Scienza, sempre meno “scoperte dirompenti”

Un’analisi della rivista “Nature” punta il dito sulla poca produttività nel campo della ricerca scientifica

Giusto un anno fa, proprio in questo periodo, il mondo della scienza è stato pesantemente colpito da una notizia per certi versi molto preoccupante. Questa è arrivata il 4 gennaio, con un articolo pubblicato sulla rivista “Nature”, in cui è stato sottolineato quanto le scoperte scientifiche abbiano subito un declino costante a partire dal 1945. All’interno viene mostrato un grafico in cui sono elencati nel dettaglio tutti i campi che stanno affrontando una ripida discesa. Un dato di fatto che è stato preso in esame anche dal New York Times, che ha interpretato lo studio nel senso che gli scienziati non stanno producendo così tante “vere scoperte”, “salti intellettuali” o “scoperte pionieristiche”. Una tendenza, come spiega il Japan Times, che può apparire come un paradosso considerando che ogni anno la tecnologia compie passi da gigante e i mezzi a disposizione degli esperti aumentano di pari passo.

Le scoperte scientifiche sono sempre meno
L’allarme sulla scienza: sempre meno scoperte dirompenti – ilMillimetro.it

E un’accusa che ha ferito nell’orgoglio il mondo della scienza, che nei successivi 12 mesi si è affrettata con i suoi esponenti a rivendicare gli studi su buchi neri supermassicci, sul potere di nuovi farmaci dimagranti e sull’introduzione sul mercato di un gene in grado di cambiare la vita, attraverso le terapie per l’anemia falciforme. Il problema messo in evidenza dallo studio di “Nature”, però, è un altro, ossia il cambiamento del modo in cui certi traguardi hanno fatto breccia nella vita quotidiana. In pratica, è stato creato un “indice di dirompenza” che misura quanto una scoperta abbia segnato una rottura con il passato. Le novità più dirompenti – che negli ultimi anni sono state sempre meno – sono quelle che poi ne trascinano dietro di loro altre, mentre innovazioni all’interno di una stessa area hanno un valore per certi versi minore, come se si trattasse di qualcosa di obsoleto.

Gli autori della ricerca

Uno degli autori della ricerca, Russell Funk della Carlson School of Management dell’Università del Minnesota, ha spiegato che l’obiettivo è quello di misurare il modo in cui le nuove scoperte hanno spostato l’attenzione dai vecchi modi di fare le cose: “La scienza trae sicuramente vantaggio dal lavoro cumulativo e dagli studi che si succedono e perfezionano le nostre idee esistenti. Ma trae anche vantaggio dall’essere scossi di tanto in tanto”. Insomma, questi scossoni adesso sono molti meno rispetto al passato e a giudizio di Funk la motivazione risiede nel fatto che gli agenti finanziatori si assumono troppi pochi rischi. Secondo un’altra versione, invece, si sostiene che potrebbe essere solo un riflesso del cambiamento del modo in cui gli scienziati citano il lavoro degli altri. La tendenza dei ricercatori è di attingere da innovazioni già studiate per molte ragioni, anche per ingraziarsi colleghi, mentori o consulenti. Dando uno sguardo alle ricerche sulle tecniche, queste ottengono un numero sproporzionato di riferimenti, così come gli articoli di revisione, in quanto sono più facili da citare rispetto al dover risalire alle scoperte originali.

Cosa dicono gli autori della ricerca
Nuovo modo di misurare le scoperte scientifiche

Dall’analisi di Funk, le citazioni all’interno degli articoli sono “dati rumorosi”, che comunque possono rivelare tendenze interessanti. Tuttavia, le persone non dovrebbero confondere il cambiamento con l’importanza. A tal proposito ha fornito l’esempio di LIGO (Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory), un’innovazione che ha destato grande scalpore nel 2016 rilevando le onde gravitazionali, previste molto tempo fa da Einstein, che secondo la sua definizione non erano dirompenti. Il progetto, gestito da Caltech e MIT, ha aperto un nuovo modo di osservare l’universo, consentendo agli scienziati di rilevare collisioni tra oggetti invisibili, come buchi neri e stelle di neutroni. In un certo senso, un qualcosa che probabilmente era troppo nuovo per essere considerato al tempo stesso dirompente. Non sostituiva i modi precedenti di fare qualcosa, semplicemente perché esistevano modi precedenti per fare ciò che fa.

Un cambio di approccio

Il biologo Gregory Petsko della Harvard Medical School ha affermato che un modo migliore di pensare alla scienza importante sarebbe quello di considerare alcune scoperte come “trasformative”, ossia quelle che aprono nuove strade senza chiudere le vecchie. Pure lui, però, è d’accordo sul fatto che gli agenti finanziatori potrebbero ottenere maggiori disagi assumendo più rischi su progetti a lungo termine. E anche lui ha elencato tre risultati che considera trasformativi. Il primo è stato la PCR (reazione a catena della polimerasi), che ha permesso agli scienziati di amplificare il DNA e di migliorare notevolmente la loro capacità di decifrare le informazioni codificate al suo interno. Il secondo riguardava la riprogrammazione delle cellule epiteliali adulte in modo che potessero agire come cellule staminali embrionali. Il terzo è Crispr, la tecnica per modificare con precisione l’informazione genetica nel DNA. Questi potrebbero anche non aver messo fuori mercato qualcuno (non garantendosi quindi l’etichetta di scoperta “dirompente”), ma hanno comunque aperto nuove e vaste possibilità nella scienza di base e nella medicina.

Cambio di approccio nella scienza
La scoperta della PCR ha permesso agli scienziati di amplificare il DNA – ilMillimetro

Per George Church, professore di genetica presso il Programma di Scienze e Tecnologie della Salute di Harvard-MIT, il problema resta sempre che il mondo ha bisogno di più ricerche a lungo termine: “In effetti, dovresti fallire un milione di volte al giorno, il che è in contrasto con il motto della NASA, secondo cui il fallimento non è un’opzione”. Il docente è fortemente in disaccordo con l’idea che il progresso scientifico sia in declino. Ha co-scritto una confutazione al documento di interruzione per STAT, in cui ha sostenuto che l’interruzione misurata dallo studio non riflette ciò che dovremmo veramente desiderare dalla scienza, ovvero la conoscenza che può aiutarci a vivere vite più lunghe, migliori e più sane.

La difesa degli scienziati

Brian Uzzi, professore alla Kellogg School of Management della Northwestern University, ha fornito un’ulteriore spiegazione, sostenendo che una cosa che è cambiata costantemente dal 1945 è la nostra conoscenza cumulativa: “Ogni anno vengono pubblicati più articoli rispetto all’anno precedente”. Numeri alla mano, ora ce ne sono più di un milione all’anno e questo significa necessariamente che gli studenti ricevono una formazione più mirata e sono attrezzati per specializzarsi in campi di studio più ristretti e specializzati: “Questo mi porta a credere che non è che la scienza stia diventando meno dirompente, ma che la scienza affronta i problemi in un modo completamente nuovo”. In sostanza, le “rivoluzioni” oggi accadono semplicemente in modo casuale e su una scala più graduale, poiché diversi ricercatori affrontano pezzi diversi in una sorta di modello divide et impera.

Come si difendono gli scienziati
La coscienza cumulativa è cambiata anche nel mondo della scienza – il Millimetro.it

Data la complessità di molti degli acceleratori di particelle e dei telescopi spaziali di oggi, è forte la tentazione di considerare che la maggior parte dei problemi facili siano stati risolti. In campo scientifico questo è un argomento che viene deriso ogni volta che viene sollevato. Ma una persona che non ha paura di parlarne è lo scrittore John Horgan, autore del libro del 1996 “The End of Science”. In un post per il suo sito web, chiarisce il suo punto di vista: “Non ci saranno più intuizioni sulla natura così rivoluzionarie come la teoria dell’evoluzione, la doppia elica, la meccanica quantistica, la relatività e il big bang. Perché no? Perché queste profonde scoperte sono vere. Mettile insieme e formano una mappa della realtà che, come le nostre mappe della Terra, difficilmente subirà cambiamenti significativi”.

C’è da sottolineare che lo stesso Horgan ha detto che da quando ha scritto il libro ha cambiato idea su alcune cose e adesso, ad esempio, pensa che potrebbe esserci spazio per una rivoluzione concettuale nella meccanica quantistica. Insomma, anche se è vero che i fondamenti della biologia e della fisica non verranno mai rovesciati, c’è ancora molto lavoro in campo scientifico da approfondire e che la maggior parte di noi considererebbe profonda, soprattutto nelle scienze applicate. Dalla cura delle malattie alla riduzione del riscaldamento globale, non mancano i difficili e gli impellenti problemi scientifici che richiedono soluzioni. Gli scienziati possono quindi stare tranquilli. Il mondo ha ancora bisogno di loro, a prescindere da quanto emerso dall’analisi di “Nature” di un anno fa.

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La storia al contrario

Il terrorismo israeliano e lo “spazio vitale” nazional-sionista. Nell’articolo principale Alessandro Di Battista sottolinea come sia «triste constatare quanto i discendenti delle vittime dell’Olocausto stiano, giorno dopo giorno, assomigliando sempre più ai peggiori carnefici della Storia». Greta Cristini analizza geopoliticamente i possibili scenari, mentre Luca Steinmann e Valerio Nicolosi ci raccontano la vita in Libano e in Cisgiordania con i loro reportage. All’interno Line-up, Un Podcast per capello, Ultima fila e Nel mondo dei libri, le consuete rubriche di Alessandro De Dilectis, Riccardo Cotumaccio, Marta Zelioli e Cesare Paris.

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