Panahi, il regista iraniano che lotta contro la censura

Dalla prigionia ai film girati di nascosto con l’iPhone e “spediti” attraverso una torta: la sua guerra contro i limiti imposti dal governo

Come dichiarato dal regista danese Lars Von Trier: “Un film deve essere come un sassolino in una scarpa”. E di questo, Jafar Panahi, ne ha fatto un vero e proprio sacro comandamento. I suoi film non sono sassolini, ma intere montagne che urtano il passo del Governo Islamista Iraniano. Lui è un regista cinematografico dissidente iraniano. Negli anni è entrato e uscito di prigione perché noto come personaggio scomodo per il governo del suo Paese. Può essere sicuramente riconosciuto come sovrano della resilienza, poiché nonostante le mille avversità non ha mai ceduto, non si è mai arreso. Ha continuato a creare i suoi film.

Jafar Panahi, noto regista iraniano
Il regista iraniano Jafar Panahi (LaPresse) – ilMillimetro.it

È riuscito perfino a girarne uno con un iPhone e lo ha contrabbandato fuori dal suo Paese in una chiavetta USB posta all’interno di una torta. No, Panahi non è minimamente intenzionato ad arrendersi. In qualunque modo, di fronte a ogni avversità, continua a fare film. Nonostante gli sia stato proibito, si muove di nascosto, illegalmente. Anche se, naturalmente, le sue opere non possono venir proiettate in Iran, il mondo intero le vede. Sono pellicole che hanno inoltre il plauso della critica e vengono presentate durante importanti Festival, come Cannes e Venezia e sono vincitrici di importanti premi. Sono ben cinque le opere prodotte illegalmente dal regista, perché come lui stesso ha affermato: “Nessuno ha il diritto di costringere un artista a non vedere”. In nome della sua causa si sono fatti avanti importanti cineasti come Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Oliver Stone e Steven Spielberg. 

Perché Jafar Panahi non è gradito al governo iraniano

Jafar Panahi nasce nel 1960 a Mianeh e fin da piccolo, a Teheran, si appassiona al teatro. A dieci anni vince il suo primo premio per la scrittura di un racconto e gira i primi film in 8 mm. Tra i più importanti di questa prima fase c’è Il palloncino bianco del 1995. Seguono poi altre pellicole e quella che viene fortemente criticata dal governo iraniano è Il cerchioLa trama tratta la condizione della donna nel suo Paese, un tema in realtà particolarmente ricorrente nelle sue opere. Naturalmente, il film viene proibito in patria. Arriva però fino a Venezia, dove vince il primo premio. I guai grossi per il regista arrivano nel 2009, quando partecipa al movimento chiamato Onda verde e il regime di Teheran si pone in modo violento per reprimere i manifestanti. Il popolo in quell’occasione è indignato per la rielezione truccata del presidente Mahmud Ahmadinejad. Durante la repressione migliaia di iraniani finiscono in prigione e perdono la vita un centinaio di persone.

Panahi è stato arrestato due volte
Jafar Panahi nella sua casa a Teheran dopo la prigionia (LaPresse) – ilMillimetro.it

Dopo alcuni mesi, alla porta del regista bussa la polizia in cerca delle immagini della protesta. Viene arrestato in quell’occasione. Panahi rimane in prigione tre mesi, fa uno sciopero della fame e importanti esponenti del cinema si schierano a gran voce in suo favore. Viene rilasciato, ma il regime gli impone il divieto di produrre film, di parlare con i media, di scrivere sceneggiature e di lasciare il Paese per vent’anni. L’obiettivo è quindi di imbavagliarlo totalmente. Ma arrivano altre rivolte e altre ingiustizie. Mahsa Amini viene uccisa e le porte del carcere si chiudono di nuovo alle spalle di Jafar Panahi. Un’altra prigionia, questa volta di sette mesi. Ne esce nel febbraio 2023. Dopo questo rilascio, con la moglie ottiene di poter abbandonare il Paese. Dopo 14 anni di divieto può prendere un volo aereo per andare dalla figlia in Francia.

I suoi film-denuncia

Come detto, il primo film di Panahi si intitola Il palloncino bianco, è del 1995 e viene presentato nella Quinzaine des Réalisateurs al 48° Festival di Cannes. La pellicola vince la Caméra d’or per la migliore opera prima. La trama parla di una bambina che esce di casa per andare a comprare un pesciolino rosso. Lungo la strada, però, la piccola perde l’unica banconota che aveva con sé. Il secondo è Lo specchio del 1997, nuovamente con protagonista una bambina. Questa volta la piccola non vede arrivare la madre a prenderla a scuola e decide così di tornare a casa da sola, attraversando una parte di Teheran. La protagonista a un certo punto si blocca e decide che non ha più voglia di recitare e abbandona le riprese del film. Si allontana con il microfono ancora agganciato e con il regista che la insegue: il risultato è un molto particolare meta-cinema, un ibrido tra finzione e documentario.

La bambina protagonista lascio le riprese a metà film
Mirror, uno dei primi film di Panahi (Screenshot YouTube) – ilMillimetro.it

Il 2000 è l’anno de Il cerchio, vincitore del Leone d’Oro al miglior film alla 57° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. La pellicola tratta otto storie differenti di donne a Teheran, il cui cammino arriverà a incrociarsi in modo drammatico, chiudendo appunto il cerchio. Si tratta di otto donne costrette a nascondersi a causa di un “reato” che non hanno commesso, mostrando dunque la rigidità della società in cui si trovano a vivere. Oro rosso è un film del 2003, presentato al 56° Festival di Cannes e vincitore del premio della giuria della sezione Un Certain Regard. Ambientato a Teheran, parla di Ali e Hussein, due amici che vivono di espedienti. Hussein è particolarmente ossessionato per la ricchezza e alla fine decide di rapinare una gioielleria.

I lavori più recenti

Offside, del 2006, è un altro film di denuncia che parla della figura femminile. È stato premiato con l’Orso d’argento al Festival di Berlino. La trama parla di un gruppo di donne che decide di andare a seguire la partita allo stadio vestite da uomini, poiché il regime impedisce loro di assistere alle manifestazioni sportive. Allo stadio si gioca la partita di calcio tra la nazionale iraniana e il Bahrein, ed è una gara valida per le qualificazioni alla Coppa del Mondo. Il 2011 è l’anno del famoso This Is Not a Film, la pellicola contrabbandata nella penna USB inserita all’interno di una torta. Proiettato poi al Festival di Cannes 2011 e al New York Film Festival, è stato definito un’istantanea di vita e un atto di denuncia. Mostra il regista stesso agli arresti domiciliari che attende i risultati del suo appello per una pena detentiva di sei anni, con annesso il divieto di girare film, di lasciare il Paese e di rilasciare interviste. Panahi inizia a mostrare in video il proprio appartamento e a riprendersi, facendo vedere ciò che avviene nella sua vita, con chi parla e i fatti che lo circondano.

Jafar Panahi, regista iraniano
Jafar Panahi posa con il suo Silver Berlin Bear award al 56esimo Berlinale International Film Festival (LaPresse) – ilMillimetro.it

Il 2013 è l’anno di Closed Curtain, premiato al Festival di Berlino. La trama parla di uno sceneggiatore chiuso in una casa con il suo cane. Si trova a coprire le tende con dei teli scuri ed è in evidente difficoltà poiché non riesce a concentrarsi sul suo lavoro. Un film che mostra naturalmente il disagio psicologico dello stesso Panahi, a cui il Governo ha appunto proibito di lavorare alle sue sceneggiature. Due anni più tardi arriva Taxi Teheran, dove Panahi è coinvolto come attore (interpreta il tassista), direttore della fotografia, montatore e produttore della pellicola. In essa è anche presente la vera nipote del regista. Vi sono inoltre degli attori non professionisti. Nella pellicola vengono mostrati diversi uomini e donne scendere e salire dal taxi, questi raccontano le vicissitudini in Iran. Tre volti è del 2018. In questo film il regista e l’attrice Behnaz Jafari ricevono un video di una ragazza disperata (al punto di minacciare il suicidio) che vorrebbe fare l’attrice, ma viene ostacolata dai genitori e dalla società. La giovane ha anche superato l’esame per accedere all’Accademia. Nel film, Panahi e Behnaz Jafari partono per andare da lei e si trovano a dover affrontare diversi disagi.

L’ultimo film di Jafar Panahi: Gli orsi non esistono

L’ultimo film del regista si intitola Gli orsi non esistono ed è stato il migliore alla Mostra di Venezia del 2022, vincendo il Premio speciale della giuria. La trama parla di una storia d’amore travagliata. La scena iniziale si svolge in un bar dove un uomo e una donna stanno discutendo su un passaporto e sul tentativo di scappare in Europa. Per dirigerlo, Panahi ha dovuto fare delle riprese in remoto tramite Zoom: lui vicino al confine turco, mentre dall’altra parte, in Turchia, Bakhtiar e Zara interpretano i loro personaggi. New York Times e Associated Press hanno nominato il film uno dei dieci più importanti dell’anno e il critico del Los Angeles Times, Justin Chang, lo ha definito il miglior film del 2022. Panahi non è il solo personaggio pubblico a essersi sollevato contro le ingiustizie compiute nel proprio Paese. Anche esponenti dello sport e altre celebrità hanno fatto altrettanto. Come Taraneh Alidoosti, attrice protagonista del film Il Cliente di un altro regista iraniano in prima linea con i suoi film-denuncia, Asghar Farhadi, premio Oscar 2016. La donna è stata arrestata a dicembre 2022 dopo aver criticato sui social la repressione delle proteste e rilasciata tre settimane dopo su cauzione.

Un momento del film Offside
Un frammento di Offside, uno dei film di Panahi (Screenshot YouTube) – ilMillimetro.it

Nel frattempo, Jafar Panahi a settembre 2023 ha pubblicato un video a sostegno di Leila Naghdipari, per chiedere che venga liberata. La donna si è occupata di costumi e scenografia nel film Tre Volti di Panahi ed è stata arrestata nell’anniversario della morte di Mahsa Amini, che ha dato vita al movimento “Donna vita libertà”. “Oggi il cinema indipendente iraniano fatica più che mai a respirare sotto gli stivali delle forze di sicurezza”, ha detto il regista nel suo appello. Insieme al regista sono molte le associazioni internazionali che si sono unite a sostegno della liberazione di Leila Naghdipari e che chiedono il suo rilascio immediato. Jafar Panahi porta avanti una battaglia ininterrotta a colpi di pellicole e dichiarazioni pubbliche.

È inarrestabile e sembra tener fede a una sua lunga “arringa” fatta nel 2010 di fronte al giudice. In un frammento il regista ha spiegato: “Nonostante tutta l’ingiustizia che mi è stata fatta, io, Jafar Panahi, dichiaro ancora una volta che sono iraniano, rimango nel mio Paese e mi piace lavorare nel mio Paese. Amo il mio Paese, ho pagato un prezzo anche per questo amore, e sono disposto a pagarlo ancora se necessario”. Una promessa, quella fatta nel 2010, che effettivamente Jafar Panahi ha poi portato avanti nonostante le mille difficoltà. E che non sembra tuttora voler abbandonare.

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