Senza rinnegare se stesso, la storia di un uomo

«La muerte no es verdad cuando se ha cumplido bien la obra de la vida». Lo scrisse José Martí, rivoluzionario cubano nonché poeta preferito del Che. La morte resta uno scandalo e gli uomini sono gli esseri più sventurati del creato. Gli unici consapevoli dell’ineluttabilità della propria fine. Tuttavia è indubbio che una buona vita, seppur non riuscirà mai a cancellare la morte, può illuminare e indirizzare le vite altrui. Anche la morte di Sinisa Mihajlovic, così come quella di milioni di persone portate via dal cancro, la peste del nostro secolo, è scandalosa. Si fatica ad accettare la morte di un uomo così pieno di vita, così giovane, padre di sei figli, un uomo che per anni ha dato dimostrazione di forza, di coraggio, di garra come si dice sulle sponde del Rio de La Plata. Eppure ha bussato alla sua porta.Quando alcuni giorni fa sono arrivato, in ritardo, alla presentazione del libro di Zeman e Roberto Ferola, storico preparatore atletico del boemo, mi ha detto che Mihajlovic era venuto a salutare il mister ma era appena andato via, ho pensato che fosse un gran peccato. Volevo conoscerlo. Gli avrei parlottato nella sua lingua utilizzando le quattro parole di serbo-croato imparate quando feci il volontario con la Caritas nei Balcani. Gli avrei detto che non soltanto mi aveva fatto innamorare in campo quando lo guardavo dalla curva ma che mi aveva spinto ad interessarmi alle complesse, tragiche e affascinanti questioni balcaniche. Ricordo perfettamente Mihajlovic in lacrime venire sotto la curva Nord con una maglietta con su scritto “Target”. Le lacrime erano per lo scudetto strameritato e appena sfumato (era il 23 maggio del 1999, all’Olimpico si giocava Lazio-Parma mentre il Milan battendo il Perugia vinse il campionato) e per le bombe che la NATO sganciava sulla sua Belgrado, una grande capitale europea. Un giovanissimo Dejan Stankovic, che indossava una maglietta meno “scorretta” con la scritta Peace No War, lo consolava. Proprio Stankovic, insieme, tra gli altri, a Roberto Mancini e Attilio Lombardo, ha portato la bara con dentro il corpo di Mihajlovic il giorno del suo funerale. All’epoca Mihajlovic era un grande campione, io uno studente universitario. Pochi giorni dopo partecipai nella facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre – che allora si trovava in Piazza della Repubblica, in un palazzo attaccato alla Basilica di Santa Maria degli Angeli, dove si sono svolti i suoi funerali – alla mia prima manifestazione politica. L’aveva organizzata un collettivo universitario per protestare contro il Governo D’Alema che aveva, di fatto, avallato i bombardamenti su Belgrado. Bombardamenti ignobili mascherati da missione di pace.

Senza rinnegare se stesso, la storia di un uomo

Sinisa Mihajlovic – La guerra civile

Da lì in avanti i Balcani sono entrati nella mia vita. Nell’estate del 2002 andai a Kotor Varoš, nella Repubblica serba di Bosnia, con il Settore Educazione alla Pace e alla Mondialità della Caritas di Roma. Passai quasi un mese con la piccola comunità croata in una cittadina che prima della guerra era abitata un terzo da croati, un terzo da serbi ed un terzo da bosniaci musulmani e che ora è a maggioranza serba. Fu lì che vidi per la prima volta i segni delle bombe, che ascoltai i raccapriccianti racconti sulla violenza che sprigiona una guerra civile, che compresi quanto l’essere umano possa essere homini lupus. L’anno dopo, quando mi proposero di fare il volontario in un villaggio rom a Borča, una cittadina al di là del Danubio, a pochi km da Belgrado, accettai immediatamente. Volevo conoscere la Serbia. A Belgrado vidi i segni dei bombardamenti della NATO, i palazzi distrutti, i ponti e gli ospedali colpiti. Lo stesso lugubre spettacolo visto l’anno prima in una Sarajevo martoriata dall’assedio serbo. A Belgrado l’ambasciata cinese, colpita per errore dai missili USA, era ancora un cumulo di macerie. Le bombe intelligenti della NATO, oltre a centinaia, forse migliaia di civili serbi, uccisero anche tre giornalisti cinesi. A Belgrado, parlando con i serbi, compresi quel che Mihajlovic ripeteva da tempo. Che in una guerra civile non esistono buoni e cattivi. Il massacro di Srebrenica, giustamente, viene ricordato ogni anno. Le milizie serbe guidate Ratko Mladić sterminarono migliaia di bosniaci. Si ricordano meno i musulmani trucidati dai croati a Stupni Do o i serbi torturati ed uccisi dai croati a Pakračka Poljana. Per non parlare della pulizia etnica portata avanti in Kosovo dall’UÇK, organizzazione paramilitare albanese-kosovara a danno di serbi e rom, prima, durante e subito dopo i bombardamenti su Belgrado. È la guerra civile, qualcuno ne ricorda una che non sia stata caratterizzata da tremendi massacri? I serbi non hanno mai goduto di buona stampa dalle nostre parti. Forse perché non sono cattolici. Forse per via del loro orgoglio. Forse a causa di un nazionalismo che nulla ha a che vedere con il fascismo. Forse per la loro storica vicinanza alla Russia. D’altro canto, gli stessi bombardamenti su Belgrado più che per difendere gli albanesi del Kosovo vennero realizzati per indebolire, in uno dei momento più drammatici per Mosca, il principale alleato dei russi in Europa: la Serbia, per l’appunto. Jugoslavia, d’altro canto, significa terra degli slavi del sud. Tutto questo Mihajlovic l’ha sempre detto. L’ha detto da serbo e da uomo di pace. Da ragazzo jugoslavo nato a Vukovar – luogo di una delle prime battaglie della guerra civile jugoslava – oggi Croazia, da mamma croata e da papà serbo e l’ha detto da padre desideroso di educare i propri figli al rispetto di se stessi.

Senza rinnegare se stesso, la storia di un uomo

Sinisa Mihajlovic – Coraggio e umiltà

Per anni anche Mihajlovic, in quanto serbo e uomo orgoglioso, non ha goduto di buona stampa. In un mondo conformista chi riesce a non rinnegare mai se stesso, le sue idee e persino i suoi amici, a cominciare dai più scomodi, è visto come pecora nera, come esempio da non seguire. Figuriamoci. Gli esperti in pavidità hanno l’esigenza di demolire chi non è come loro. Figuriamoci. Nell’Italia del trasformismo chi osa restare se stesso va demonizzato. Figuriamoci, in un Paese dove è più facile far carriera se si è ricattabili o se si tradisce non farlo appare scandaloso. Come la morte del resto. Poi è arrivato il male, una male tremendamente democratico, un male che ha toccato direttamente o indirettamente molti di noi, e forse in molti hanno iniziato ad apprezzarne la tempra, la stoffa, il coraggio. Persino l’umiltà. «Io la malattia la rispetto ma so che la vincerò, l’affronto come ho sempre fatto» disse in conferenza stampa quando diede notizia della leucemia. A dieci anni da quegli infami bombardamenti Mihajlovic rilasciò una meravigliosa intervista al Corriere di Bologna. In quell’occasione ricordò che i missili intelligenti della NATO colpirono ponti, scuole ed ospedali. Recentemente mi è capitato di leggere un articolo pubblicato sul sito della CNN il 23 maggio del 1999, il giorno di Lazio-Parma. “NATO strikes at Yugoslav power plants”, la NATO colpisce le centrali elettriche jugoslave è il titolo. La guerra è infamità e menzogne ed ipocrisia l’hanno sempre alimentata. Oggi ci si stupisce che i missili russi colpiscano le centrali elettriche ucraine. Missili criminali ovviamente, allo stesso modo di quelli NATO. E quei crimini Mihajlovic denunciava non risparmiando l’informazione di parte, d’establishment, vigliacca. Parlando delle truppe statunitensi fu ancora più esplicito: «In Jugoslavia hanno lasciato solo morte e distruzione. Hanno bombardato il mio Paese, ci hanno ridotti a nulla». E ancora: «Bambini e animali per anni sono nati con malformazioni genetiche, tutto per le bombe e l’uranio che ci hanno buttato addosso. Che devo pensare di loro?». È storia, ma non la si vuole ricordare. Soprattutto oggi che per qualcuno la NATO è sinonimo di sicurezza e rispetto delle libertà. Ditelo ai genitori dei bambini che nascono con il cancro. In un mondo in cui le parole Patria o Nazione per qualcuno odorano di fascismo, Mihajlovic ha preso posizione in favore di un certo tipo di nazionalismo: «Che vuol dire nazionalista? Di sicuro non sono un fascista come ha detto qualcuno per la faccenda di Arkan. Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti. Se nazionalista vuol dire patriota, se significa amare la mia terra e la mia nazione, beh sì lo sono».

Senza rinnegare se stesso, la storia di un uomo

Sinisa Mihajlovic – Buon viaggio cittadino jugoslavo

Al Maresciallo Tito, Presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, un uomo che ebbe il coraggio di disobbedire a Stalin e per questo da lui venne “scomunicato”, Mihajlovic riconobbe le capacità di tenere assieme popoli diversi. Ortodossi con cattolici, slavi con musulmani. Il tutto in una terra complicata, una terra di frontiera, una terra ottomana ed asburgica, cristiana ed anarchica. La terra di Gavrilo Princip e Ivo Andrić, di “Saša” Danilović e Dejan Savićević. Una terra che fa crescere prugne dolci e talenti cristallini. Sempre in quell’intervista, descrisse l’immagine peggiore che ricordava della guerra in ex-Jugoslavia: «Giocavo nella Lazio. Apro Il Messaggero e vedo una foto con due cadaveri. La didascalia diceva: due croati uccisi dai cecchini serbi. Uno aveva una pallottola in fronte. Era un mio caro amico, serbo. Lì ho capito, su di noi hanno raccontato tante cose. Troppe non vere». “In guerra la prima vittima è la verità”. Dalle nostre parti questa ovvietà viene considerata addirittura una frase da complottisti. Ho letto il comunicato scritto dagli Ultras della Lazio per ricordare Mihajlovic. Anche con loro Sinisa ebbe un rapporto schietto e mai subordinato. E questo dagli ultras viene sempre apprezzato. “Un uomo vero, ancor prima che grande calciatore e allenatore. Hai perso la battaglia più dura della vita contro un nemico infame, ma l’hai combattuta da leone quale sei sempre stato. Fino all’ultimo, a testa alta di fronte a tutti e tutti, con dignità ma anche con spavalderia”. Mihajlovic è stato un uomo spavaldo e mai arrogante. Un uomo vero, o più semplicemente un uomo. Ed in molti oggi, in una società sempre più ipocrita e permeata da un falso moralismo, si stanno rendendo conto che chi, in un certo senso, è “politicamente” scorretto in realtà è il più corretto di tutti. Senz’altro lo è con se stesso. Buon viaggio cittadino jugoslavo!

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