Una foto. L’annuncio della morte di un padre

Una mano che penzola inerme da sotto il lenzuolo. Al polso un orologio. È l’immagine che le tv consegnano al Paese per raccontare l’agguato delle Brigate Rosse in via Fani. L’immagine di una strage, che se per molti è stata sconvolgente per lui è l’inizio di un incubo. Quel bambino che nel 1978 aveva solo 11 anni, in quell’immagine ha riconosciuto il papà. Un padre che gli è stato tolto con sette colpi di arma da fuoco e che gli viene restituito in un’immagine in bianco e nero. Giovanni Ricci, che ora non è più un bambino ma un uomo sposato e con figli, quando pensa a suo padre, ricorda quell’uomo in divisa che ha servito lo Stato. Quell’uomo che ha saputo prendersi cura di lui e della sua famiglia, “sempre con il sorriso e senza mai tirarsi indietro”. Ma per molti anni, l’immagine era solo quella di un corpo crivellato di proiettili. Il ricordo era solo quello della morte, di quella foto sul giornale e sulle tv che gli ha fatto scoprire così, nel modo più brutale, di essere diventato orfano. C’è voluto molto tempo per riconciliarsi con la perdita, per non farsi travolgere dalla rabbia e della voglia di vendetta nei confronti di chi lo aveva ucciso. Ora la sua è la storia di un figlio che mantiene in vita il ricordo del padre. E lo fa anche grazie all’Associazione Caduti di via Fani, che presiede. Perché Giovanni non vuole che di suo padre – trucidato dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978 insieme a Oreste Leonardi, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi – si ricordi solo la data del decesso, come è successo a lui per anni. Vuole che si sappia che Domenico Ricci, come gli altri uomini della scorta di Aldo Moro, erano mariti e padri che amavano le loro famiglie, mentre servivano e proteggevano lo Stato

Una foto. L'annuncio della morte di un padre
Aldo Moro e Domenico Ricci – Foto dall’archivio fotografico della famiglia Ricci e dell’Associazione Domenico Ricci per la memoria dei Caduti di via Fani

Non aveva nemmeno 12 anni. Che ricordo ha di quella mattina?

“Mancava meno di un mese al mio 12esimo compleanno. Quel giovedì di marzo era una mattina come tante altre. Ero a casa, in attesa di andare a scuola nel pomeriggio perché per carenza di aule le lezioni si svolgevano a turni. Verso le 9.30 mia mamma ricevette una telefonata: era una sua amica, la contattava per chiederle se papà fosse in servizio. Lei rispose di sì chiedendosi il perché di quella insolita domanda. Ma è bastato pochissimo per capire che qualcosa non andava. Dopo quella telefonata ne arrivarono molte altre. I condomini del palazzo, dove tutt’ora abito, vennero a casa nostra: tutti sapevano che lavoro faceva papà. Nel trambusto generale mamma accese la radio. Arrivavano le prime notizie frammentate: chi parlava di attentato, chi di rapimento chi addirittura di assassinio, e di un agente ferito portato in ambulanza. Panico e terrore crescevano in casa, avevamo capito che era successo qualcosa di grave, ma non sapevamo se anche papà fosse coinvolto. Mamma accese la tv, alle 11 circa arrivarono le prime immagini in bianco e nero diffuse da Rai2. Non c’erano più dubbi. Era tutto chiaro: la mano che penzolava inerme da sotto il lenzuolo era la sua”.

Come ha fatto a capire che era lui?

“Dall’orologio che aveva al polso: era l’unico regalo che si era concesso in tutta la sua vita. Era molto affezionato a quell’oggetto, non per il valore in sé ma perché era l’unico sfizio che si era tolto. I soldi li spendeva sempre per noi e per la mamma”.

Poi cosa è successo?

“Un paio d’ore dopo quella orrenda scoperta, è arrivato un generale dei carabinieri per darci la notizia che già sapevamo. Ma io non l’ho capito solo dalla tv. L’immagine più forte per me è stata quella di un giornale che non so come né perché era stato lasciato a casa nostra.  Era l’edizione straordinaria di Repubblica: c’era la foto del corpo di papà senza lenzuolo. Rimasi scioccato”.

I ricordi anche dei giorni successivi? È stato un fatto che ha sconvolto l’Italia. Figuriamoci un ragazzino che in più perde suo papà…

“Il giorno dopo l’agguato io e mio fratello siamo stati con i parenti, mentre mamma era da papà. L’ha visto solo lei. Era l’amore della sua vita. Noi però, il 18 marzo, siamo andati ai funerali di Stato nella Basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Dopo le esequie, per circa una ventina di giorni non sono andato a scuola”.

Come si sentiva?

“Della morte ci si dà una ragione – nel bene o nel male – quando si tratta di una malattia o di un incidente. Ma quando tuo padre viene ucciso con quella brutalità è diverso. Dentro di te si crea un meccanismo di rabbia e odio, forse anche di vendetta. Sentimenti ancora più forti se sei così piccolo. Poi però cresci. Cresci in una famiglia dove tua madre ti ha sempre insegnato che odio e rabbia non portano da nessuna parte. Bisogna credere molto nella giustizia e cercare di vivere la propria vita, di non essere ancorato al rancore, al passato. A quel terribile giorno. Il problema della mia vita è stato che per diversi anni non pensavo più a papà come all’uomo che scherzava con mamma, ma lo immaginavo in quell’auto, in quella posizione che avevo visto sul giornale”.

E poi? Cosa è cambiato? Come è riuscito a non farsi divorare dalla voglia di vendetta?

“Un giorno mi sono reso conto che mi stavo logorando e distruggendo dietro quella immagine. Mi sono fatto una domanda: se mio figlio dovesse incontrare i figli di questi terroristi che cosa dovrebbe fare? Odiarli? Avere voglia di vendetta? No. Parlando con alcune persone son venuto a sapere che esisteva un percorso di giustizia riparativa, un progetto che consente al reo, una volta pentito e ravveduto, di incontrare i parenti delle vittime per chiedere loro perdono per quello che ha fatto. Lì ho capito che quello l’unico modo per riprendere in mano il film della mia vita. Dovevo incontrare gli assassini di mio padre, dovevo vedere in carne ed ossa quei volti fotografati e ripresi durante i processi”.

Una foto. L'annuncio della morte di un padre
Anni Sessanta, la scorta di Aldo Moro a Predazzo – Foto dall’archivio fotografico della famiglia Ricci e dell’Associazione Domenico Ricci per la memoria dei Caduti di via Fani

E quindi ha anche incontrato gli assassini di suo padre….

“Non è stato facile. Ci sono voluti anni per preparare quell’incontro. Anni di scambi di lettere e colloqui con i mediatori prima di incontrare Morucci, che è stato l’esecutore materiale, Faranda e Bonisoli. A prima vista non mi sono sembrati i mostri che venivano descritti. Avevo davanti a me tre anziani che, con occhi lucidi, mi hanno chiesto perdono. Quell’attimo è stato liberatorio. Ricordo ancora le parole di Bonisoli: ‘Non possiamo riparare il passato, ma qualsiasi cosa tu voglia noi la faremo’. In quel momento, davanti agli occhi commossi di quelle persone che avevano anche affrontato il loro percorso giudiziario, mi sono sentito rinascere”.

Quindi vedere chi ha ucciso suo padre le è servito?

“Sì. Da quel momento ho visto la vita con occhi nuovi.  Sono riuscito a riprendere in mano le foto di mio papà, a riguardare gli album di famiglia, scacciando via quell’immagine orribile che mi aveva accompagnato per anni. Le cicatrici di quello che è successo le porto ancora sulla pelle, ma non sanguinano più come prima. Si sono chiuse e non c’è più quell’elastico che in continuazione mi portava al 16 marzo 1978″.

Perciò li ha perdonati?

‘Perdonare sempre, ma dimenticare mai’. “È una frase di Giovanni Giolitti, che è diventata il mio motto. Io ho perdonato dopo la loro richiesta di perdono. Ma non dimenticherò mai quello che è successo. Pur essendosi ravveduti sono pur sempre terroristi. Non è quindi un voler mettere una pietra sopra: è un riconciliarsi con il passato per poterlo vivere a pieno nel bene e nel male per non dimenticare le cose belle della nostra famiglia che altrimenti verrebbero annientate da quel giorno maledetto”.

Una foto. L'annuncio della morte di un padre
Domenico Ricci e Luca Moro, nipote di Aldo – Foto dall’archivio fotografico della famiglia Ricci e dell’Associazione Domenico Ricci per la memoria dei Caduti di via Fani

Tutti parlano di Moro, ma quasi nessuno della sua scorta. Se se ne parla è perché viene fatto l’elenco dei nomi dei morti e finisce lì. Ma io voglio conoscere quelle persone. Che uomo era suo padre?

“Un marchigiano, figlio di contadini, che poi si arruola nei carabinieri per aiutare economicamente la famiglia che non poteva contare sul sostegno di suo padre e di suo nonno che erano morti giovani. Quindi dalle Marche si trasferisce prima a Torino per fare il corso di addestramento e poi a Roma. Inizia a far parte della scorta di Moro all’inizio degli anni ’70, quando Moro era ministro. Mio papà era un uomo con la divisa cucita addosso. Aveva un fortissimo senso delle istituzioni, dei valori e della morale. Ma nonostante la carriera, non ha mai rinnegato le sue radici: amava la sua terra, era legato alle tradizioni, alla sua famiglia di origine e a quella che aveva costruito. Amava mia madre e noi figli. Non era un eroe. Era semplicemente una persona dedita al suo lavoro e che lo sapeva far bene. Talmente bravo che appunto lavorava per Aldo Moro“.

L’ultimo ricordo che ha di lui?

“La sera prima del suo omicidio. Tornò a casa intorno alle 11 di sera. Io quel giorno avevo fatto una partita di calcio. Lui venne da me e mi chiese: ‘Gianni com’è andata?’. Gli dissi che avevo perso. Dandomi una carezza rispose: ‘Vedrai ne vincerai altre di partite nella vita’.

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