Rai, Venier e il sistema mediatico italiano

“Quanto accaduto a Domenica In Speciale Sanremo, ma anche durante il Festival, dimostra una cosa: la Rai è schiava del governo e il governo è schiavo di Israele”

In tempi di menzogna universale dire la verità è un atto rivoluzionario”. Rileggendo questa frase di George Orwell non faccio che pensare a Ghali e a quel suo “Stop al genocidio” pronunciato sul palco dell’Ariston durante la serata finale del Festival di Sanremo. Il fatto che in molti ritengano quello di Ghali un gesto straordinariamente coraggioso ci fa capire in che melassa di conformismo è ormai finito il nostro Paese.

Tante le polemiche nella parte finale del Festival
Per Amadeus quello appena terminato è stato il suo ultimo Festival – (foto LaPresse) ilMillimetro.it

Sia chiaro: sarò sempre grato a Ghali per aver abbattuto con tre semplici parole (pronunciate, tra l’altro, con grande garbo) l’omertà che ormai caratterizza il servizio pubblico italiano, tuttavia, ripeto, arrivare a ritenere Ghali un eroe, ci permette davvero di capire il livello infimo raggiunto da gran parte della politica e dei media italiani.

Ghali e quella frase che ha fatto infuriare il presidente della comunità ebraica di Milano

Tuttavia, si tratta di un livello così patetico, meschino e nauseabondo da diventare visibile a tutti. Quando la censura (o l’auto-censura) si palesa con tale chiarezza l’obiettivo dei censori (o dei pavidi che si auto-censurano), ovvero, evitare che la pubblica opinione si faccia qualche domanda, non fa altro che allontanarsi. Ricapitoliamo quel che è avvenuto. Ghali, un cantante italiano di origini tunisine, porta a Sanremo un pezzo intitolato Casa mia. Nel testo c’è questa strofa: “Ma come fate a dire che qui è tutto normale, per tracciare un confine con linee immaginarie bombardate un ospedale, per un pezzo di terra o per un pezzo di pane. Non c’è mai pace”. Queste parole, semplici, lineari, condivisibili, hanno mandato su tutte le furie il presidente della comunità ebraica di Milano. Ghali non ha mai menzionato né la parola “Israele” né la parola “Palestina” ma evidentemente c’è chi, nella comunità ebraica italiana, ha una coda di paglia lunga quanto la lista di bambini palestinesi assassinati negli ultimi 4 mesi dal terrorismo di Stato di Israele. Ad ogni modo Walker Meghnagi, così si chiama il leader della comunità ebraica milanese, ha diramato questo comunicato: “Ieri sera al Festival di Sanremo, uno spettacolo che dovrebbe unire gli italiani, è andata in scena una esibizione che ha ferito molti spettatori.

Il cantante ha portato un testo significativo e solidarietà alla Palestina
“Sto al genocidio” è la frase pronunciata da Ghali durante l’ultima serata del Festival di Sanremo – (foto LaPresse) ilMillimetro.it

Non possiamo accettare che nella nostra Italia, nel Paese dei nipoti di quanti hanno stilato le leggi razziali, si possa spacciare una tale propaganda anti-israeliana, in prima serata, sulla televisione pubblica. Non col nostro silenzio. Le nostre sinagoghe e le nostre scuole sono circondate dalla polizia e dall’esercito, sappiamo sulla nostra pelle che la propaganda finisce per armare le mani dei violenti. E ci chiediamo, dove sono i vertici Rai?”. In pratica ha chiesto ai vertici Rai, uomini e donne pagati con i soldi dei contribuenti italiani, di intervenire per stigmatizzare/censurare una strofa di una canzone sanremese. Saremmo già alla follia, tuttavia, in Italia, al peggio non c’è mai fine. Ghali ha giustamente replicato, ricordando di aver scritto la canzone prima del 7 ottobre e quanto sia “necessario prendere una posizione perché il silenzio non suoni come un assenso”.

Dal Festival di Sanremo nessuna solidarietà alla Palestina

Arriviamo alla serata finale del Festival. Dopo aver finito di cantare, Ghali, ancora una volta senza menzionare né Israele e né la Palestina, ha detto “Stop al genocidio”. Prima ancora che intervenissero i soliti patetici richiedenti di censura politica delle comunità ebraica hanno preso pubblicamente posizione contro Ghali due vecchie conoscenze della politica italiana: Maurizio Gasparri e Piero Fassino. Il primo (in Parlamento dal 1992) ha chiesto alla Rai di scusarsi mentre il secondo (in politica dal 1975) ci ha regalato questa perla: “Il 7 ottobre Hamas ha massacrato centinaia di giovani che assistevano pacificamente a un festival musicale. E decine di altri ragazze e ragazzi di quel concerto sono tuttora ostaggi nelle mani di Hamas. Sconcertante che in un evento musicale come a Sanremo 2024 nessuno lo abbia ricordato, mentre non è mancato chi ha usato la parola ‘genocidio’ contro Israele”. Per Fassino, evidentemente, è molto più deprecabile usare la parola genocidio contro Israele che praticare genocidio contro i palestinesi.

L'imbarazzo della Rai nel comportamento di Fassino
Piero Fassino è attualmente presidente della Commissione Esteri della Camera dei deputati – (foto LaPresse) ilMillimetro.it

A chi si scandalizza per l’utilizzo della parola “genocidio” o perché c’è chi sostiene che Israele stia compiendo a Gaza pulizia etnica vorrei ricordare questi numeri. Nei primi 130 giorni di massacri a Gaza (chiamarla guerra è offensivo) Israele ha ucciso 36.671 persone, di cui 14.031 bambini (fonte Euro-Med Human Rights Monitor). I feriti sono stati 70.180 e le persone costrette a lasciare le proprie abitazioni 2 milioni. Quattro mesi fa, nella Striscia di Gaza (un territorio, ricordo, grande quanto un terzo del comune di Roma) vivevano 2,2 milioni di abitanti. Ora sono 2,16 e sono praticamente tutti rifugiati. Centinaia di migliaia di persone vagano a Gaza (senza sapere dove) alla ricerca di cibo, acqua e nella speranza di non essere assassinate da bombardamenti o cecchini. È l’apocalisse, l’inferno. Nessuno può scappare. I palestinesi di Gaza non possono neppure fuggire per salvarsi dalle bombe. Tornando ai numeri.

In poco più di 4 mesi, Israele ha ucciso/ferito 106.851 persone, ovvero, il 4,85% dell’intera popolazione. Nelle ultime ore, Israele ha messo fuori uso l’ennesimo ospedale della Striscia. Si tratta dell’ospedale Nasser di Khan Younis, dove sono morti diversi pazienti in terapia intensiva per l’interruzione di corrente provocata dai raid terroristici di Israele. Questa è la realtà, ma torniamo alla propaganda. Domenica 11 febbraio, il giorno dopo l’ultima serata del Festival, poco prima che iniziasse Domenica In speciale Sanremo, l’ambasciatore israeliano in Italia ha pubblicato questo comunicato: “Ritengo vergognoso che il palco del Festival di Sanremo sia stato sfruttato per diffondere odio e provocazioni in modo superficiale e irresponsabile. Nella strage del 7 ottobre, tra le 1200 vittime, c’erano oltre 360 giovani trucidati e violentati nel corso del Nova Music Festival. Altri 40 di loro sono stati rapiti e si trovano ancora nelle mani dei terroristi, insieme ad altre decine di ostaggi israeliani.

Il Festival di Sanremo avrebbe potuto esprimere loro solidarietà. È un peccato che questo non sia accaduto”. Evidentemente, per il rappresentante dello Stato ebraico in Italia dire “Stop al genocidio” equivale a diffondere odio e provocazioni. Durante Domenica In un giornalista ha giustamente chiesto a Ghali un commento sulle parole dell’ambasciatore e questi, ancora una volta con garbo, ha risposto in questo modo: “Il fatto che lui dica così non va bene, perché continua questa politica del terrore. La gente ha sempre più paura di dire ‘stop alla guerra’, ‘stop al genocidio’. Viviamo in un momento in cui le persone sentono che vanno a perdere qualcosa se dicono ‘Viva la Pace’. È assurdo”. Ghali ha dato una lezione alla pletora di sepolcri imbiancati che pullulano nelle nostre televisioni.

Poco dopo è arrivato un comunicato dell’AD Rai, letto in diretta da Mara Venier. Un comunicato scritto dai vertici Rai, evidentemente, dopo aver appreso le parole dell’ambasciatore israeliano. Quegli stessi vertici Rai già sollecitati dal presidente della comunità ebraica di Milano tre giorni prima. Ecco il testo: “Ogni giorno i nostri telegiornali e i nostri programmi raccontano, e continueranno a farlo, la tragedia degli ostaggi nelle mani di Hamas, oltre a ricordare la strage dei bambini, donne e uomini del 7 ottobre. La mia solidarietà al popolo di Israele e alla Comunità Ebraica è sentita e convinta”.

Nessun riferimento al popolo palestinese che sta subendo un massacro senza precedenti. Un messaggio unilaterale ignobile che, giustamente, ha fatto indignare milioni di persone. Da allora, giustamente, migliaia di manifestanti hanno deciso di protestare davanti alle sedi Rai per una televisione pubblica, pagata con i soldi dei cittadini italiani, sempre più simile a Tele-Netanyahu. C’è chi ha accusato i vertici Rai di essere schiavi del governo. È evidente che sia così. Tuttavia, il punto è un altro. La Rai è schiava del governo e il governo è schiavo di Israele.

Mentre la Meloni tace di fronte alla strage di bambini palestinesi e il suo silenzio è una delle cose più ignobili degli ultimi anni, il ministro degli Esteri Tajani pensa di cavarsela chiedendo a Israele di andarci piano con i civili. “Israele non superi la soglia di proporzionalità”, ha dichiarato il ministro sabato scorso, aggiungendo che è giusto dare al popolo palestinese una speranza. Il suo amico Netanyahu però non si ferma, insiste sull’operazione di terra a Rafah (dove centinaia di migliaia di civili vivono per strada) e chiede al proprio governo di “respingere in ogni modo la nascita dello Stato palestinese”.

“Anche Mara Venier si è lasciata colonizzare dal conformismo”

Torniamo all’Ariston. Dopo aver letto il commutato dell’AD, la Venier ha aggiunto un inequivocabile“queste sono le parole che, ovviamente, condividiamo tutti del nostro Amministratore Delegato”. Ma tutti chi? Tuttavia, il momento più importante dal punto di vista pedagogico la Mara nazionale ce l’ha regalato poco prima, per l’esattezza quando ha, di fatto, zittito Dargen D’Amico che stava parlando di immigrazione, e poi ha redarguito (chiaramente con stile, era in diretta) il gruppo di giornalisti perché osavano porre domande agli artisti sul palco e, infine, dopo aver lanciato la cantante successiva, evidentemente con il microfono ancora acceso, si è rivolta ancora una volta ai giornalisti, dicendo: “Mi mettete in imbarazzo”. Quel “mi mettete in imbarazzo” rivolto ai giornalisti, rei di aver chiesto a Ghali un commento sulle parole dell’ambasciatore israeliano e a Dargen D’Amico uno sul tema immigrazione, descrivono perfettamente lo stato comatoso del nostro sistema di informazione. Mara Venier ha 73 anni, ha fatto una carriera eccezionale, ha le spalle larghe, eppure anche lei si è lasciata colonizzare dal conformismo.

La conduttrice è stata ricoperta di insulti sui social
Mara Venier è alla conduzione di Domenica In dal 2018 – (foto La Presse) ilMillimetro.it

Un conformismo non più latente ma visibile, trasparente, evidente. E quando censura o auto-censura si palesano così, in tanti iniziano ad aprire gli occhi. Inizia ad aprire gli occhi anche chi ha sempre considerato esagerati coloro che chiedevano libertà di stampa e di espressione, coloro che denunciavano il controllo governativo della televisione pubblica, coloro che parlavano di indecente propaganda filo-israeliana nel nostro mainstream. In un certo senso chi combatte bavagli, propaganda e informazione a senso unico dovrebbe quasi ringraziare l’ambasciatore israeliano, l’AD Rai – che si è fatto in quattro per assecondarlo – e la Venier, che ci ha messo, perdendola, la faccia. “La vera battaglia non è fra Est e Ovest, o capitalismo e comunismo, ma fra educazione e propaganda”, disse alcuni anni fa Martin Buber. Grazie a tutto quel che è accaduto intorno al caso Ghali possiamo dire che la propaganda, auto-svelandosi, ha perso una battaglia, anche se la guerra è ancora lunga. 

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Il prigioniero del secolo

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