La Brexit sta uccidendo la musica inglese

Tra i tanti settori che hanno subito le pesanti conseguenze dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea c’è l’industria musicale. Dalla Brexit – sancita con il voto alle urne nel 2016, ma avvenuta formalmente il 31 gennaio del 2020 – ad oggi, è stato difficile constatare quale fosse stato l’impatto concreto di quel voto sulla vita professionale di centinaia di migliaia di musicisti. In un arco temporale di 7 anni c’è stato poi un altro evento molto rilevante, la pandemia da Coronavirus, che ha fortemente intaccato il settore musicale, pertanto i veri effetti della Brexit si sono iniziati a riscontrare in quest’ultimo anno in cui in tutto il mondo gli artisti hanno ripreso del tutto concerti e tournée. Secondo un sondaggio (“Paying the price”) condotto dall’Indipendent Society of Musicians (ISM), quasi la metà (47,4%) dei musicisti e dei lavoratori britannici dell’industria musicale dalla Brexit in poi hanno lavorato meno, e più di un quarto (27,8%) non ha proprio lavorato. Vivere come musicista è diventato per molti di loro impossibile, tanto che alcuni si sono espressi in modo molto critico nei confronti delle istituzioni. Il mezzosoprano Jennifer Johnston, per esempio, ha detto che “la Brexit sta silenziosamente uccidendo il nostro settore un tempo considerato di livello mondiale. È giunto il momento che il governo riveda alcune regole per evitare parte dei danni arrecati prima che sia troppo tardi”. L’Indipendent Society of Musicians ha raccolto le testimonianze di oltre 400 musicisti e operatori del settore sulle loro esperienze lavorative dal 1° gennaio 2021 all’aprile 2023, senza considerare dunque il periodo della pandemia. Quattro partecipanti su dieci hanno dichiarato di aver visto il loro lavoro cancellato e quasi la stessa cifra ha dichiarato di essere stato costretto a rinunciare al lavoro. Ma perché? Cosa è cambiato concretamente per gli operatori del settore?  Sostanzialmente è diventato molto più costoso muoversi e dunque organizzare un’esibizione in qualsiasi parte del mondo. Qualsiasi artista o band viaggi in un Paese europeo deve richiedere un visto e un’autorizzazione per la propria attrezzatura. Documenti indispensabili e soprattutto cari. Secondo gli intervistati la spesa più pesante riguarda i visti e i permessi di lavoro (23%), seguita dai carnet (18%) e dalle spese di viaggio (14%). Altro ostacolo, oltre a quello economico, il tempo. Per ottenere la documentazione necessaria gli artisti devono attivarsi con largo anticipo, motivo per cui è diventato impossibile organizzare esibizioni dell’ultimo minuto. Ma la documentazione non basta. A preoccupare gli artisti c’è anche la logistica. Molte volte capita che l’attrezzatura venga bloccata al confine e che la band arrivi nel Paese di destinazione senza gli strumenti indispensabili. Preventivamente, dunque, gli artisti organizzano lo spostamento aggiungendo almeno un giorno in più di viaggio e dunque una notte di pernottamento in più. Spese che per i grandi artisti possono essere irrisorie, per tanti altri possono essere fuori portata e avere un impatto molto pesante. Uno degli artisti intervistati dall’Ism ha spiegato: “È necessario un giorno di viaggio in più per entrare e uscire dall’UE… Ciò significa che il veicolo deve partire un giorno prima per un tour dell’UE, aggiungendo un giorno in più di noleggio del furgone, un giorno in più di noleggio di backline, giorno di paga per tutto l’equipaggio e giorno extra di paga per tutti i musicisti”. La stessa circostanza si verifica per gli artisti stranieri che vogliono esibirsi in Gran Bretagna, una piazza europea che per secoli è stata al centro del panorama musicale internazionale e che dunque è molto ambita e desiderata dai musicisti di tutto il mondo. Per gli artisti e le band statunitensi, per esempio, il costo per entrare nel Regno Unito è aumentato a tal punto che organizzare un tour con diverse tappe è economicamente inaffrontabile se non finanziato da una grossa etichetta discografica.  Un problema, quindi, che riguarda sia cantanti e musicisti in entrata sia quelli in uscita. Uno dei partecipanti al sondaggio dell’ISM ha detto: “Il lavoro si è fermato… l’offerta di concerti europei si è in gran parte prosciugata… La mia band, semplicemente, non riesce a guadagnarsi da vivere nel piccolo mercato del Regno Unito, quindi inevitabilmente abbiamo dovuto abbandonare il nostro lavoro”. Molti altri hanno constatato, per via delle complicanze burocratiche e logistiche, una vera e propria riluttanza da parte di molti teatri e strutture europee ad accogliere artisti britannici. Paul Carey Jones, cantante lirico freelance, ha dichiarato: “Non c’è dubbio che i freelance britannici avvertono un impatto significativo sul loro sostentamento e sulla loro carriera, con la conseguenza ultima che i datori di lavoro europei spesso scelgono di assumere concorrenti provenienti da altri Paesi“. 

La Brexit sta uccidendo la musica inglese

La Brexit sta uccidendo la musica inglese – Lo scontro con il Governo 

Deborah Annetts, Ceo di Ism, ha sottolineato che la musica britannica ha una grande storia di successo di cui tutto il Paese va orgoglioso e il Governo stesso identifica il settore dell’arte come un potenziale mercato in continua crescita. “Come mostra il sondaggio, il Governo ha sottovalutato l’impatto di alcune norme sul lavoro di centinaia di migliaia di artisti “, spiega Annetts che aggiunge: “E avrebbe dovuto affrontare in modo diverso molte delle questioni che affliggono il settore musicale per fa sì che la Brexit funzionasse, ma ha scelto di non farlo. Secondo l’imprenditrice britannica la Brexit non avrebbe mai dovuto significare che i musicisti non potessero condividere liberamente il loro talento con i vicini Paesi europei. Dal suo punto di vista ciò danneggia il Paese, il suo soft power e il suo prezioso canale di talenti creativi. La musica vale 5,8 miliardi di sterline per l’economia del Regno Unito e le industrie creative in generale valgono 116 miliardi di sterline. Alla luce dell’attuale situazione, l’Indipendent Society of Musicians chiede al Governo di agire e far sì che la Brexit non diventi un ostacolo per il benessere dei musicisti e dell’economia britannica. Eppure diverse norme, ora come ora, sono dei veri e propri scogli. I musicisti, per esempio, sono limitati anche in quei Paesi che non richiedono visti o permessi poiché, in base al Programma di esenzione dal visto Shengen, possono trascorrervi un massimo di 90 giorni su un periodo di 180 giorni nell’UE. Una restrizione che ha impedito a molti artisti di fare audizioni o di esibirsi liberamente nei teatri di tutta Europa. L’accordo commerciale e di cooperazione (TCA) firmato dal Regno Unito e dall’UE il 30 dicembre 2020, tuttavia, non includeva disposizioni specifiche sui viaggi a breve termine per gli artisti o gli altri operatori del settore. Nel 2021 la Camera dei Comuni si è espressa al riguardo affermando che il TCA “ha creato barriere che colpiscono sia il movimento dei musicisti e il loro ecosistema di supporto sia la circolazione di beni come attrezzature e altre merci”. Indispensabile, dunque, la rinegoziazione del TCA.  Il rischio, paventato dai tanti operatori del settore, è che questa situazione gravi particolarmente sulle spalle di coloro che sono all’inizio della carriera, senza il sostegno di una reputazione consolidata. E ciò potrebbe provocare un danno a lungo termine alla posizione del Regno Unito come forza globale nelle arti dello spettacolo. La crisi che sta affrontando l’industria musicale britannica a causa della Brexit è una delle tante conseguenze indirette dell’uscita del Paese dall’Unione Europea, e si aggiunge ad altri cambiamenti e criticità che il Paese sta vivendo in diversi settori economici e sociali. Difficoltà in diversi ambiti della vita pubblica e privata che hanno portato centinaia di migliaia di cittadini a cambiare idea sul proprio voto del 2016. Oggi, infatti, più della metà degli inglesi (il 57%) ritiene che votare per la Brexit sia stata una cattiva idea. 

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