Nuclear Movie, il cinema in guerra

Fino alla vigilia degli anni Sessanta il tema del pericolo nucleare è stato affrontato dai registi di serie B (e Z), film girati velocemente senza molti mezzi. L’implausibilità degli scenari rifletteva la difficoltà ad ammettere l’esistenza del pericolo nucleare e il timore di una guerra generalizzata che ne avrebbe dovuto fare uso. Per la maggior parte di questi prodotti, a causa dello scarso budget, l’immagine dell’esplosione era suggerita da uno schermo sovraesposto, il più delle volte da un cartello di apertura o narrata da una voce fuori campo.

Nuclear Movie, il cinema in guerra

Mostri e mutanti

Gli effetti? Città e campagne distrutte (e desertificate): con effetti speciali un po’ bislacchi, un ragno gigante che attraversa una collina schiacciando umani attoniti (Tarantola/Tarantula!, del 1955); un uomo rimpicciolito che finisce per scomparire tra i fili d’erba del suo giardino, assediato dallo stridio assordante delle formiche mutate che echeggia attraverso i tunnel di Los Angeles (Radiazioni BX: distruzione uomo/The Incredible Shrinking Man del 1957); Godzilla calpesta il porto e le torri di Tokyo (Godzilla/Gojira del 1954): è giapponese, è arrivato prima, ma gli occidentali lo vedranno nel 1957 con gli inserti statunitensi interpretati da Raymond Burr. Sfruttare la paura primordiale dell’ignoto rende questi thriller indimenticabili. Il nucleare viene sostanzialmente respinto negli spazi esterni, il che offre un duplice vantaggio: in prima istanza si allontana il pericolo (si sottrae alla responsabilità degli uomini) e, in secondo luogo, per gli Stati Uniti, questi spazi rappresentano l’Urss. L’energia nucleare devasta i pianeti vicini, Marte, Venere o contesti limitrofi (Red Planet Mars, del 1952; Zombies of the Stratosphere, del 1952; I conquistatori della Luna/Radar Men from the Moon, del 1952). Quando si verificano sulla terra, le esplosioni nucleari, avvengono nell’immediato presente (Assalto alla Terra/Them!, del 1952; Tarantola/Tarantula!, del 1955; Il mostro del pianeta perduto/The Day the World Ended, del 1955), o sono rispedite a un tempo futuro non specificato.

Nuclear Movie, il cinema in guerra

Stesso trattamento per le vittime: si inizia mostrando gli effetti delle radiazioni sugli animali (Tarantola, Assalto alla Terra…) o sui cosiddetti “extraterrestri”, e solo gradualmente si arriva alle mutazioni che riguardano l’uomo (Uomini coccocodrillo/Alligator People, del 1959). Vittime dirette dell’atomo, questi umani perdono ogni codice di condotta, diventano crudeli, violenti, contagiosi, a volte cannibali (Il mostro del pianeta perduto), devono essere tenuti lontani o distrutti. Quando si verifica il lieto fine, a volte è affidato all’intervento dell’esercito e – guarda un po’ – delle sue bombe atomiche: una soluzione paradossale, curare il male con il male. In generale, alcuni sopravvissuti riescono a superare i pericoli e spesso a formare coppie: se sfuggono alla sterilità dovuta alle radiazioni, saranno all’origine di una piccola comunità, a meno che non fuggano su Marte per ricostruire la civiltà. Questi film non raccontano la guerra in sé, ma lo spazio e il tempo del dopoguerra, declinano i modi lenti di reimparare a vivere dopo la ferocia della distruzione e il pericolo invisibile delle radiazioni, ancora minacciosamente sospese, in un mondo profondamente insicuro.

Un nuovo ordine

Nel 1959 due film segnano una svolta, ciascuno presenta uno dei limiti estremi dell’atteggiamento adottabile in un mondo nucleare presente. La disperazione assoluta ispira L’ultima spiaggia (On the Beach, 1959) di Stanley Kramer: dopo aver scoperto che una guerra nucleare ha sterminato ogni forma di vita umana in altri continenti, e sapendo che la micidiale nuvola di radiazioni si sta avvicinando, il governo australiano decide di chiedere alla sua popolazione (tra gli altri, Gregory Peck e Ava Gardner) di praticare il suicidio, ingerendo pillole letali anestetiche. È la rinuncia alla resistenza: nucleare significa la fine del mondo. Di contrasto, La fine del mondo (The World, the Flesh and the Devil, 1959) di Ranald McDougall, che fa dell’esplosione atomica iniziale l’occasione per creare un nuovo ordine sociale. Il film affronta il problema razziale negli Stati Uniti, allora nel mezzo di una crisi dei diritti civili. Dopo essersi incontrati in una New York deserta e aver imparato di nuovo a viverci, gli unici tre sopravvissuti – una donna bianca (Inger Stevens) e due uomini, un nero (Harry Belafonte) e un bianco (Mel Ferrer) -, dopo varie scaramucce amorose e dibattiti politici, decidono di proseguire pariteticamente verso l’orizzonte finale, dove “l’Inizio” è scritto con enormi lettere scintillanti. Grazie al nucleare assistiamo alla nascita di una coppia a tre, una sfida alle leggi razziali e morali dell’epoca: l’Apocalisse… perfetta.

Nuove società?

Dopo la crisi dei missili cubani (1962), che rese estremamente palpabile la probabilità dello scoppio di una guerra nucleare, il panorama cinematografico dell‘Apocalisse muta. Il tema diventa più familiare, se ne interessano importanti registi: Joseph Losey (Hallucination/The Damned del 1961), Chris Marker (La Jetée, 1962), Stanley Kubrick (Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba/Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb, 1964), Jean-Luc Godard (Rogopag : Il Mondo Nuovo/Le Nouveau Monde, 1962), Peter Watkins (The War Game, 1965). Questi film sorprendono, la critica intellettuale li sostiene, il pubblico si appassiona. Una serie di pellicole racconta il danno invisibile dell’atomo: gli esseri umani irradiati o contaminati non sono più mostri fisici, sono i loro comportamenti e mentalità a modificarsi, diventando mostri di indifferenza, tra rapporti umani congelati, e approcci egoisti, spietati, distruttivi. Così in Rogopag: Il Mondo Nuovo (che nessuno, recentemente, ha ricordato dopo la scomparsa di Godard), a seguito di un’esplosione atomica non lontano da Parigi, implode la coppia composta da Jean e Alexandra, divenuti insensibili e infedeli. Jean, nelle memorie che ha scritto prima di essere contaminato a sua volta, motiva questo comportamento con la radiazione atomica che ha suonato “la campana a morto della moralità e della libertà”. Joseph Losey in Hallucination mostra lo stesso tipo di devastazione tra i bambini: l’atomo disumanizza. Facendo della guerra nucleare una pre (post) storia più o meno lontana, molti film creano ucronie/utopie sociali (che sono distopie), datate: 1964, 1971, 1999, 2004, 2019, 2024, 2274. Le bande spaventate e disperse rappresentate nei B movies degli anni Cinquanta si trasformano in società organizzate, dittatoriali. Per necessità, le nuove città si proteggono dalle radiazioni: sono isole separate, sotterranee, disposte sotto una cupola.

Nuclear Movie, il cinema in guerra

Film sugli zombies, morti viventi resuscitati da imprecisati virus/radiazioni, spesso girati nei set ambientati nei grandi centri commerciali dell’epoca, offrono una forte somiglianza con il nostro presente. Queste società/dittature hanno diversi modelli: o sono un ritorno a forme feudali; o sono ispirate – in modo piuttosto confuso – alle soffocanti società egualitarie nate dalle utopie libertarie e religiose dei secoli XVI-XIX; o sono tecnologiche, organizzate dai computer. L’amore, l’arte e le emozioni sono proibiti. La paura per i devianti ha sostituito quella dei mutanti. La luce cambia: i giovani eroi sono ora quelli che si oppongono a queste tirannie, nate dalle paure e dalle rovine causate dal nucleare (Beyond the Time Barrier, 1960; Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes, 1968). A cavallo degli anni Ottanta, il numero dei paesi in possesso dell’arma atomica aumenta esponenzialmente. La tensione sale, avvengono i fatti di Three Mile Island, 1979, e di Chernobyl, 1986. I film, sempre numerosi, continuano a sfruttare i filoni precedenti. Senza smettere di tessere il filo del fantastico (per esempio, nel trash italiano Rats – Notte di terrore, 1984), il potere ora appartiene a topi mutanti dalle dimensioni umane, che ristabiliscono l’ordine tra una comunità di punk squilibrati). La priorità va a film realistici e plausibili come Malevil (1981) (fuori dai cliché hollywoodiani) e The Day After – Il giorno dopo (The Day After, 1983). Questi ultimi due film adottano una nuova temporalità: l’esplosione non è più esiliata dal copione, ma si svolge proprio al centro della storia nel mondo presente. Non la vediamo esplicitamente, resta “detta”, ridotta a blackout e radioattività. Lo spettatore vede il mondo prima e può confrontarlo con le possibilità e/o le derive del mondo dopo, durante il tempo della proiezione.

Un genere cinematografico a parte

E poi ci sono i “film catastrofici” – grattacieli infernali, terremoti, virus, cambiamenti climatici – che favoriscono gli effetti visivi e catastrofici della distruzione in atto. Fino ad oggi erano film post-nucleari, che raffiguravano situazioni catastrofiche, ma costituivano una categoria diversa. Da un lato, evitando quasi sempre la rappresentazione di esplosioni atomiche, senza imbastire panegirici sull’onnipotenza umana. D’altra parte (all’opposto), insistendo sulla fragilità dell’uomo, sulla sua responsabilità e sulla sua coscienza: l’energia nucleare è l’unica causa di distruzione di cui l’umanità è interamente responsabile, è stata voluta, creata, utilizzata, sviluppata e immagazzinata. Questa categoria di film si occupa delle trappole che gli uomini si tendono, dei pericoli fisici, morali e politici di un mondo disorganizzato, atomizzato in ogni senso della parola; mostrano l’antidoto, vale a dire la loro capacità di rimbalzare e il loro bisogno di formare società. Le “apocalissi nucleari” al cinema hanno, in qualche modo ottenuto lo status di racconti filosofici, sociali e morali: si parla della fine dell’“unico” mondo, quello di prima del 1945 e dei mezzi per vivere in quella che è stata definita la nuova era. Purtroppo, il loro apologo è ancora attuale, almeno secondo Vladimir Putin.

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La storia al contrario

Il terrorismo israeliano e lo “spazio vitale” nazional-sionista. Nell’articolo principale Alessandro Di Battista sottolinea come sia «triste constatare quanto i discendenti delle vittime dell’Olocausto stiano, giorno dopo giorno, assomigliando sempre più ai peggiori carnefici della Storia». Greta Cristini analizza geopoliticamente i possibili scenari, mentre Luca Steinmann e Valerio Nicolosi ci raccontano la vita in Libano e in Cisgiordania con i loro reportage. All’interno Line-up, Un Podcast per capello, Ultima fila e Nel mondo dei libri, le consuete rubriche di Alessandro De Dilectis, Riccardo Cotumaccio, Marta Zelioli e Cesare Paris.

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