Jokic fa la storia di Denver: tutto merito del 41

Tenete a mente il 41, perché tornerà molto presto. Nella storia di Denver, Colorado, è il numero che ha cambiato il corso degli eventi. Tutti gli appassionati di basket leggendolo avranno subito associato quelle due cifre alla maglia di Dirk Nowitzki, quelli però erano i Dallas Mavericks. Non è poi così sbagliato come ragionamento, in fondo. Ma il discorso è molto più ampio di così. La maggioranza lo considera il miglior cestista europeo nella storia dell’NBA. Ma sarà ancora così dopo il 2023? Prima del 2014 gli amanti dello sport a Denver avevano festeggiato solo per i Broncos, campioni nel 1998 e nel 1999 in NFL, nel 1996 e nel 2001 per i trionfi dei Colorado Avalanche in NHL e persino in MLS con la vittoria del campionato da parte dei Colorado Rapids. Titoli nel basket? Ancora niente. Eppure la franchigia esiste dal 1967, quando nacque col nome di Denver Rockets. In 47 anni nessun acuto, nessuna soddisfazione. Nessun anello, soprattutto. Il 2014 è l’anno della svolta, anche se nessuno lo avrebbe mai immaginato. A cominciare dai dirigenti dei Nuggets. Ma per capire meglio cosa sia successo dobbiamo riavvolgere il nastro di quasi dieci anni. È il 26 giugno, Barclays Center di Brooklyn, New York. È il giorno del draft. La prima scelta – per la terza volta in quattro anni – spetta a Cleveland. Chiamata quasi scontata, Andrew Wiggins (vincerà quell’anno il premio “Rookie of the year”), che però non giocherà mai una partita con i Cavaliers. Due Jabari Parker (Milwaukee), tre Joel Embiid (Philadelphia). Denver chiama per undicesima, Doug McDermott, subito scambiato con Chicago per Jusuf Nurkic. Nella stessa trade entra anche Gary Harris, diciannovesima scelta assoluta. Ai Nuggets resta solo un’altra chiamata, la numero 41.

Jokic fa la storia di Denver: tutto merito del 41

Jokic fa la storia dei Nuggets: tutto merito del 41 – La notte di Taco Bell

A New York è sera, in Serbia notte inoltrata. Nikola dorme nel suo letto, ancora non sa che l’anno successivo giocherà in NBA con la maglia dei Denver Nuggets. In realtà neanche i suoi tifosi, che devono accontentarsi di una scritta in sovraimpressione per apprendere la notizia. In quel momento infatti sul canale che trasmetteva il draft stava passando uno spot di Taco Bell che promuoveva il quesarito, misto di burrito e quesadilla. Ma perché è così importante quel momento? Loro non lo sanno, ma quelle cinque lettere cambieranno per sempre la storia dei Nuggets. La migliore scelta di sempre al secondo turno: Jokic infatti è l’unico giocatore a essere riuscito a vincere l’MVP della stagione e delle Finals senza essere stato selezionato al primo giro. In quel momento nessuno sa ancora niente. Eppure qualcuno impazzisce di gioia, come se avesse previsto tutto con anni di anticipo. Mentre Nikola dorme, suo fratello Nemanja continua ad aprire bottiglie di champagne, di quello costoso, per offrire da bere a chiunque presente nei dintorni. L’era Jokic è solo all’inizio, ma nel giro di qualche anno porterà una franchigia dove mai era arrivata, sulla vetta dell’NBA. Alla conquista del primo anello.

Jokic fa la storia dei Nuggets: tutto merito del 41 – Il cammino

Reduci da una stagione conclusa al primo turno dei playoff, eliminati dai futuri campioni dei Golden State Warriors, i Nuggets ripartono dalla certezza Jokic e da un ritrovato Murray. A loro si devono aggiungere le certezze Aaron Gordon e Michael Porter Jr. L’esperienza di Caldwell-Pope, il talento di Brau e Brown completano un roster di livello assoluto. E lo si vede anche nella regular-season, in cui il primato di Denver non viene mai messo in discussione. La franchigia guidata da Michael Malone, dal 2015 alla guida della squadra, non sembra conoscere momenti di calo. Trascinata come sempre dalle giocate di Jokic, due volte di fila MVP della stagione. Dopo le 82 partite da calendario, il record è di 53-29. Meglio di Memphis (51-31) e Sacramento (48-34). Ma il vero exploit deve ancora arrivare. Tutto facile al primo turno con Minnesota (4-1), solo un leggero sussulto contro i Suns (4-2). La finale di Conference mette di fronte ai Nuggets i sorprendenti Lakers, giunti col fiatone alla fase finale, ma in grado di giocarsi le proprie carte ai playoff. Almeno prima di incontrare Denver. È un massacro: 4-0 senza mai concedere diritto di replica. Dall’altra parte Miami la spunta in gara 7 (dopo essere stato avanti 3-0) contro Boston. La sensazione è che non ci sia partita. I bookie danno i Nuggets vincenti nell’89% dei casi, il restante 11 è degli Heat. I pronostici sono azzeccati. Denver va avanti, Miami illude con il pareggio, poi il tris di Jokic e compagni. I Nuggets vincono il primo titolo nella loro storia. Gli ultimi a rompere il digiuno negli anni 2000 sono stati i Toronto Raptors (2019), i Cleveland Cavaliers (2016) e i Dallas Mavericks (2011) di Dirk Nowitzki. Sì, proprio lui. Il numero 41.

Jokic fa la storia dei Nuggets: tutto merito del 41 – Quanto è facile innamorarsi di Nikola?

È una domanda tanto scontata quanto difficile alla quale rispondere. C’è una serie infinita di aneddoti che potremmo raccontare per aumentare l’antologia legata al ragazzo di Sobor, nato il 19 febbraio 1995. Un centro dominante sotto canestro, con le mani da playmaker, l’eleganza di un’ala piccola e la precisione di una guardia tiratrice. Tutto concentrato, si fa per dire, in 211 centimetri per quasi 130 chilogrammi. Se dovessi scomodare la credenza popolare, potremmo utilizzare la metafora attribuita ad Albert Einstein: “La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso”. È il paradosso di Jokic. Ma dietro al gigante serbo si nasconde un universo filosofico che lo rende diverso da tutti gli altri atleti dell’NBA. Ed è qui che inizia l’elenco che tanto bene racconta il Nikola fuori dal parquet. Neanche inizia a giocare a basket che a 13 anni decide di cambiare sport e passare al trotto, la sua vera grande passione. Dopo due anni ci ripensa e torna alla pallacanestro, giocando per una squadretta locale. All’epoca – parole sue – “faceva schifo”. La sua dieta prevedeva 3 litri di Coca-Cola al giorno. A 18 anni Misko Raznatovic, un agente importante, lo nota e gli promette di regalargli una scatola di biscotti al cioccolato dopo ogni partita giocata bene. Sempre quell’anno si lesiona il polso dopo una sessione di autografi durata tre ore. In quel periodo il suo nome è sulla bocca di tutti in Serbia, tanto che il Barcellona mette gli occhi su di lui, salvo poi tirarsi indietro all’ultimo. Ed è lì che entrano in scena i Denver Nuggets. Della notte del draft ne abbiamo già parlato, ma del suo primo approccio con la franchigia ancora no. Si presenta negli Stati Uniti con il 22% di massa grassa.

Jokic fa la storia di Denver: tutto merito del 41

La prima sera, ad una cena a casa di un dirigente, mangia da solo una vaschetta di gelato da 1 kg. In quel momento gli vengono vietate bevande gassate e dolciumi. Il risultato è stupefacente: Nikola perde 19 kg in 6 mesi. Si potrebbe andare avanti per ore: dalle telefonate che fa una volta alla settimana al suo cavallo (la madre gli tiene il telefono accostato all’orecchio) alla rissa con i fratelli per una partita di UNO. Dalla prima notte di nozze in cui è tornato in albergo da sua moglie alle 7.30 del mattino a quella in cui è stato visto aggirarsi per Ferrara con un pacco di Ringo e una bottiglia di Peroni. Per non parlare della sera in cui ha firmato il contratto di 5 anni da 272 milioni di dollari. Ha festeggiato portando una trentina di amici in una bettola a pochi km da Sombor, dove, come da tradizione, hanno ballato a petto nudo attorno al fuoco bevendo rakija: un mix tra la grappa e del gasolio. Da almeno tre stagioni è il miglior giocatore di basket al mondo e a 28 anni il suo palmares recita: 1 titolo NBA, 1 titolo di MVP delle Finals, 2 titoli di MVP della regular season. Ma la cosa più bella rimane comunque il personaggio che c’è dietro al giocatore. Non ha i social perché “sono una perdita di tempo”, odia il formalismo americano, cambia argomento quando parlano dei suoi record, non cerca la luce dei riflettori. Preferisce il campetto dove è cresciuto vicino casa. Tanto gli unici muscoli che servono per giocare a basket sono quelli del cervello, anche questa è una sua massima. Chissà cosa avranno pensato i tifosi dei Denver Nuggets ripensando a quel 26 giugno 2014. E a quella scelta, la numero 41.

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Mai più

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