L’anti-western di Scorsese è un capolavoro

Il nuovo film di Martin Scorsese, Killers of the Flower Moon, nelle sale da giovedì 19 ottobre per poi approdare prossimamente su Apple TV+, riporta una storia realmente accaduta. Poco dopo la fine della “conquista del West” e della mattanza dei nativi americani, la Nazione Osage viene confinata in un brullo lembo di terra dell’Oklahoma. È il 1870 quando dal Kansas e dal Missouri gli Osage iniziano a spostarsi verso la loro riserva, un esodo che si completa nei primi decenni del XX secolo. I nativi americani hanno posto una ovvia condizione: che nella loro nuova terra non si ripresenti il problema dell’invasione dei coloni bianchi. Nel 1920, però, in quel territorio si scopre il petrolio, enormi e abbondanti giacimenti di “oro nero”, e in breve tempo la Nazione Osage diventa tra le comunità più ricche del mondo. I nativi americani, di certo non avvezzi al mondo degli affari, iniziano a vestirsi in modo elegante, guidano auto di lusso e hanno servitori bianchi, ma c’è l’inganno, dato che il governo americano sfrutta la loro scarsa dimestichezza imprenditoriale e li costringe ad avere dei “tutor” (ovviamente bianchi) che li aiutino (molto spesso li forzino) ad amministrare le loro immense ricchezze, spingendoli sistematicamente a truffe di ogni tipo. Quel che accade, quindi, è che quella condizione posta all’inizio dell’esodo, “niente coloni bianchi”, venga meno in un attimo. Migliaia di uomini infatti approdano in Oklahoma in cerca di fortuna, balordi di ogni tipo, spregiudicati imprenditori, reduci della Prima guerra mondiale. Poco dopo, gli Osage iniziano a morire a decine. Chi per malattia improvvisa, chi assassinato, chi in bizzarri incidenti. È un periodo denominato “regno del terrore”, che arriva fino alle soglie dei ’30, quando il neonato Bureau of Investigation, poi FBI, guidato da un giovane Edgar J. Hoover, manda un manipolo di investigatori, in parte di origine nativo-americana, a fare chiarezza sull’accaduto.

L'anti-western di Scorsese è un capolavoro
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L’anti-western di Scorsese è un capolavoro – Dalla Storia allo schermo

Questa vicenda è poco nota e in particolar modo poco raccontata. C’è un romanzo, pubblicato poco dopo i fatti nel 1934, che si intitola Sundown ed è scritto da John Joseph Mathews, uno scrittore Osage. E poi c’è, soprattutto, Gli assassini della Terra Rossa: Affari, petrolio, omicidi e la nascita dell’FBI. Una storia di frontiera (traduzione di Francesco Zago, Corbaccio, 2017), scritto dal giornalista David Grann (già autore di The Lost City of Z, da cui il film di James Gray). Martin Scorsese e lo sceneggiatore Eric Roth (Forrest Gump, Munich, Dune, per citare alcuni dei suoi lavori) lavorano proprio su questo testo, apportando però significative modifiche, evidenti già dal titolo del romanzo. Gunn, infatti, è interessato a raccontare la nascita dell’FBI e filtra dal punto di vista del detective Tom White (che nel film è interpretato da Jesse Plemons ed entra in scena solo nel “terzo atto”) i fatti accaduti. Killers of the Flower Moon, invece, adotta una prospettiva completamente diversa. A Scorsese e Roth poco importa dell’azione tardiva dell’FBI, dell’indagine di quella pezza messa su un buco imbarazzante della storia americana. A loro interessa il dramma di una popolazione guerriera e spirituale che si imbatte nel grande cancro del XX secolo, il capitalismo. Per questo motivo Scorsese e Roth hanno scritto la sceneggiatura avvalendosi della consulenza di alcuni membri della Nazione Osage e hanno intrecciato la loro versione della storia intorno a tre personaggi principali: il reduce di guerra Ernest Burkhart (Leonardo Di Caprio), che giunge in Oklahoma in cerca di fortuna, suo zio William “King” Hale (Robert De Niro), grande latifondista che si presenta come “protettore” degli Osage ma che è una specie di gangster dal volto presentabile, e soprattutto Mollie (Lilly Gladstone), una nativa americana che si ritrova una fortuna enorme da gestire e che sposerà proprio Ernest, finendo al centro della diabolica macchinazione ordita dai bianchi per eliminare la sua gente.

L’anti-western di Scorsese è un capolavoro – Ignoranza, malvagità, sacrificio

Ernest Burkhart, perfettamente interpretato da Leonardo Di Caprio, è un parvenu ignorante e ingenuo, reduce di guerra con i denti marci che ha combattuto al fronte facendo il cuoco, ed è il personaggio che guida il nostro ingresso nella comunità e nel film. Conosciamo tanto gli Osage quanto il mefistofelico zio attraverso le sue traiettorie prive di coordinate, di valori, di etica e di una visione chiara del mondo. “I love money”, ripete ossessivamente, ma sembra anche innamorato della moglie Mollie. Nel suo rozzo schema mentale, ispirato dalla cupidigia, non ci sono contraddizioni, il denaro appiattisce ogni cosa. Non è in grado di prendere posizione rispetto a nulla ed è completamente in balìa dello zio e della storia. William Hale, che preferisce farsi chiamare “re” piuttosto che “zio”, è forse il personaggio più complesso e diabolico dell’intera filmografia di Scorsese. È una sorta di allegoria dell’ipocrisia del capitalismo americano, che si presenta al mondo con la faccia dei princìpi cattolici, che si fa scudo di un moralismo radicale, ma poi è pronto a qualsiasi nefandezza pur di mantenere il potere. Già, il potere ancora più della ricchezza. Quello che anima Hale è la volontà di decidere, di dare sempre le carte, di avere in pugno la situazione. È il lobbista per eccellenza, un massone attraversato nel discorso e nello sguardo da un’aggressività latente, caratterizzato da costanti riferimenti alla Bibbia e alla sua fede cattolica, benché privo di qualsiasi forma di spiritualità. Spiritualità che invece caratterizza Mollie, che è il vero centro del film. Su di lei si concentrano sia le trame malvagie di Hale e famiglia sia lo sgomento della sua gente, intrappolata in una macchinazione diabolica perché occulta e intangibile. La performance di Lily Gladstone è incredibile, intensa ma misurata, fatta di piccole espressioni e di una mimica controllata che riesce a restituire la profonda spiritualità del suo personaggio.

L’anti-western di Scorsese è un capolavoro – Spiritualità, tra misticismo e sofferenza

Killers of the Flower Moon è in effetti anche un film profondamente spirituale, che tiene insieme due aspetti del cinema di Scorsese, quella più mistica, presente in film come Silence o Kundun, e quella più dolente e problematica, presente in capolavori come Taxi Driver o Al di là della vita. Il primo filone è tutto intorno alla Nazione Osage e alla loro spiritualità arcaica e pura. Scorsese mette in scena alcune loro ritualità, culti propiziatori, matrimoni e funerali, e ci regala alcune sequenze oniriche (come la struggente morte della madre di Mollie) sublimi e intense, che restituiscono la dimensione animistica di un popolo che vive a strettissimo contatto con la mitologia profonda della natura. La seconda faccia della dimensione spirituale di Killers of the Flower Moon è tutta accanto ai temi scorsesiani del peccato e del sacrificio. Il peccato è quella crepa dilagante che irrompe nella purezza religiosa della comunità degli Osage insieme all’arrivo dell’uomo bianco. L’avidità, il peccato più grave, non conosce ostacoli e una volta innescato non permette redenzione, se non attraverso il sacrificio. Il sacrificio è quello portato avanti da Mollie, che nonostante tutto ama suo marito, che nonostante tutto subisce e sopporta con una dignità superiore, una nuova figura cristologica del cinema di Scorsese, che vive come se la sopportazione senza vendetta fosse l’unica catarsi possibile.

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L’anti-western di Scorsese è un capolavoro – Il capitalismo, peccato originale del Novecento

L’avidità non è una novità nel cinema di Scorsese, che da Mean Streets a The Wolf of Wall Street ha spesso raccontato l’ossessione per il denaro dei suoi personaggi. Nella tragedia in tre atti di Killers of the Flower Moon, l’avidità diventa il peccato costitutivo degli Stati Uniti, nazione battezzata nel sangue e nelle strade di Gangs of New York, la cui struttura democratica però si è scolpita nel capitalismo ferino delle grandi Corporation e delle grandi lobby. In un film denso di violenza come Killers of the Flower Moon, l’immagine più spaventosa è il totale di una stanza in cui sono radunati, nei loro completi eleganti e funerei, tutti gli oligarchi del petrolio, guidati dall’avvocato W.S. Hamilton (Brendan Fraser). Un’inquadratura che Scorsese, anche grazie al superbo lavoro alla fotografia di Rodrigo Prieto, riesce a rendere di una brutalità sconcertante, il suprematismo bianco nella sua dimensione più pericolosa, quella elegante delle lobby massoniche che hanno “fatto” l’America e che continuano a guidarla. Il capitalismo e la sua natura violenta, architrave del mondo occidentale.

L’anti-western di Scorsese è un capolavoro – Il razzismo strutturale degli USA

In Killers of the Flower Moon vediamo spesso frammenti di cinegiornali che ci danno informazioni di contesto. In uno di questi, viene raccontato quanto succede a Tulsa nel 1921, poco distante da Fairfax, la città in cui avvengono la maggior parte degli omicidi degli Osage. Qui, il quartiere di Greenwood era chiamato “Black Wall Street” perché gli afroamericani avevano creato un’enclave prospera, ricca di servizi efficienti e di attività commerciali, viene messo a ferro e fuoco dai suprematisti bianchi, causando 300 morti stimati. Tra il 20 e il 21 giugno, il quartiere brucia, addirittura bombardato da alcuni aerei, e si scatenano episodi di linciaggio e di saccheggio. Il processo, che vede una giuria costituita da soli bianchi, attribuirà agli afro-americani l’intera colpa della rivolta e si concluderà senza alcun capo di imputazione per omicidio. Il film abbina lo sterminio della nazione Osage al massacro di Tulsa, a ribadire un altro elemento peculiare della grande democrazia americana, il suo razzismo endemico. Killers of the Flower Moon è puntellato da elementi di questa matrice, non ultima la presenza dei cavalieri del Ku-Klux Clan che sfilano per la main street di Fairfax, salutati calorosamente da “King” Hale. Gli Stati Uniti sono (anche) questo, una nazione nata dall’immotivato senso di superiorità dei bianchi.

L’anti-western di Scorsese è un capolavoro – Il western e l’anti-western

Il genere che ha maggiormente raccontato il genocidio degli indiani, e lo ha fatto per lungo tempo operando una sorta di whitewashing, è indubbiamente il western, che ha scolpito il mito della frontiera. Killers of the Flower Moon è stato da più parti definito un western, ma lo è in modo decisamente atipico e, potremmo dire, ironico. Non si tratta infatti di conquistare l’Ovest, non c’è uno scontro esplicito fatto di inseguimenti nel deserto e nella prateria, non ci sono rapimenti e scalpi. La terra da (ri)conquistare è dentro il cuore dell’America, nel Midwest, e lo scontro è più subdolo, fatto di truffe, di matrimoni combinati e di omicidi perpetrati nell’ombra, con la connivenza silenziosa delle istituzioni locali e di figure come medici, notai e avvocati. Questi sono i nuovi cowboy, imprenditori in doppio petto che usano avanzi di galera e disperati come sicari per il genocidio Osage. Gli indiani, invece, sono finiti dentro a un involontario processo accelerato di civilizzazione, che li ingloba, li digerisce e li espelle cercando di cancellarne tradizioni e singolarità. La forza del film però è anche la riuscita mescolanza di generi diversi. C’è sicuramente il gangster movie, con King Hale che è una sorta di “padrino” che gestisce la famiglia come un’impresa. C’è anche una detective story, quando entra in campo il Bureau che indaga sugli omicidi, cercando di incastrare Hale e il nipote Burkhart. E c’è anche un avvincente procedural, che racconta quel che accade nelle aule dei tribunali dove si cerca di fare giustizia sul genocidio Osage. Ci sono infine degli spunti da commedia, che riguardano soprattutto le interazioni tra Ernest e lo zio, spesso comici e grotteschi. Il tutto impreziosito dai riferimenti alla storia del cinema, non citazioni dirette ma echi di opere che hanno trasportato in modi differenti e a volte assai problematici sul grande schermo il concetto del Great American Novel, dal razzismo di Nascita di una nazione al Gigante, fino al Petroliere.

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L’anti-western di Scorsese è un capolavoro – Spoiler alert. There was no mention of the murders: il finale. Paragrafo da non leggere se ancora non avete visto il film!

Gli ultimi minuti di Killers of the Flower Moon sono geniali e inaspettati. Dopo un ultimo dialogo tra Ernest e Mollie, improvvisamente ci ritroviamo sul palco di un teatro, dove la storia degli omicidi Osage è stata raccontata sotto forma di un radiodramma e a questa forma viene affidata la conclusione del racconto. Premessa: in effetti, nel 1932, l’FBI aveva iniziato una singolare partnership con una Corporation del tabacco, la Lucky Strike, dando vita a un programma radiofonico intitolato The Lucky Strike Hour, nel quale venivano messi in forma di racconto radiofonico i casi più singolari su cui aveva lavorato il neonato bureau. Il programma veniva realizzato con la piena collaborazione di Hoover. Lo scopo della trasmissione era, in sostanza, convincere il pubblico americano che l’FBI era una grande risorsa per gli americani. Una forma arcaica di branded podcast di genere true crime. Il programma radiofonico si concludeva sempre con la stessa frase: “Così finisce un’altra storia e la morale è identica a quella esposta in tutte le altre. Il criminale non poteva competere con l’agente federale di Washington in una battaglia di ingegno”. Nel 1933, in The Lucky Strike Hour, viene dedicata una puntata agli omicidi degli Osage. Scorsese riprende questo spunto e ci mostra il narratore dello show, alcuni artisti vocali, una piccola orchestra e rumoristi, intenti a rivelarci che cosa accadde “dopo”. Ci svelano il destino di Hale e di Burkhart. Sorridiamo, ma si pone un primo evidente problema: come raccontare simili tragedie schivando il rischio della spettacolarizzazione? Scorsese centra il punto, con questa sterzata metalinguistica mostra il dispositivo della finzione narrativa e sembra ammettere con sincerità l’insufficienza del racconto rispetto al dramma della storia. Poi, per svelarci il destino di Mollie, negli ultimi secondi del film, compare lo stesso Scorsese. E qui ci arrivano chiarissimi due ammonimenti pesanti: il primo, riguarda ancora la spettacolarizzazione del dramma. Il regista sembra quasi “scusarsi” per aver messo in forma di film un racconto così tragico. Soprattutto, però, Scorsese sottolinea come il racconto della storia spesso è più potente e pericoloso della storia stessa. Perché, se le vite svaniscono, la storia rimane. E la storia la scrivono i più forti, non i più giusti. Scorsese legge il necrologio di Mollie, datato 1937, un testo che ripercorre la sua vicenda umana. Non tutta, però, manca un pezzo. Perché, conclude Scorsese, “There was no mention of the murders”. Una riflessione sull’arte del narrare che, pronunciata dal più grande regista vivente, ci fa guardare in modo diverso la tradizione della storia.

(foto copertina LaPresse)

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