Nel mondo di OnlyFans con Alex Mucci

*dall’8/04 sul N. 7 della rivista il Millimetro

«Cosa c’è di più femminista del diventare indipendenti e scegliere di monetizzare su una necessità che hanno gli uomini: le seghe?» Per Alex Mucci (pseudonimo di Alessia Mucci) è una domanda retorica, sebbene siano in molte ad accusarla «di incarnare la decadenza del femminismo». Lei, però, non ci fa caso e continua a fare il suo lavoro: quel lavoro che, per quanto «distruttivo», ha scelto in totale autonomia. Pescarese di nascita, classe 1988 e quei 7,2 milioni di follower su Instagram che fanno di lei una delle sex worker più seguite e chiacchierate sui social. Soprattutto dopo che nel 2022 ha deciso, insieme alla collega Eva Menta, di posare con una maglietta trasparente davanti alla Nascita di Venere di Botticelli, agli Uffizi: una scelta che ha fatto gridare allo scandalo chi non concepiva neanche per ipotesi una tale mescolanza tra “sacro” e “profano”. «Scusate, ma chi va nei musei non si masturba?», ribatte lei a il Millimetro. La laurea in ingegneria aerospaziale conseguita per rendere felici i genitori e poi chiusa nel cassetto per cercare la sua, di felicità; l’approdo su OnlyFans; il rapporto «tormentato» con il suo aspetto fisico e quello sano con la chirurgia estetica. Ma, soprattutto, secoli di ondate femministe racchiusi in quel «io non mi oggettifico, mi sessualizzo e do il consenso agli altri di sessualizzarmi».

Nel mondo di OnlyFans con Alex Mucci
Nel mondo di OnlyFans con Alex Mucci

Come si passa da una laurea in ingegneria aerospaziale a spogliarsi sui social?

«Ho 35 anni, mi sono laureata a 25 e all’epoca facevo ancora la bartender. Sapevo che non sarebbe stata la mia strada, ho concluso il percorso di studi per fare felici i miei genitori. Come al solito, era stata più una scelta per gli altri che per me stessa. Conclusi gli studi, ho continuato a lavorare nei bar per almeno altri quattro anni prima di cominciare a crescere su Instagram. In mezzo, una parentesi in Australia. In quegli anni, 2017-2018, Instagram era molto organico, era più facile crescere. Postando foto sono diventata virale e da lì ho cominciato a monetizzare su alcuni siti, come Patreon. Nel 2020, mi sono spostata su OnlyFans. Tengo a precisare, quindi, che non ho abbandonato ingegneria aerospaziale per fare la sex worker, ma solo perché non mi piaceva».

Come mai hai scelto di entrare in questo mondo?

«A quel tempo non esisteva questo lavoro: io, ripeto, non sono una onlyfanser, le ventenni che iniziano adesso lo sono. Prima c’erano altri mille siti simili, solo meno sviluppati, che permettevano a chi aveva numeri importanti su Instagram o faceva la modella di monetizzare. All’epoca, però, non eravamo mainstream. Come dico spesso, non sono io ad aver scelto questo lavoro, è lui che ha scelto me: essendo cresciuta su Instagram e postando contenuti sexy, o continuavo a farli senza uno scopo, o sceglievo di monetizzarli in qualche modo. E un’immagine così forte, come la mia, è più difficile da monetizzare rispetto a quella, per esempio, di Chiara Ferragni, più family friendly. Il passaggio a OnlyFans, quindi, è stato quasi obbligato per me. Come accennavo, con l’arrivo di questa piattaforma io e le mie colleghe siamo diventate mainstream e ovviamente abbiamo iniziato ad avere anche più concorrenti perché tutte hanno capito che poteva essere un lavoro a tutti gli effetti».

Come rispondi a chi sostiene che guadagnare spogliandosi sia la strada più facile?

«Che non sa di cosa parla, non è semplice né a livello fisico né mentale. Se fosse così, avremmo tutti dieci milioni di follower e guadagneremmo cifre a cinque zeri ogni mese. Tutti quelli che corrono dietro a un pallone diventano Lionel Messi? Non mi risulta. Puoi fare il mio lavoro e guadagnare come guadagna un barista, ma se vuoi farlo bene (e quindi incassare tanto) è distruttivo. E poi finiamola con questa retorica del “basta spogliarsi”: di belle ragazze, con un corpo sexy e che si spogliano è pieno il mondo. Eppure, non tutte hanno i miei risultati: c’è uno studio dietro ogni post, una ricerca continua di contenuti. Poi, voglio sottolineare che OnlyFans non ha un motore di ricerca interno, come invece hanno i siti porno, in cui scegli una categoria e trovi quello che cerchi: su OnlyFans devi “buttare” i fan dentro al tuo account, devi crescere fuori, avere numeri sui social per poi deviarli lì. C’è tutto un lavoro di marketing esterno e ti garantisco che oggi non è affatto semplice crescere sui social, visto che è un mondo saturo».

Che rapporto hai con il tuo corpo?

«Tormentato, sono sempre insoddisfatta. Ci sono giorni in cui mi piace tantissimo, giorni in cui lo vorrei buttare nel secchio dell’umido, altri in cui non ho neanche voglia di guardarmi allo specchio. A volte mi capita di dover fare dei contenuti e pensare che, piuttosto, preferirei lanciarmi dal balcone. Altre ancora, esco di casa con felponi alla Billie Eilish perché vorrei sparire. Parti dal presupposto che non mi sono mai reputata bellissima: sono particolare, questo sì, ma non ho certo una bellezza da “angelo di Victoria’s Secret”, anche perché sono bassina. L’aspetto positivo del mio lavoro, forse, è proprio questo: permette a tutte di ritagliarsi una nicchia, anche come modella alternativa. Non siamo costrette a sottostare ai canoni di bellezza imposti dall’alta moda per piacerci e piacere».

E con la chirurgia estetica?

«Sembra sempre che io abbia abusato di ritocchi e ritocchini negli anni, in realtà tra le mie colleghe credo di essere quella che è meno ricorsa alla chirurgia estetica. E sono totalmente favorevole, sia chiaro: fin quando non è un eccesso e serve per vederti meglio e risolvere i tuoi problemi, perché no? A un metro dal mio culo puoi fare quello che vuoi. Non capisco la gente che critica chi sceglie di intervenire sul proprio corpo: in che modo quello che faccio sulla mia pelle ti offende? Detto ciò, io ho fatto tre diversi interventi al seno, tutti per motivi di salute. A 25 anni ho avuto un carcinoma e al termine dell’operazione i miei seni erano diversi, quindi ho deciso di intervenire. E voglio precisare che all’epoca l’unico account social che avevo era quello in cui postavo le foto dei miei gatti, a scanso di equivoci. Il secondo intervento risale all’anno scorso perché l’allattamento mi ha causato un brutto problema al seno sinistro e ho dovuto fare un’ulteriore riduzione (dopo la gravidanza ero arrivata a una undicesima). L’intervento, però, non è andato bene e quattro mesi dopo mi sono dovuta rioperare. Oltre a questo, nella mia vita mi sono operata a un occhio perché era molto più basso dell’altro (e anche lì, sono dovuta intervenire tre volte perché non voleva rimanere su). A prescindere da tutto, è logico che se lavori con la tua immagine devi curarla, ma non è vero, come molti pensano, che il mio rapporto con la chirurgia sia morboso. Però glielo lascio credere perché, in un certo senso, è come se mi facessero un complimento: se pensano che sia bella perché completamente rifatta, significa che sono bella davvero».

Ti definiresti una femminista?

«Non una femminista, sono la regina delle femministe. E la cosa divertente è che molte di loro mi accusano di incarnare la decadenza del femminismo. Eppure, se ci pensi, cosa c’è di più femminista del diventare indipendenti e di scegliere di monetizzare su una necessità che hanno gli uomini: le seghe? È più femminista stare a casa a fare la casalinga? Il nostro lavoro non è diverso dal fare il pizzaiolo: come la gente ha bisogno di mangiare una pizza, gli uomini hanno bisogno di masturbarsi. Quando mi dicono che mi oggettifico, rispondo sempre che io al massimo mi sessualizzo e do il consenso agli altri di sessualizzarmi. Peraltro, ho tantissimi colleghi uomini che guadagnano benissimo, anzi, molti di loro guadagnano più di me perché abbracciano anche la fascia omosessuale. Però di questo non si parla, non fa notizia, loro non sono “oggetti sessuali”, io sì. Poi, parliamoci seriamente: noi donne siamo sempre sessualizzate. Basti pensare alle molestie, ai messaggi che spesso riceviamo, alle avance non richieste né ben accolte. Io ho semplicemente scelto di lucrare su tutto questo, ma l’ho scelto, appunto, ho dato il mio consenso. Quando mi dicono che sono una puttana, rispondo: “Sì, e quindi? È una mia libera scelta”. Poi, per carità, ormai non mi offendo più, però vedere questo femminismo così conservatore mi lascia perplessa, dovrebbe evolversi. Inoltre, credo che noi modelle alternative lanciamo un messaggio importante sull’accettazione di sé: qualunque corpo è bello e sexy».

A ottobre 2022, tu e la tua collega Eva Menta siete finite al centro del gossip dopo aver posato a seno nudo agli Uffizi. Sono stati in molti a gridare allo scandalo…

«Ma certo, in fondo cosa c’è di più oltraggioso di posare nude (poi, in realtà, avevamo delle magliette trasparenti) di fronte a un quadro che ritrae una donna… nuda? Che scandalo! Fa orrore la contaminazione tra il “sacro” e ciò che appartiene al basso, al volgo: il porno, il piacere sessuale, quel mondo lascivo non può contaminare le alte sfere della cultura, dell’arte. Era così anche nel 1500, pensa un po’. Mi è capitato di partecipare a qualche intervista televisiva in cui mi venivano mosse le solite critiche inutili, soprattutto dopo quanto accaduto agli Uffizi. Io ho sempre risposto allo stesso modo: “Scusate, ma chi va nei musei non si masturba?”. “I luoghi d’arte non sono il tuo posto naturale”, sostenevano: guarda, mi reputo una persona molto acculturata, tra l’altro dipingo, quindi a una mostra mi sento tutto fuorché fuori posto».

Nel mondo di OnlyFans con Alex Mucci
Nel mondo di OnlyFans con Alex Mucci

Nel 2019 hai firmato un contratto per l’etichetta di Jake La Furia, pubblicando due singoli. Hai in mente di continuare con la carriera musicale?

«Purtroppo, poco dopo aver rilasciato le mie canzoni siamo entrati in quarantena e, come sappiamo, tutta l’industria della musica (e non solo) è andata in crisi. Quando sei a casa, è difficile che ti metti su Spotify: sono servizi che vivono della quotidianità, che usi quando fai sport, quando sei sull’autobus. Molti artisti famosi che hanno pubblicato dischi in quel periodo hanno fatto grandi flop, figuriamoci io che ero appena sbarcata in quel mondo. Di lì a poco sono anche rimasta incinta, quindi mi sono fermata per un anno e mezzo. Poi c’è un discorso che esula da mie contingenze personali ma che ha influito: in Italia, per figure come la mia è difficile riqualificarsi. Se parti come musicista o come cantante, è più facile che la gente ti veda come un artista musicale; se sei un’influencer e provi a fare la cantante, ti scontri con un muro di gomma, con frasi del tipo “torna a fare quello che facevi prima, che era meglio”. Nel nostro Paese è più semplice la qualificazione che la riqualificazione, non è come in America dove Cardi B faceva la stripper e poi è diventata una cantante. Qui la gente è più dura, ti fa pagare lo scotto di quello che sei stato, tende a darti un’etichetta. Anche se il prodotto è giusto ti dicono “torna a farti le foto al culo”. Poi, però, quando ti fai le foto al culo ti dicono “ah, però non fa vedere niente di nuovo”».

Se tua figlia un giorno ti dicesse di voler fare il tuo stesso lavoro, come reagiresti?

«Esattamente come se mi dicesse di voler fare la spazzina o qualunque altro lavoro atipico: va bene, purché sia felice e riesca a sostenersi in modo dignitoso. I figli non sono nostri, decidiamo di metterli al mondo (peraltro, in un mondo di merda) ma non ci appartengono, non possiamo pretendere che facciano ciò che imponiamo loro. Noi possiamo dargli gli strumenti per fare la scelta giusta (giusta per loro, s’intende), ma poi devono intraprendere la propria strada. Qualsiasi cosa mia figlia decida di fare da grande mi andrà bene, basta che sia sana, felice e, soprattutto, indipendente. Fin da quando ero piccola ho cercato di non pesare sui miei genitori: per me essere in grado di sostentarsi in autonomia è tutto nella vita. Anche perché sono dell’idea che nasci, cresci e muori da solo. Dopo aver avuto varie delusioni, ho capito che non potevo fare affidamento su nessuno, se non su di me. Quando mi chiedono come faccio a fare il mio lavoro senza curarmi delle opinioni altrui rispondo sempre: “Anche io devo pagare le bollette, altrimenti nessuno lo farà per me”. Vorrei che mia figlia scelga presto la sua strada: non perché non la voglia con me, ma perché voglio che sia una persona forte».

Progetti per il futuro?

«Vorrei mettere in piedi una società, smettere di essere io in primo piano e creare qualcosa di grande, con altre persone. Sto già lavorando in questo senso, sono abituata a reinvestire tutto quello che guadagno. Quando fai il mio lavoro sei un piccolo imprenditore. Spesso mi chiedono: “Cosa farai quando ti cascheranno le tette?”. Io resto basita: mica lo chiedono ai calciatori quando a 35 anni o giù di lì attaccano gli scarpini al chiodo. Cosa fa una persona intelligente quando smette di lavorare? Investe e reinveste».

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Il terrorismo israeliano e lo “spazio vitale” nazional-sionista. Nell’articolo principale Alessandro Di Battista sottolinea come sia «triste constatare quanto i discendenti delle vittime dell’Olocausto stiano, giorno dopo giorno, assomigliando sempre più ai peggiori carnefici della Storia». Greta Cristini analizza geopoliticamente i possibili scenari, mentre Luca Steinmann e Valerio Nicolosi ci raccontano la vita in Libano e in Cisgiordania con i loro reportage. All’interno Line-up, Un Podcast per capello, Ultima fila e Nel mondo dei libri, le consuete rubriche di Alessandro De Dilectis, Riccardo Cotumaccio, Marta Zelioli e Cesare Paris.

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