La guerra e la fuga dei media russi

Il 3 marzo, a una sola settimana dall’inizio della ‘operazione militare speciale’ russa in Ucraina, la televisione indipendente moscovita Dozhd (pioggia in russo) sospendeva le attività dopo il blocco del sito web. Un giorno prima l’Unione Europea imponeva sanzioni agli organi di informazione pubblici RT e Sputnik che svolgevano attività di radiodiffusione nell’Ue. “La manipolazione delle informazioni e la disinformazione sistematiche sono utilizzate dal Cremlino come strumento operativo nella sua aggressione contro l’Ucraina – aveva dichiarato Josep Borrell, alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza -. Rappresentano inoltre una minaccia consistente e diretta all’ordine pubblico e alla sicurezza dell’Unione. Oggi stiamo compiendo un passo importante contro le operazioni di manipolazione di Putin, chiudendo i rubinetti ai media russi controllati dallo Stato nell’Ue”. Per il Consiglio europeo Sputnik e RT sono sotto il controllo permanente, diretto o indiretto, delle autorità della Federazione russa, sono essenziali e determinanti per portare avanti e sostenere l’aggressione militare nei confronti dell’Ucraina e per destabilizzare i paesi vicini.

Una strategia, quella mediatica, radicata ormai nel sistema russo e che negli anni è diventato sinonimo di disinformazione, manipolazione delle informazioni e distorsione dei fatti, da quelli trascurabili ai più ingombranti. Peculiarità che hanno costretto i media ad andarsene dallo spazio internet europeo, senza poter protestare. Cercando però una soluzione veloce ed efficace. A causa di un campo di influenza troppo vasto da abbandonare: per riconquistarlo, la Russia ha messo in campo i favori di Aleksandar Vucic, presidente serbo vicino a Vladimir Putin, insieme a sottili abilità informatiche. Una storia completamente diversa da Tv Dozhd, oggi in esilio tra Riga, Amsterdam, Tblisi e Parigi, ma che grazie alla collaborazione della tv lettone Tv3 e di quella georgiana Formula Tv ha ripreso le trasmissioni il 18 luglio, a quattro mesi e mezzo dalla sospensione in Russia. “Non so quanto tempo staremo qui ma spero staremo bene”, ha dichiarato Tikhon Dzyadko, caporedattore di TV Dozhd, alla stampa lettone a pochi giorni dalla riapertura del canale fondato nell’aprile del 2008.

La guerra e la fuga dei media russi

È la censura, bellezza!

Se chiamare guerra una guerra fosse un reato penseremmo di essere protagonisti di un arzigogolato gioco da tavolo in cui bisogna indovinare una parola senza mai pronunciarla. Se dovessimo dire che è tutto vero, avremo già dimenticato un altro termine fondamentale in tutti i sistemi democratici: libertà. Quella che manca sempre di più in Russia e che con la guerra su larga scala in Ucraina rischia di scomparire. A darne prova la legge che ha introdotto a marzo 2022 pene fino a 15 anni di carcere per la diffusione di notizie ritenute false sulle azioni militari russe in Ucraina (compreso definire l’azione bellica di Mosca una guerra). Da quando il 24 febbraio Roskomnadzor, l’organo della Federazione Russa che controlla i mezzi di comunicazione, informava i media di dover utilizzare le informazioni e i dati da loro ricevuti su quanto stava accadendo nelle Repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk solo da fonti ufficiali russe perché affidabili e aggiornate, la censura è stata sempre più stringente costringendo le poche testate libere rimaste a chiudere e a sospendere le pubblicazioni. Fino alla fine della guerra.

“F@ck this job”, la nuova vita di Tv Dozhd a Riga, in Lettonia

“Chi controlla i media, controlla le menti”, aveva detto il frontman della band statunitense The Doors Jim Morrison. Una delle citazioni più ricordate del cantante ritrovata sullo schermo nero dei cinema che hanno deciso di proiettare “F@ck this job”, il documentario sulla nascita di Tv Dozhd e della sua fondatrice Natasha Sindeeva. Un percorso fatto ad ostacoli quello di Tv Rain e che nelle quasi 2 ore di girato va a ritroso nei 14 anni di vita della tv e della Russia di Putin, dei suoi media tra finzione da una parte, intimidazioni, chiusure, frustrazione e traguardi dall’altro. Nel 2008 Natasha Sindeeva è una facoltosa e ambiziosa 35enne che decide di fondare a Mosca un canale televisivo indipendente: Dozhd TV – L’emittente dell’ottimismo, poi ribattezzata TV Rain. In poco tempo la redazione si popola di giornalisti che si oppongono al regime di Putin e difendono le minoranze, portando avanti battaglie e diventando il luogo dove la libera espressione politica e non sono di casa.

La guerra e la fuga dei media russi

E conquistando la nomea di essere l’unica emittente libera a sopravvivere nella Russia putiniana – insieme al giornale Novaya Gazeta e la radio Eco di Mosca, entrambe chiuse a marzo. In pochi anni la guerra tra verità e propaganda si scontra con la guerra sul campo, quella in Ucraina, fino alla legge sulle fake news che ha costretto la tv a interrompere le trasmissioni. Un rischio troppo alto proseguire il lavoro del canale in Russia portando avanti una narrativa lontana dalle posizioni ufficiali del Cremlino. E così la decisione di chiudere i battenti. Poi la svolta e la concessione a giugno 2022 dell’autorità lettone per le telecomunicazioni della licenza di trasmettere dalla capitale Riga e il divieto a tutti i canali televisivi russi di rimanere nel paese. 80 per la precisione, che fino ad inizio mese erano ancora disponibili per i telespettatori lettoni dopo che i principali canali televisivi federali russi erano già stati banditi.

L’esilio mediatico dei canali russi fa tappa a Belgrado grazie a Vucic  

Nonostante il blocco dei siti di Sputnik e RT nel cyber spazio europeo, sono molti gli eventi che in questi mesi hanno fatto vacillare le sanzioni via etere inflitte ai canali di informazione del Cremlino. Italia compresa: all’inizio, fermare i principali domini dei più noti siti di propaganda russi non ha riguardato anche i sottodomini che hanno continuato indisturbati a raggiungere milioni di persone con contenuti rilanciati soprattutto sui social media. Un rimpallo, quello italiano, avvenuto nelle prime settimane di marzo, tra Asstel, l’organizzazione di Confindustria che riunisce le aziende di telecomunicazioni come Tim, Wind Tre, Vodafone, Sky, Fastweb, il Ministero degli Esteri, la Presidenza del consiglio, l’Agcom, l’Autorità per le comunicazioni, e il Ministero dell’interno per mettere in pratica il regolamento Ue. E il punto fermo di Barec, il Body of European regulators for electronic communications (l’agenzia europea che riunisce le authority per le telecomunicazioni), arrivato con alcuni giorni di ritardo, secondo cui tutti i domini e sottodomini legati alle entità russe dovevano essere inclusi nell’eccezione decisa a livello comunitario, dando pieno potere ai regolatori nazionali per oscurare tutto in modo tempestivo.

Anche se così non è stato, con versioni di Sputnik accessibili in Italia dopo il niet del Consiglio. E non è tutto: una ricerca dell’Institute for Strategic Dialogue, organizzazione non profit indipendente che si occupa di estremismo e disinformazione, pubblicata a fine luglio, ha fatto luce sulla vulnerabilità del blocco Ue spiegando come i domini dei siti internet siano stati cambiati continuando a diffondere informazioni in modo indisturbato. Subito dopo l’attuazione delle sanzioni in Germania e in Spagna, per esempio, sono apparsi due nuovi siti, repliche perfette di RT con indirizzi IP e identificatori di Google analytics direttamente collegati all’organizzazione mediatica che fa capo al Cremlino – gli analisti ne hanno trovati 12. I ricercatori di ISD hanno poi individuato altri cinque siti clone che a differenza dei precedenti non erano ospitati su server legati a Mosca, e 112 siti di aggregazione di notizie che ripubblicavano contenuti di RT insieme a quelli di organizzazioni mediatiche occidentali (i siti erano ancora tutti accessibili in Europa alla data della pubblicazione della ricerca). 

La guerra e la fuga dei media russi

Sempre a luglio, a pochi giorni di distanza dalla decisione della giustizia europea che ha respinto la richiesta del canale di notizie RT France di annullare la sospensione delle sue trasmissioni nel quadro delle sanzioni dell’Ue contro Mosca, la caporedattrice di Sputnik Serbia, Ljubinka Milinčić, ha confermato che anche RT aprirà un ufficio di rappresentanza a Belgrado. Mentre il tribunale Ue ha sostenuto che il “divieto temporaneo” di RT France “non mette in discussione” la libertà di espressione “in quanto tale”, contrariamente a quanto sancito dai media statali russi, Aleksandr Vucic, neo eletto per la seconda volta consecutiva a inizio aprile, ha nuovamente aperto le porte a Mosca non rispondendo alle sollecitazioni dell’Unione Europea ad allinearsi alle sanzioni internazionali contro la Russia. Nessun dietro front ufficiale quindi, ma una nuova casa per le redazioni, essenziali e determinanti per portare avanti un’unica solo narrativa.

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Mai più

Tra guerre, bombe e nucleare Piero Pelù torna con Deserti e grida al mondo: “Mai più!”. Nell’intervista realizzata da Dario Morciano andiamo in viaggio con il rocker toscano, che si è ripreso la scena con un disco potentemente rock in cui denuncia le barbarie del presente, contraddistinto da conflitti mondiali e una disinformazione sempre crescente. Alessandro Di Battista parla del pericolo di un’escalation nucleare, un rischio altissimo e che ha superato quello vissuto nel corso della “crisi dei Caraibi”. All’interno Tutt’altra politica, Line-up, Un Podcast per capello, Ultima fila e Nel mondo dei libri, le consuete rubriche di Paolo Di Falco, Alessandro De Dilectis, Riccardo Cotumaccio, Marta Zelioli e Cesare Paris. Copertina a cura de “I Buoni Motivi”.

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