando l’antica tragedia di Pompei. Luigi Spina è conosciuto per i suoi principali campi di ricerca che spaziano dagli anfiteatri ai legami tra arte e fede, dal confronto con la scultura classica alla ricerca ossessiva sul mare. Nella mostra a Castel Sant’Angelo il fotografo, abituato a solleticare con l’obiettivo i muscoli delle statue, da quelle di Canova ai Bronzi di Riace, al fine di creare un dialogo con il classico – e con la sua forza trasversale in grado di fare emergere i contesti restituendo ai capolavori antichi una dimensione umana – si confronta adesso con i luoghi, nello specifico con Pompei. Ma per un fotografo che differenza c’è tra immortalare spazi e catturare invece sculture? “Mentre le statue sono diventate valori assoluti, continuando la loro vita nei musei, qui davvero senti la presenza delle persone, anche se non ci sono. Nelle domus c’è un valore aggiunto che induce a comprendere che c’è stata un’umanità, soprattutto quando sei solo e vivi lo spazio in modo continuo. Attraverso la fotografia ricercavo la presenza delle persone. Spero che si possa davvero percepire l’umanità che c’era dietro queste dimore”.

L’antico per raccontare il presente

La domanda sorge spontanea: cosa significa per un fotografo contemporaneo come Luigi Spina fotografare l’antico? “Fotografare l’antico per me è stato un fatto vitale – confessa –. Cerco di raccontare la vita degli altri attraverso quello che resta. C’è chi fa ricerca antropologica sulle persone vive, vere, e racconta la storia, il folclore, la fede. Io penso, al contrario, che attraverso l’antico noi raccontiamo la storia delle persone”.

Le foto della mostra romana
Interno pompeiano, allestimento della mostra – ilMillimetro.it

Nei suoi scatti la Casa di Marco Lucrezio su via Stabiana, quella del Poeta Tragico col celeberrimo mosaico “cave canem”, la Casa di Orione, nelle loro incomparabili tonalità di rosso sinopsis, giallo tenue, verde delicato e azzurro polveroso, riprendono vita, mentre i pavimenti a mosaico, con motivi decorativi e pietre preziose, spiccano accanto ai dipinti con i loro paesaggi paradisiaci e le scene di vita quotidiana. Gli interni sono un crogiolo dove architettura e pittura diventano simbolo del culto dell’abitare dimore perfette.

Da Possagno a Paestum

Lasciamo per un attimo Roma e puntiamo verso nord. Nell’Ala Gemin della Gypsotheca di Possagno è in corso, fino al 29 settembre, un altro progetto di Luigi Spina, questa volta in quattro racconti, intitolato Canova. Quattro tempi, frutto di quattro campagne fotografiche realizzate anno dopo anno, a partire dal 2019. Si tratta di fotografie che racchiudono temi amorosi, mitologici, eroici presenti nel grandioso museo canoviano. In queste immagini Spina ha catturato l’attimo creativo nel quale Antonio Canova aveva tradotto l’idea in forma e in gesso. Ma la mente di Luigi vola già ai prossimi progetti. “A breve – annuncia – dovrei iniziare una ricerca fotografica sulla Valle dei Templi di Paestum. Finita questa fase ci sono altri progetti che partiranno, ma che al momento sono ancora nella mia testa. Voglio continuare a girovagare, a evadere, raccontando la bellezza”.

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Nativi indesiderati

Nell’ultimo decennio il Venezuela ha vissuto una metamorfosi sostanziale: nel mezzo le vite di chi fugge, chi torna e chi non se n’è mai andato. Ad affrontare il tema è Martina Martelloni, collaboratrice de il Millimetro, che direttamente sul posto ha raccontato la situazione degli indigeni, anche attraverso un eccezionale reportage fotografico. Alessandro Di Battista analizza le contraddizioni del “libero e democratico” Occidente nel rapportarsi con le operazioni militari di Israele, le sanzioni che colpiscono solo la Russia e le solite immagini che i TG nazionali nascondono. All’interno L’angolo del solipsista, Tutt’altra politica, Line-up, Un Podcast per capello e Nel mondo dei libri, le consuete rubriche di Giacomo Ciarrapico, Paolo Di Falco, Alessandro De Dilectis, Riccardo Cotumaccio e Cesare Paris. Si aggiunge inoltre Ultima fila di Marta Zelioli. Copertina a cura de “I Buoni Motivi”.

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