Le giravolte della sedicente sovranista

*il 12/03 sul N. 6 della rivista il Millimetro

La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo le vita dei propri figli”. Sono le parole che il ministro degli Interni Matteo Piantedosi ha pronunciato poche ore dopo la strage di Crotone. Parole per qualcuno (pochi) condivisibili e per altri (molti) fuori dalla realtà. Alcuni giorni fa ho visitato i campi profughi nel nord della Siria colpiti dal devastante terremoto che ha provocato, ad oggi, quasi 50.000 morti. Ebbene, se io vivessi in uno di questi campi e ancor di più se ci vivessi con i miei figli, tenterei la fuga. Perché fuggire da una “non-vita”, anche attraverso rotte rischiosissime, ha a che fare il sacrosanto diritto alla vita, o, quantomeno, ad una sopravvivenza più dignitosa. Tutto ciò, evidentemente, Piantedosi lo ignora ma il punto non è questo. Dal 22 ottobre, ovvero da quando il governo Meloni è in carica, per l’ennesima volta, si discute di dichiarazioni. Prima le frasi di Donzelli rivolte alla Camera ai parlamentari del PD, poi le battute del Presidente del Senato La Russa sull’ipotesi di un figlio omosessuale, poi le reazioni del ministro dell’Istruzione Valditara ad una lettera scritta da una preside di un liceo di Firenze. Da oltre quattro mesi la pubblica opinione discute su parole – spesso colpevolmente in libertà – quando dovrebbe concentrarsi sui fatti o sull’assenza di questi. Tra l’altro temo che le continue polemiche sulle frasi pronunciate da ministri, sottosegretari e parlamentari governativi, sebbene gettino ombre sul valore della classe dirigente scelta dalla Meloni, in realtà non siano del tutto sgradite dalle parti di Palazzo Chigi. Meglio disquisire di chiacchiere che di giravolte meloniane. Al contrario, se si intende davvero opporsi al governo, sarebbe più utile rammentare alla pubblica opinione le innumerevoli inversioni a U fatte in soli quattro mesi di governo da colei che è arrivata al potere in virtù della sua presunta (o sedicente) coerenza.

Le giravolte della sedicente sovranista

Giorgia Meloni – Il dominio sui flussi migratori

Dal 1° gennaio allo scorso 24 febbraio sono sbarcati sulle coste italiane 14.104 migranti ovvero 8.700 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. Cosa avrebbe detto la Meloni se fosse stata all’opposizione? Avrebbe promesso il blocco navale. Ebbene dov’è finito il blocco navale? Tra l’altro tutto lascia presagire che i flussi aumenteranno. D’altronde, anche per responsabilità della Meloni e del suo disonorevole asservimento a Biden, in Europa si è smesso di parlare di negoziato per la guerra in Ucraina. E sarebbe il caso di collegare la tragedia dell’immigrazione anche con la crisi economica e sociale globale dovuta alla guerra, alla crisi energetica e alle speculazioni che ne sono scaturite. Oltretutto Erdogan, il cui potere inizia a scricchiolare in Turchia, è lo stesso Erdogan al quale l’Unione europea bonificò 6 miliardi di euro in cambio di una stretta sul rubinetto dei flussi. Una stretta che in questi giorni pare allentarsi. Erdogan oggi “controlla” diverse rotte di flussi migratori nell’area del Mediterraneo. Controlla la rotta balcanica, in parte quella jonica e, anche grazie alla guerra in Libia avallata da un governo del quale la Meloni era ministro, di fatto controlla la rotta libica. Erdogan oggi ha un potere immenso anche grazie alle scelte scriteriate di un’Europa che la Meloni ha smesso di criticare. Un tempo il rafforzamento geo-politico degli stati passava quasi esclusivamente attraverso il controllo delle rotte commerciali. La Gran Bretagna crebbe grazie al dominio su Suez o Gibilterra. Oggi il rafforzamento proprio o l’indebolimento altrui passa anche dal dominio sui flussi migratori. Questo la sovranista Meloni lo sa bene, tuttavia preferisce restare ferma piuttosto che prendere decisioni che possano minare un faticoso processo di conquista di credibilità nei salotti di Bruxelles. Anche per non inimicarsi le istituzioni bancarie europee (le stesse che spinsero per la sostituzione di Conte con Draghi) ha deciso di porre fine al Superbonus. Chi tuonava contro le regolette europee o contro quel Patto di Stabilità e Crescita disegnato dalla tecnocrazia e non dalla politica nel 1997, ovvero un’era geologica fa considerando tutto quel che è accaduto da allora, ne è diventata una paladina. Eppure, il 17 settembre 2022, soltanto una settimana prima delle elezioni politiche che l’hanno vista trionfare, la Meloni, a proposito delle continue modifiche fatte da Draghi sul Superbonus dichiarava: “le modifiche sempre più stringenti hanno mandato in crisi migliaia di imprese del settore edilizio che avevano giustamente fatto affidamenti sulla misura del Superbonus e hanno lasciato nel limbo migliaia di cittadini che hanno fatto altrettanto, firmando contratti per lavori che poi sono stati bloccati spesso anche in corso d’opera. Fratelli d’Italia è sempre intervenuta chiedendo che non si cambiassero le regole in corso e proponendo misure per sbloccare il mercato dei crediti incagliati e per favorire la ripresa dei lavori nei cantieri”.

Giorgia Meloni – Idee che cambiano all’improvviso

Chez Meloni l’Europa non è più matrigna. Al contrario è divenuta un padre da ossequiare nella speranza che ricambi affetto e considerazione. L’ultima legge di bilancio, la prima manovra finanziaria dell’era Meloni, l’avrebbe potuta scrivere identica Gentiloni. Poche risorse e zero coraggio. Una manovra gentiloniana, per l’appunto. Ma da Gentiloni la pavidità politica uno se l’aspetta, dalla sovranista della “pacchia è finita per l’Europa” molto meno. Il 1° ottobre del 2014, duecento giorni dopo l’annessione russa della Crimea, la deputata Meloni, in Parlamento, pronunciava queste parole: “Siamo sinceramente sconcertati dalla leggerezza con la quale il governo italiano sembra affrontare la questione dei nostri rapporti economici e geopolitici con la Russia e delle ripercussioni che le sanzioni verso la Russia e le conseguenti contro-sanzioni russe possono avere per l’economia italiana”. E ancora, dopo aver descritto una serie di conseguenze catastrofiche legate alle sanzioni a Mosca disse: “e questo è niente a fronte di quello che accadrebbe se a un certo punto la Russia decidesse di interrompere le forniture di gas che pesano sul nostro fabbisogno per circa il 49%. E le bollette sono già aumentate per colpa delle tensioni con la Federazione russa e per colpa delle sanzioni”. Infine concluse: “Ma il punto è un altro, Presidente, per cosa stiamo rischiando tutto questo? Stiamo rischiando tutto questo perché effettivamente abbiamo un interesse nazionale a intervenire come siamo intervenuti? Stiamo rischiando tutto questo per sostenere un’intelligente strategia di politica estera dell’Unione europea? A noi pare di no. Certo non stiamo difendendo il nostro interesse nazionale. Ma parliamo anche della politica estera dell’Unione europea. Se l’Unione europea avesse una politica estera, se l’Unione europea non si limitasse semplicemente a eseguire gli ordini del meritatissimo premio Nobel per la pace Barack Obama, allora l’Unione europea saprebbe che non ha alcun senso oggi forzare l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea e nella Nato portando inevitabilmente avanti una crisi con la Federazione russa”. “Inevitabilmente”. Utilizzò questo avverbio. Curioso no? Tre giorni dopo, durante la trasmissione Coffee break su La7 fu ancora più esplicita: “Credo che la difesa del Made in Italy sia la principale sfida sulla quale l’Italia deve rapportarsi con l’Unione Europea, ma è difficile difendere i nostri prodotti se si fanno scelte contrarie al Made in Italy.

Le giravolte della sedicente sovranista

Una di queste è l’aver sottoscritto di recente le sanzioni contro la Russia, che pesano sul nostro comparto agroalimentare per oltre un miliardo di euro, per piegarci a un diktat del “meritatissimo” premio Nobel per la Pace Obama. Lo stesso Obama che ha deciso di fare la guerra alla Federazione Russa proprio nel momento in cui avremmo dovuto prendere la Russia e arruolarla nella lotta al fondamentalismo islamico dilagante”. Secondo la Meloni Obama (ed evidentemente il complesso militare-industriale USA) stavano facendo “la guerra alla Russia”. Questo lo disse, ripeto, dopo l’annessione della Crimea da parte di Mosca. Oggi pende dalle labbra di Biden, lo stesso che Biden che, oltretutto, quando la Meloni tuonava contro l’Europa succube degli Stati Uniti era vicepresidente USA e Obama, di fatto, gli aveva assegnato (insieme a Victoria Nuland), il dossier ucraino. La Meloni in soli quattro mesi ha cambiato idea su tutto. Sull’obbligo del Pos, sull’Europa matrigna, sulle regole che poggiano sul trattato di Maastricht, sul blocco navale, sul Superbonus, sulle accise sulla benzina dato che ha addirittura cancellato gli sconti sui carburanti decisi dal governo Draghi. Ovviamente ha cambiato idea anche sulle cause del conflitto in Ucraina, cause che non giustificano l’invasione ma che dovrebbe ricordare ogni istante se fosse davvero interessata alla pace. Se, al contrario, la sola cosa che le interessa è inchinarsi davanti ai padroni di turno, beh, allora non ci resta che farle i complimenti. Lo sta facendo in modo impeccabile anche grazie ad una stampa che elogia il suo moderatismo come elogiò quello di Draghi. Lo stesso Draghi descritto per mesi come un essere imprescindibile, un nuovo Stupor Mundi, un misto di Churchill, Roosevelt e Adenauer e che, al contrario, oggi, mestamente, nessuno rimpiange. E chissà se alla Meloni non capiterà la stessa sorte. Certo, potrà sempre dire di esser stata la prima Presidente del Consiglio donna in Italia. Ma tra arrivare al potere e governare c’è di mezzo l’oceano del coraggio. Quello del quale, per adesso, la Meloni sembra esser sprovvista.

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La storia al contrario

Il terrorismo israeliano e lo “spazio vitale” nazional-sionista. Nell’articolo principale Alessandro Di Battista sottolinea come sia «triste constatare quanto i discendenti delle vittime dell’Olocausto stiano, giorno dopo giorno, assomigliando sempre più ai peggiori carnefici della Storia». Greta Cristini analizza geopoliticamente i possibili scenari, mentre Luca Steinmann e Valerio Nicolosi ci raccontano la vita in Libano e in Cisgiordania con i loro reportage. All’interno Line-up, Un Podcast per capello, Ultima fila e Nel mondo dei libri, le consuete rubriche di Alessandro De Dilectis, Riccardo Cotumaccio, Marta Zelioli e Cesare Paris.

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